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            28 Gennaio 2026
            La recensione di Send Help, il film che rappresenta il ritorno all'horror di Sam Raimi, con Rachel McAdams.
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            SEND HELP, nel multiverso di Sam Raimi

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Send Help
            USCITA ITALIA: 29 gennaio 2026
            USCITA USA: 30 gennaio 2026
            REGIA: Sam Raimi
            SCENEGGIATURA: Damian Shannon, Mark Swift
            CON: Rachel McAdams, Dylan O'Brien, Edyll Ismail, Dennis Haysbert
            GENERE: horror, thriller, commedia
            DURATA: 113 min

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            Diciassette anni dopo Drag Me to Hell, Sam Raimi torna a flirtare con l’orrore servendosi di un impianto narrativo derivativo ma funzionale, che mescola survival tropicale, Kammerspiel e satira sociale. Se la sceneggiatura resta ancorata a soluzioni prevedibili, la messa in scena e l’immaginario del regista contaminano progressivamente Send Help, trascinandolo verso un epilogo liberatorio che è insieme sintesi e rievocazione del suo universo. O multiverso - della follia.

            “Che cosa saresti disposta a fare per me?” potrebbe aver chiesto Sam Raimi a Rachel McAdams durante la produzione di Doctor Strange nel Multiverso della Follia - attesa ricomparsa dietro la macchina da presa (nei confini narrativi del Marvel Cinematic Universe e sotto l’egida dei Marvel Studios) per un assoluto innovatore, visionario e pioniere del genere orrorifico, meglio noto come leggendario autore de La casa e dei primi tre film di Spider-Man con Tobey Maguire. È quasi sicuramente su quel set, infatti, che è stato impiantato il germe di quello che è oggi il suo diciassettesimo lungometraggio, Send Help. O, quantomeno, la scelta di McAdams come protagonista del suo prossimo lavoro. Che è poi questo (altro) ritorno all’horror - seppur non del tutto autentico - (guarda caso) a 17 anni da Drag Me to Hell.

            Un altro inferno, un Green Inferno (per citare l’opera di un epigono raimiano), è quello in cui, loro malgrado, vengono trascinati Linda Liddle e Bradley Preston quando il jet privato che li sta conducendo ad un importante meeting a Bangkok precipita nel cuore dell’Oceano Pacifico, travolto da una violenta tempesta. Lei è un’impiegata solerte, brillante, instancabile, appassionata di reality e manuali sulla sopravvivenza, ma anche goffa, emarginata, affetta da un serio disturbo d’ansia sociale, sistematicamente sottovalutata e umiliata dai colleghi. Lui, invece, è il neo–CEO dell’azienda solo perché figlio del precedente proprietario: incarnazione dello stereotipo del rampollo arrogante e misogino, viscido, viziato, narcisista patologico, patito di golf, bulletto dal colorito diafano, fisico asciutto e completo firmato.

            Naufraghi su un’isola deserta e inospitale, non passa molto tempo prima che i ruoli e le possibili distanze tra i due si annullino e ridefiniscano in nome di un obiettivo apparentemente condiviso. E cioè resistere quanto basta per venire avvistati e salvati da una nave o aereo di passaggio. A cambiare le carte in tavola è soprattutto l’inaspettata capacità di adattamento di Linda, nutrita da una passione eccentrica e da una sapienza quasi osmotica, assorbita nel tempo grazie a ore e ore di programmi survivalisti. Ciò nonostante - e malgrado la situazione estrema e disperata - mano a mano che trascorrono giorni e settimane, tensioni e dissapori tra ex-capo (interpretato da un Dylan O’Brien tra il poco credibile e il totalmente fuori parte) ed ex-dipendente cominciano a riemergere, assieme a segreti reconditi e verità sottaciute dopo cui, proverbialmente, nulla sarà più lo stesso…

            La recensione di Send Help, il film che rappresenta il ritorno all'horror di Sam Raimi, con Rachel McAdams.

            È il più classico degli spunti, quello da cui prende il via il soggetto di Damian Shannon e Mark Swift (anche co-autori della sceneggiatura), ibridato tuttavia con un ribaltamento (partendo dai generi, come già in The Lost City) dell’avventura scanzonata anni ‘80 di zemeckisiana memoria, accenni di critica sociale naturalmente relativi al mondo del lavoro, ma anche a divisioni e scontri di classe (in arena selvaggia e tropicale, alla stregua della Palma d’oro Triangle of Sadness). E poi, la rivincita e autodeterminazione femminile alla base di tante opere della contemporaneità (quali Una donna promettente e Blink Twice, per esempio), e una struttura quasi da Kammerspiel thriller-horror di matrice kinghiana, sulla falsariga di Misery non deve morire, con tanto di parallelismo preciso, oltre che azzeccato, tra una Rachel McAdams travolgente, inarrestabile, sregolata, qui in una delle sue migliori prove, e la Kathy Bates da Oscar del cult di Rob Reiner, incarnazione di una femminilità ambigua, proteiforme, inafferrabile.

            Nondimeno, eccezion fatta per queste leggere pennellate, il copione di Send Help si attesta appena al di sopra della media, ma comunque abbastanza basico e derivativo sia nei modi, nelle soluzioni, nei riferimenti darwiniani, finanche nei discorsi (nasciamo mostri o lo diventiamo? chi è la preda e chi il predatore oggi? a cosa torneremo? là fuori non c’è niente), cui si sommano un ritmo non sempre equilibrato e una durata fin troppo generosa. Fortunatamente, non si scende ai livelli di vero e proprio sabotaggio della sceneggiatura firmata da Michael Waldron per l’ambizioso secondo capitolo di Doctor Strange. Cosa che offre a Raimi (impegnato pure in veste di produttore) e ad alcuni dei suoi storici e fidi collaboratori (il direttore della fotografia Bill Pope, il montatore Bob Murawski, il mitico Danny Elfman alle musiche) sufficiente margine di manovra e materia grezza su cui intervenire.

            Componenti ed elementi attraverso i quali giocare con le aspettative dello spettatore, inducendolo a credere di trovarsi di fronte ad un classico survival movie, dal sapore rétro e vagamente anni '90, per poi coglierlo in contropiede con scarti improvvisi, schegge fugaci, velocissime irruzioni dell’inconfondibile tocco di un maestro dell’ironia tanto quanto dell’orrore. Raimi monta, incalza, fa sentire la propria presenza in maniera via via più importante: da secrezioni disgustose a cinghiali quasi radioattivi, tra presenze zombesche e riecheggi campbelliani, il suo immaginario trasfigura e infetta progressivamente il film, compenetrandolo fino a renderlo pienamente suo. Fino al punto di rottura, coincidente con un epilogo salvifico; una extravaganza  - per ovvie ragioni - molto più grafica, turpe, splatter, sfrenata e goduriosa rispetto alla battaglia musicale alla fine di Doctor Strange nel Multiverso della Follia. 

            La recensione di Send Help, il film che rappresenta il ritorno all'horror di Sam Raimi, con Rachel McAdams.

            Insomma, veniamo catapultati senza gabbie e filtri in una sorta di suo multiverso personale, in un’opera di rievocazione e sintesi di forme, creature, fantasie del suo cinema. Beninteso, non parliamo di un Raimi di nuovo in purezza, come nel succitato Drag Me to Hell o nel sottovalutato The Gift. Siamo sempre e comunque dalle parti della maniera, della riproposizione pop-corn di un immaginario il cui senso appare oggi opaco, e la cui ulteriore riesumazione non sembra più rispondere ad un’urgenza riconoscibile.

            Purtroppo però lo stato (asfittico) di quel thriller e horror inclini all’exploitation, di serie B, low-budget - progressivamente colonizzato da un’idea di cinema di genere non sempre onesta né inventiva, che lo imbelletta, travisa e appiattisce dietro la promessa di una presunta “elevazione” - è tale che, volente o nolente (anche se non è il film che ci porteremmo idealmente su un’isola deserta), Send Help potrebbe addirittura rappresentare una momentanea boccata d’aria. Più o meno fresca. Salubre o nociva che sia. One way or another.

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