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            16 Gennaio 2026
            La recensione di 28 anni dopo. Il tempio delle ossa di Nia DaCosta, il sequel del film di Danny Boyle con Ralph Fiennes.
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            28 ANNI DOPO - IL TEMPIO DELLE OSSA, campo e controcampo dell'apocalisse

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: 28 Years Later: The Bone Temple
            USCITA ITALIA: 15 gennaio 2026
            USCITA USA: 16 gennaio 2026
            REGIA: Nia DaCosta
            SCENEGGIATURA: Alex Garland
            CON: Ralph Fiennes, Jack O'Connell, Alfie Williams, Erin Kellyman, Emma Laird
            GENERE: orrore, azione, drammatico, fantascienza
            DURATA: 109 min

            VOTO: 6/7

            RECENSIONE:

            Abbandonata la furia politica e l’urgenza allegorica del ritorno di Boyle e Garland, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa sceglie una strada più ampia e universale: il contagio come idea, la sopravvivenza come ideologia. Nia DaCosta mette in scena un campo e controcampo fra fede e ragione, scienza e fanatismo, ordine e caos in un sequel gemellare ma eterozigote che, nei suoi istanti finali, è disposto a sacrificare coerenza e verosimiglianza per il piacere quasi orgasmico dell’eccesso e dello spettacolo.

            “Si fa così?”. È questa, con tutta probabilità, una delle domande che si sarà posta (la) Nia DaCosta (di Candyman e The Marvels) nel mettersi dietro la macchina da presa di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa, quarto (o terzo) capitolo della seminale serie zombesca e post-apocalittica inaugurata nei primi Duemila con 28 giorni dopo, nonché secondo tempo effettivo del film che in parte lo intitola (col quale è stato girato back-to-back per ragioni di coerenza, ma anche e soprattutto di convenienza). E che riconsegnava le traballanti redini del franchise ai suoi fautori originari: il regista Danny Boyle e lo sceneggiatore Alex Garland; impegnati non tanto in una reinvenzione dell’iconografia, quanto in una sua trasfigurazione estremizzata e rabbiosa, insieme immaginifica e profondamente ancorata alla realtà dell’Inghilterra post-Brexit: isolata e isolazionista, inquieta e inquietante, devastata dal virus della rabbia.

            Un discorso che, malgrado la permanenza dello stesso Garland - autore per antonomasia delle psicosi collettive del nostro passato prossimo, presente e futuro ben più che ipotetico (si pensi a Annichilimento, Civil War e Warfare) al tavolo della sceneggiatura - pare invece rarefarsi in questo sequel: gemellare, sì, ma eterozigote. Il tempio delle ossa sembra infatti volgere lo sguardo verso qualcosa di più ampio, largo e dichiaratamente universale. Non più (o non solo) la radiografia politica di una nazione, bensì l’infezione in sé, le reazioni opposte – se non apertamente inconciliabili – di chi le sopravvive ("I will learn to survive"), e le ipotesi, fragili e contraddittorie, di una possibile guarigione. 

            La recensione di 28 anni dopo. Il tempio delle ossa di Nia DaCosta, il sequel del film di Danny Boyle con Ralph Fiennes.

            Quasi si trattasse di un memento mali, è inevitabile il richiamo al periodo pandemico e ai suoi epigoni, esiti, figli, siano essi virtuosi o corrotti, esemplari o efferati.

            Al centro del racconto concepito da Garland e messo in scena da DaCosta si colloca allora il lento (r)avvicinamento, l’incontro e il prevedibile scontro fra due ideologie, due visioni del mondo, due scuole di pensiero sempiterne: ragione e fede, scienza e religione, ordine e caos, logica e irragionevolezza o, detto in termini più correnti, oltranzismo e negazionismo. Due forme diverse di follia e di credo, incarnate prototipicamente dalla coppia di figure che emergevano, brevemente ma con forza, nell’atto finale della prima parte.

            Da un lato abbiamo perciò il resiliente dottor Ian Kelson, all’ostinata ricerca delle reali cause del contagio e – inevitabilmente – di un antidoto per un morbo che “ha offuscato la mente, non l’ha sostituita”. Dall’altro, Sir Lord Jimmy Crystal: farneticante satanista (falso) profeta del Male, della distruzione, del sangue e del dolore (in tuta e paccottiglia, con capelli alla Jimmy Savile), autoproclamato figlio eletto del Vecchio Caprone. Perverso, demoniaco, vagabondo Peter Pan con tanto di bimbi sperduti: Teletubbies dell’apocalisse, coloro che ha soprannominato sue “dita”, devoti adepti sotto l’effetto di quello che era (ed è) l’oppio dei popoli, ma di cui presto potrebbe esaurirsi l’effetto.

            Inutile dire che parliamo di una pellicola in cui, diversamente da quella che l’ha preceduta, l’elemento fantastico, horrorifico e post-apocalittico in senso stretto si stempera e scioglie in un impianto dialettico e dialogico, più misurato e ponderato, a tratti metafisico - al netto di qualche segmento in cui comunque sangue e violenza irrompono sulla scena con furia incendiaria. Un continuo campo e controcampo, un (ora sfilacciato, ora schematico) intreccio di punti di vista che pian piano, con un incedere tutto suo, getta le basi per un climax che esorcizza fugacemente ogni esigua ambizione di coerenza e assennatezza, insieme alle incombenze da corretto intermezzo narrativo, sacrificando persino il minimo briciolo di sospensione dell’incredulità sull’altare di un frammento del tutto autarchico di piacere puro, finanche orgasmico. Una fantasia eccessiva, stravagante, incondizionata (per non dire altro) che vede come protagonista un Ralph Fiennes assoluto e inimitabile, alle prese con uno spettacolo a suon di pelle, fiamme e Iron Maiden che bisogna “vedere per credere”. E ancora, una cerimonia di evocazione, un rituale propiziatorio e celebrativo del cinema inteso come spettacolo pirotecnico, performativo e, in fondo, sempre artificioso, alla cui illusoria affabulazione è di fatto impossibile sottrarsi.

            La recensione di 28 anni dopo. Il tempio delle ossa di Nia DaCosta, il sequel del film di Danny Boyle con Ralph Fiennes.

            È quasi certamente la scheggia più autenticamente boyleiana di un film che, per lunghi tratti, sembra guardare piuttosto ad un Eli Roth, facendo emergere per contrasto l’ineludibile ombra di quell’approccio vertiginoso e serratissimo, indiavolato e anarchico, ferino e viscerale che ha reso inconfondibile l’opera del regista di Trainspotting e The Millionaire.

            Eppure, allo stesso tempo – e al contrario di 28 anni dopo – quando Il tempio delle ossa si chiude lascia addosso una sensazione famelica, vorace, tutt’altro che scontata. Quella di non aver ancora visto tutto. Di un mondo ("ordinario") che ha ancora molto da raccontare e da dire su chi eravamo, chi siamo, e chi potremmo diventare, senza lasciare indietro nulla e nessuno. Né ricordi, memorie, vestigia (volti?) del passato, né tantomeno i cosiddetti “mostri”.

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