
LE COSE (NON) DETTE dal cinema di Gabriele Muccino
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Le cose non dette
USCITA ITALIA: 29 gennaio 2026
REGIA: Gabriele Muccino
SCENEGGIATURA: Gabriele Muccino, Delia Ephron
CON: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Beatrice Savignani, Margherita Pantaleo, Alessandra Carrillo
GENERE: drammatico, sentimentale, thriller
DURATA: 110 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Tra tradimenti, crisi creative e relazioni vissute come corse contro il tempo, Le cose non dette si inserisce nel solco più riconoscibile del cinema mucciniano. Un film più compatto del precedente, sostenuto da un cast affiatato, che però fatica a trovare veri colpi di scena e finisce per ridurre la complessità dei personaggi a pura funzione drammatica ed effetto.
È una fase di continua riproposizione e riepilogazione quella che attraversano oggi Gabriele Muccino e il suo cinema: una rinegoziazione della propria cifra stilistica dentro un panorama audiovisivo profondamente mutato rispetto a quello in cui il regista capitolino ha mosso i primi passi e conosciuto i suoi maggiori successi. Una condizione quasi obbligata, che si traduce in un cinema sempre più autoriflessivo, talvolta persino programmatico, in cui temi, conflitti e dinamiche tornano ciclicamente, come se fossero chiamati a legittimarsi ancora e ancora.
Si dice spesso che i grandi autori siano quelli che realizzano, in fondo, lo stesso film per tutta la vita. Ebbene, sulla statura del Muccino regista sarà il tempo a fornire risposte definitive. È però significativo come il maxi-affresco scoliano de Gli anni più belli abbia segnato un punto di snodo, se non di rottura per la sua filmografia - curiosamente coincidente con l’avvento della stagione pandemica che ne ha anche drasticamente ridimensionato le possibilità distributive e d’incasso. Ad esso, quattro anni più tardi, segue Fino alla fine, opera che già dal titolo assume i contorni di un compendio e di una sintesi della poetica mucciniana. Remake in chiave palermitana del tedesco Victoria di Sebastian Schipper, e primo confronto frontale con un genere – il thriller ad alta intensità – con cui il cineasta ha più volte flirtato nel corso della carriera, la pellicola sembra offrire un habitat naturale al cinema, da sempre incentrato sull’urgenza del sentimento, il senso dell’attimo e dell’istante, l’assolutezza di emozioni vissute senza mediazioni, fino al limite o, per l’appunto, fino alla fine.
Parliamo di un universo filmico in cui dolore, enfasi ed eccesso diventano strumenti espressivi per interrogare la fragilità e l’irrequietezza di individui prigionieri di crisi familiari, sentimentali e identitarie, che vivono le relazioni come battaglie o corse contro il tempo, tra conflitti generazionali, sensi di colpa, desideri di riscatto e una persistente, ineludibile paura della solitudine.

Lo sguardo non si sposta di un millimetro per Le cose non dette, il suo quattordicesimo lungometraggio, che è allora la logica prosecuzione e la riprova ancor più evidente di questi discorsi, complice il recupero di quell’Ultimo bacio che portò Muccino all’attenzione del grande pubblico (italiano e non solo).
Numerosi invero sono i punti di contatto con quel film, fin proprio dal soggetto, liberamente tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, che vede il suo fulcro nel tradimento di Carlo, professore (non a caso) di filosofia morale, autore di un apprezzatissimo romanzo bestseller al quale, tuttavia, non è mai riuscito a dare un seguito. Nel pieno di una forte crisi creativa - solo accentuata dall’impossibilità di diventare genitore e (forse), più probabilmente, dal successo dirompente e internazionale della moglie Elisa, brillante giornalista di Vanity Fair specializzata in articoli che scavano nel caotico e complesso groviglio di psicologia e rapporti - questi fa la conoscenza di Blu, attraente e intelligentissima studentessa e cameriera part-time con la quale scoppia subito la passione e, di lì a poco, un amore travolgente. Un sentimento destinato a deflagrare proprio quando la coppia, in cerca di nuovi stimoli, si trova a Tangeri insieme agli amici di sempre, Anna e Paolo – a loro volta in crisi – e alla figlia adolescente di questi, Vittoria.
“Non voglio un’esistenza senza colpi di scena” è una delle battute più emblematiche ed eloquenti della sceneggiatura di Muccino - che chiama in causa pure Kierkegaard, Heidegger, Stendhal, Calvino. Parole del tutto simili ad una dichiarazione d’intenti e, più generalmente, della poetica di un autore per cui “la realtà ha (sempre) superato la fantasia” e per cui la vita si riduce, nella sua pura essenza, a predestinato e innato oggetto drammaturgico e tensivo già predisposto e ordinato affinché qualcuno la colga e la metta in scena. Ne consegue una visione in cui ogni esistenza viene pensata, immaginata, visualizzata e resa a schermo quale manifestazione intensa, alterata, nevrastenica, elettrica, sudaticcia, a contrasto e in opposizione all’artificio – anzitutto filmico – delle convenzioni, alle maschere borghesi e alla loro falsa e patinata veste di perfezione.

È una delle poche intuizioni davvero efficaci (a differenza di battiti cardiaci, stacchi improvvisi e frammentari, e fugaci dissolvenze a nero) di un velenoso, accaldato, soffocante thriller semi-erotico. Uno di quelli che si facevano tra gli anni ‘90 e 2000, nato e congegnato anzitutto come prodotto commerciale e d’intrattenimento pop(olare), decisamente più studiato, compatto e solido rispetto a Fino alla fine, che ha il merito di abbinare correttamente volti, posture, caratteri attoriali e divistici di un quartetto stellare – gli inseparabili Stefano Accorsi e Claudio Santamaria, affiancati dalle new entry (nell’orizzonte mucciniano, beninteso) Miriam Leone e Carolina Crescentini – al disegno dei ruoli.
Peccato però che, come spesso accade nel cinema dell'autore capitolino, l’insistenza sugli accenti e l’enfasi di sentimenti assordanti finisca per revocare ogni possibilità di autentica profondità nella caratterizzazione dei personaggi. A ciò si aggiunge l’assenza di veri colpi di scena e di soluzioni realmente forti e imprevedibili, che portano l’intreccio a incartarsi e a girare a vuoto nella seconda metà. E ancora, un’ambiguità più dichiarata che reale, e una morbosità compiaciuta nella messa in scena di alcuni passaggi chiave.
Il risultato è una goffa e insistita ricerca dell’effetto – dello spettacolo, dell’urto, dello scandalo – in larga parte gratuita, che finisce per sacrificare, semplificare e snaturare proprio il personaggio potenzialmente più intrigante (Vittoria) e la sua traiettoria, convertita da possibile doppiofondo narrativo a puro frammento decorativo: un TikTok, o se si preferisce, uno spottino per Mahmood.
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