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            7 Settembre 2025
            La recensione di Warfare, il nuovo film di guerra di Alex Garland, co-diretto con Ray Mendoza, dopo il successo di Civil War.
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            WARFARE, il battito della guerra

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Heldin
            USCITA ITALIA: 21 agosto 2025
            USCITA USA: 11 aprile 2025
            REGIA: Alex Garland, Ray Mendoza
            SCENEGGIATURA: Ray Mendoza, Alex Garland
            CON: D'Pharaoh Woon-A-Tai, Will Poulter, Cosmo Jarvis, Kit Connor, Finn Bennett, Joseph Quinn, and Charles Melton
            GENERE: drammatico, guerra, thriller, biografico
            DURATA: 95 min

            VOTO: 6/7

            RECENSIONE:

            Tra ricordo e reinvenzione, Warfare è il tentativo di Alex Garland e dell’ex Navy SEAL Ray Mendoza di trasformare la memoria di guerra in un’esperienza immersiva. Un film che mescola sospensione claustrofobica e spettacolo ipercinetico, realismo documentario e artificio estetico, lasciando lo spettatore in bilico tra testimonianza e simulazione.

            C’è un televisore acceso in una stanza spoglia, illuminata da una luce artificiale. Intorno, un gruppo di soldati: ridono, gridano, si muovono al ritmo martellante del remix di Call on Me di Eric Prydz. Sullo schermo, il videoclip patinato sembra provenire da un altro mondo, un altrove intatto dove la guerra resta invisibile. Per un attimo non ci sono armi, paura, violenza: solo un momento di complicità virile, un innocuo pandemonio — o forse un rito inconsapevole. Quel battito ossessivo in quattro quarti, però, non è solo musica: è il cuore che pulsa, l’unico ritmo che conta davvero. Finché continua, significa che sono vivi.

            Questa apertura, al contempo caustica e straniante, è la chiave per comprendere Warfare di Alex Garland: un film che dichiara fin dall’inizio il suo essere, appunto, un remix, un’appropriazione e riscrittura di materiali già noti con l’ambizione di restituirli in una forma (si spera) più autentica. Ma lo possiamo intendere anche nei termini di una sorta di b-side, di un prequel narrativo ideale e di un sequel filmografico spirituale di Civil War. 

            Là si immaginava un presente o futuro (pre-)distopico, politicamente inquietante, un trauma a noi attiguo ma fortunatamente ancora possibile. Qui invece si abbandona la dimensione dell’ipotesi, dell’invenzione, della fantapolitica, alla volta di un conflitto già trascorso, di una pagina oscura della storia americana recente, affondando le mani in un terreno forse ancora più perturbante: la memoria. Quella, più precisamente, di Ray Mendoza, ex Navy SEAL veterano dell’Iraq, che - dopo avergli fatto da consulente militare proprio sul set di quel film - arriva ad affiancare Garland dietro la macchina da presa, rievocando ciò che lui e i suoi commilitoni vissero il 19 novembre 2006, all’indomani della battaglia di Ramadi.

            La recensione di Warfare, il nuovo film di guerra di Alex Garland, co-diretto con Ray Mendoza, dopo il successo di Civil War.

            Il racconto si articola in due tempi: il primo è quello della sospensione; lo spettatore condivide la prigionia dei soldati, immerso in silenzi snervanti, nel gracchiare intermittente delle radio, in passi trattenuti e sguardi che scrutano finestre dietro cui potrebbe nascondersi il nemico o il presunto tale. Ogni dettaglio diventa un allarme, ogni rumore fuori posto un possibile detonatore. Garland dilata all’estremo la tensione già sperimentata in una delle sequenze più memorabili di Civil War (quella con un folle e terrificante Jesse Plemons), trasformandola in un blocco narrativo autonomo, quasi un film nel film. È il segmento più riuscito; cinema che non spiega ma imprime sulla pelle l’attesa, la paura, l’assurda calma che precede la violenza. 

            Quando questa calma si spezza, la narrazione precipita in un vortice d’azione che sembra uscito da un qualsiasi capitolo di Call of Duty: sparatorie, evacuazioni, corpi dilaniati, esplosioni. È una sequenza immersiva, travolgente, capace di catturare, ma che col tempo rivela il suo rovescio: la spettacolarità inghiotte il dolore, la coreografia sovrasta la tragedia, il trauma si cristallizza in immagine lucida e distante, quasi commercialmente glamour. 

            Proprio in questo scarto, si comprende l’operazione nel suo complesso: in Warfare la guerra non ha spiegazioni, non c’è un prologo che orienti lo spettatore, non ci viene detto chi siano i nemici né perché quei soldati debbano difendere quella casa. L’unico imperativo è restare vivi. Ed è allora in questa assenza di motivazioni che si annida l’assurdo, quello di una conflitto combattuto per inerzia, che si fa e disfà senza produrre nulla (di nuovo) se non altro dolore, altre morti e, in tal senso, riproducendosi.

            La recensione di Warfare, il nuovo film di guerra di Alex Garland, co-diretto con Ray Mendoza, dopo il successo di Civil War.

            Non si tratta di un messaggio inedito: moltissimi autori e registi, infatti, hanno raccontato la guerra secondo traiettorie simili, come un’esperienza sensoriale che sottende, rimanda, riflette quella politica. Eppure, Garland innesta su questa tradizione (e memoria) del war movie un tratto personale che porta Warfare oltre i confini del classicismo. Echi videoludici, linguaggi mutuati dalla realtà virtuale, dall’arte contemporanea per un oggetto performativo, ibrido, di frontiera, sospeso tra cinema, video arte e simulazione immersiva. Ma anche un film di trincea nel rapporto tra mezzo e realtà, tra la necessità di testimoniare e l’impossibilità di farlo senza trasformare l’esperienza in rappresentazione, in artificio. Si decide quindi di rifare la guerra: metà reenactment, metà riflessione teorica (sullo sguardo, sempre e comunque implicato, che abita e osserva il campo di battaglia). 

            Ne deriva così un cortocircuito in cui il cinema diventa dispositivo postumo di verifica, immagine che rielabora e riesplora il reale. La confessione si fa spettacolo, il diario, un esercizio di stile immersivo, e il film un gesto duplice, potenzialmente controverso, alfine irrisolto. Da un lato, infatti, si proclama oggettivo, realistico, quasi clinico e scientifico (nell’attenzione posta su equipaggiamenti, tecniche, protocolli). Dall’altro, si lascia inevitabilmente attraversare e, in un certo senso, stemperare dalla voce di Ray Mendoza, che si infiltra in ogni fotogramma. La sua memoria contamina la messa in scena, incrinando il tentativo di cronaca e trasformandolo in qualcosa di irrimediabilmente soggettivo e contraddittorio. Esemplare, sì, nel suo scansare ogni tipo (o quasi) di enfasi retorica; affascinante e ipnotico nella prima metà. Molto meno convincente quando cede alle sue tentazioni estetiche e semplificazioni cerchiobottiste.

            La recensione di Warfare, il nuovo film di guerra di Alex Garland, co-diretto con Ray Mendoza, dopo il successo di Civil War.

            Nondimeno, come spesso accade al nostro, ai limiti sopravvive un’intuizione folgorante: quella musica ossessiva, un brano da discoteca che diventa battito vitale, ricordo di un mondo lontano e intatto, e insieme promemoria della fragilità della vita in guerra, appesa al ritmo di una canzone che può spegnersi da un istante all’altro. E contrappunto assordante al finale vero e proprio, quando nel silenzio irreale e sintomatico, tra fumo e macerie, risuona una voce spezzata, che ripete cinque volte una parola semplice, ma carica di dolore, rabbia e impotenza. Una domanda, veramente, che resta sospesa, senza risposta. “Why?”. 

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