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            4 Novembre 2024
            Fino alla fine Gabriele Muccino Recensione Cinemando
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            FINO ALLA FINE, l’insulsa cover di Gabriele Muccino 

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Fino alla fine
            USCITA ITALIA: 31 ottobre 2024
            REGIA: Gabriele Muccino
            SCENEGGIATURA: Paolo Costella, Gabriele Muccino
            CON: Elena Kampouris, Lorenzo Richelmy, Saul Nanni, Enrico Elia Inserra, Francesco Garilli
            GENERE: drammatico, thriller
            DURATA: 118 min

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            La filmografia Gabriele Muccino prende una svolta inaspettata con Fino alla fine, thriller ad alta intensità in cui tuttavia tornano tutti i caratteri più riconoscibili della sua idea di cinema. Purtroppo, una dimensione narrativa funzionale si rivela un'arma a doppio taglio che porta il regista ad estenuare il suo tocco fino al pleonastico, traducendo la pellicola in una cover insulsa di qualcosa che non gli (e ci) appartiene.

            Fino alla fine. Il titolo del tredicesimo film di Gabriele Muccino suona quasi come una dichiarazione d’intenti - stilistica e poetica. Quella di un cinema che, le sue idee, i suoi tratti, le sue scelte, li porta davvero fino in fondo. Fra questi, ricordiamo ovviamente il celebre, quando non famigerato, approccio iper(-trofico, -bolico), eufemisticamente intenso, sempre su di giri alla direzione degli attori, ma anche l’enfasi smodata sulle grandi emozioni (di contentezza euforica o, viceversa, di un’alterazione febbrile, chiassosa, incontenibile), o ancora la gravitas sia melodrammatica, che tragica, con conseguente affastellamento di punti di svolta chiave e proverbiali scene madri.

            Può essere così riassunta la filmografia del regista di cult come L’ultimo bacio, Baciami ancora e A casa tutti bene, exploit internazionali grazie al proficuo sodalizio con Will Smith (per La ricerca della felicità e Sette anime) e Russell Crowe (nel meno riuscito Padri e figlie), come pure di capitomboli smaccati come L’estate addosso e l’ultimissimo Gli anni più belli, il cui essere di fatto un critoremake di C'eravamo tanto amati lo lega a doppio filo con questo suo diretto successore. Sotto molti aspetti, infatti, Fino alla fine ha tutta l’aria di essere un rifacimento non dichiarato del tedesco Victoria di Sebastian Schipper, la storia di una turista straniera che entra nelle traiettoria di un gruppo di ragazzi del posto, coi quali si imbarca prontamente in un viaggio vorticoso, un’avventura a dir poco adrenalinica, una criminosa corsa a perdifiato che, ora dopo ora, diverrà sempre più pericolosa. 

            Nell’originale di Schipper, protagonista era una giovane spagnola che incontrava un gruppo di giovani berlinesi. Al contrario, nella versione di Muccino seguiamo le orme delle ventenne californiana ​​Sophie (una Elena Kampouris con lampi di virtuosità), recatasi in Italia con la sorella per un viaggio che dovrebbe essere culturale e distensivo (per riprendersi dalla recente scomparsa del padre), ma che per lei soltanto si trasforma in qualcos’altro. È durante il suo ultimo giorno di vacanza che si innamora perdutamente di Giulio (un Saul Nanni ben lontano dalla convinzione di Brado), un “picciotto” palermitano a lei totalmente estraneo, col quale condivide però la filosofia di una vita vissuta fino alla fine appunto, bevuta tutta d’un sorso, presa di petto in ogni sua svolta. Sarà proprio Giulio a farle conoscere i suoi tre compagni per la pelle e per la vita: Sprizz, Samba e Giovanni, detto Komandante, appena uscito di prigione e in debito col capo di una gang mafiosa che, proprio il giorno in cui Sophie piomba sulla loro strada, chiama per chiedere il conto e li assolda per rapinare un furgone portavalori. 

            Fino alla fine Gabriele Muccino Recensione Cinemando

            Esattamente come le vite di questi cinque ragazzi, con Fino alla fine è anche la carriera di Muccino a prendere una svolta forse non decisiva, ma senz’altro sostanziale, portandolo a disertare in parte i drammoni sentimentali ai quali deve successo e celebrità, e a lanciarsi in un’impresa puramente di genere. E scriviamo “in parte” perché questo suo ultimo film, a conti fatti, non è altro che una mera variazione sul tema. Una in cui lo stile, il manico, gli ingredienti rimangono quelli che conosciamo; gli stessi, identici, riconoscibili, irremovibili, del suo cinema più noto. Oltretutto, come avete potuto leggere, l’intreccio nasce e mantiene comunque una linea romantica e sentimentale, magari diversa nel “cosa”, ma non certo nel “come”. Anzi, a dirla tutta, la svolta thriller, action, heist potrebbe e dovrebbe garantire al cineasta una dimensione estetica più ideale di quelle in cui si muove abitualmente, addirittura capace di far sembrare più “giusti”, quadrati, logici, prevedibili, i caratteri estetici e drammaturgici della sua filmografia. 

            Ciò nondimeno, Fino alla fine non può definirsi un film riuscito. E, ahinoi, il carattere derivativo del suo soggetto e sviluppo appare l’ultimo dei suoi problemi: il peccato originale della pellicola sta, (im)prevedibilmente, proprio nel suo potenziale e principale beneficio. Difatti - malgrado la costruzione emotiva ed emotigena dei racconti mucciniani ingaggi sempre una tensione affine al thrilling in senso tipico - il cambio di passo narrativo e di atmosfere convince l’autore ad elevare all’ennesima (dell’ennesima) potenza la sua cifra, senza tuttavia accorgersi di star invece imboccando una direzione opposta a quella auspicata e ricercata. “Stressare”, scegliere, calcare per ben due ore lo stesso movimento filmico, la medesima dinamica narrativa, annulla invero ogni forma di trazione vera e propria. A tal punto che questo profluvio di eccitazione, attrito, fragore, passione travolgente e sensazioni portate continuamente al punto di ebollizione, trascina, a lungo andare, quella che avrebbe dovuto essere una fuga (d’amore, d’azione, di vita) ad altissima intensità prima sul piano della monotonia e dell’apatia, e poi verso risvolti e segmenti tinti di una comicità involontaria e trash.

            Fino alla fine Gabriele Muccino Recensione Cinemando

            Non aiuta, in tal senso, la costante impressione che i motivi dell’intera operazione e insieme alla sua messa in scena si reggano su un copione che, già ad un quarto d’ora dall’inizio, perde lo slancio del suo incipit, elaborando la propria idea di base non solo nel più forzato e improbabile dei modi (cosa che per un thriller dai seriosi propositi e per la sua capacità affabulatoria è indispensabile), ma anche nel più pigro e sciapo. Come se Muccino - affiancato dal sodale co-sceneggiatore Paolo Costella - avesse scelto di scrivere e produrre il film per il semplice gusto di farlo, privo quindi della benché minima intuizione, invenzione, rielaborazione. Figurarsi di un finale pienamente accettabile (non solo, sottinteso, nella sua efficienza). 

            Complici la caratterizzazione dei propri personaggi a mò di tasselli artificiosi e funzionali, e dialoghi che paiono non avere alcuna intenzione di mascherarsi come tali, può venir quasi spontaneo pensare a Fino alla fine come ad un’imitazione, un verso, finanche ad una parodia dei generi che si limita a percorrere senza arte né parte. Una cover - alla stregua di quella di Heroes su cui sfuma il racconto - che vuole ricalcare e tradurre (nel panorama produttivo, industriale italiano) qualcosa che non le (e ci) appartiene e del quale non riesce in alcun modo a replicare l’effetto. (Forse - spoiler - non è un caso se l’americana, alla fine, torna in patria).  

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