
BREVE STORIA D'AMORE nasce sotto il segno dell'incertezza
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Breve storia d'amore
USCITA ITALIA: 27 novembre 2025
REGIA: Ludovica Rampoldi
SCENEGGIATURA: Ludovica Rampoldi
CON: Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Andrea Carpenzano, Valeria Golino, Massimo De Lorenzo
GENERE: drammatico, sentimentale, commedia, thriller
DURATA: 98 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Tra dramma psicologico, thriller erotico e commedia sentimentale, Breve storia d’amore segna il debutto dietro la macchina da presa di Ludovica Rampoldi. Un film che esplora tradimento, desiderio e dinamiche di coppia, dalle buone intuizioni ma con uno sguardo non sempre convincente, che spesso predilige la forma alla sostanza.
Se Paolo Genovese avesse diretto Challengers (peraltro, l’ombra di quel “Stiamo ancora parlando di…?” aleggia in più momenti), forse ne sarebbe uscito qualcosa di simile a Breve storia d’amore di Ludovica Rampoldi. Che però non è la storia di un ménage à trois, bensì di un triplo intreccio tra due coppie: i trentenni Lea e Andrea, e i cinquantenni Rocco e Cecilia. Quattro personaggi i cui destini collidono la sera in cui Lea conosce Rocco in un bar e inizia con lui una relazione clandestina. Un tradimento come tanti, in apparenza, che prende una piega imprevista quando la donna comincia a infiltrarsi nella vita dell'uomo, fino a coinvolgere i rispettivi compagni in una resa dei conti finale.
Tra dramma (pseudo)psicologico, thriller erotico ad alto tasso velenoso e commedia sentimentale che si diverte a smontare, uno dopo l’altro, i totem e le convenzioni della società e della rispettabilità borghese, Rampoldi compie il grande salto dietro la macchina da presa portandosi dietro tutto ciò che, da sceneggiatrice, l’ha resa una delle firme più solide del panorama italiano. Il traditore ed Esterno notte di Marco Bellocchio, il quasi coevo Il maestro di Andrea Di Stefano: tutti lavori nei quali ha sempre dimostrato una notevole capacità nello scandagliare dinamiche complesse e intime. Le stesse qualità che ora trasla, con talora sorprendente disinvoltura, alla regia.
E quindi, l’intimità come campo minato, il tradimento come detonatore morale, il desiderio come luogo di crisi e rivelazione. Breve storia d'amore attraversa queste zone con riconoscibile maturità, muovendosi tra tensioni latenti, conflitti emotivi compressi, e improvvise esplosioni che rimodellano i rapporti di forza e potere all’interno del rapporto. Tuttavia, la coppia centrale interpretata da Pilar Fogliati e Adriano Giannini non sempre convince. Manca infatti la chimica necessaria a rendere credibile il loro legame, a cui si somma l'impressione che i momenti di intimità siano costruiti più per necessità drammaturgica, senza mai essere attraversati da un qualche tipo di energia o vibrazione seducente, da un sentimento autentico nel suo essere fittizio e “messo in scena”.
Questa loro opacità espressiva ha pertanto come unica conseguenza il far risaltare ed emergere con maggiore forza i rispettivi partner nella finzione. Valeria Golino si fa ricordare come moglie maternalmente minacciosa, capace di imprimere tensione con gesti minimi, laddove Andrea Carpenzano trattenendo una fragilità acuminata, che corrisponde perfettamente al suo profilo di attore, dona spessore alla figura senza dubbio più marginale del quartetto. Non solo, tale discrepanza accentua l’impressione di un'opera che sa osservare le sfumature emotive con attenzione, ma non sempre riesce a proiettarle, affidarle al recitato o farle affiorare sulla corporea superficie degli interpreti.

Ad ogni modo, Rampoldi filma l’altro — il partner, l’amante, una particella che devia dalla traiettoria stabilita — alla stregua di una minaccia e insieme di una possibilità. E il suo si delinea già come un cinema che ascolta le vibrazioni interne, gli urti piccoli, sordi del quotidiano; interessato più alle incrinature che all’azione in sé e per sé, al movimento emotivo che non a quello narrativo. Va detto inoltre che la neoregista dimostra una sorprendente facilità nel mescolare generi e suggestioni, cambiando registro senza rallentare un attimo, un po' come se la storia stessa si rifiutasse di rimanere entro un’unica cornice.
Pur tuttavia - e per quanto ammirevole - questa idea di imprendibile fusione non sempre trova un corrispettivo formale assonante, compiuto, equivalente. Sì, le intuizioni ci sono, ma raramente si compongono in un disegno organico. Anzi, sembrano sfiorarsi l'un l'altra senza mai incastrarsi. Oltretutto Rampoldi fatica a occultare la propria prima pelle artistica. In ogni singola componente si percepisce la sua mano da sceneggiatrice che, invece di trasformarsi in cifra stilistica, resta ingombrante. Le immagini che dovrebbero sorreggere il discorso simbolico rimangono abbozzate o troppo pedanti: il pesce rosso, il formicaio, la scala a spirale... Al contempo, la suddivisione in capitoli, più ornamentale che logica, appare un vezzo pseudo-autoriale che finisce per appesantire la narrazione, conferendole un’aria didascalica e organizzando qualcosa che potrebbe e dovrebbe darsi con naturalezza.
Anche l'impianto sonoro oscilla in una simile direzione ed esemplifica, in un certo qual modo, l’impressione e percezione generale consegnata dalla pellicola. Tra la vellutata oscurità dei Depeche Mode e la passionalità italica di (Nata sotto il segno dei pesci di) Antonello Venditti, Breve storia d’amore sembra cercare una chiave che però non trova mai davvero. Non capiamo fino in fondo quale sia il tono definitivo del testo, quale registro voglia abitare. Se la torbida ambiguità di un erotico d’autore o la brillante esattezza di una commedia cinica, se l’autopsia dei sentimenti o la leggerezza del gioco di ruolo. Giusto nel segmento finale, quando la tensione esplode, irrompe sulla scena, si materializza, il racconto trova una direzione più solida, regalandosi e regalando a chi guarda un atto conclusivo sorprendentemente avvincente.
Parliamo anche e soprattutto per questo motivo di un prodotto che cerca le grandi platee (e chissà se le intercetterà), che tenta di piacere a molti senza alienarsi del tutto gli amanti di un cinema più sofisticato. È possibile che riesca nell'intento, ma questo desiderio di compiacimento ne limita irrimediabilmente la forza. Così, quella che avrebbe potuto essere una ventata d’aria fresca per il nostro panorama diventa una brezza leggera, piacevole ma non rigenerante. E un lemma quasi del tutto introvabile nella lingua del cinema italiano, la parafrasi di forme consuete.
Eppure, pur non raggiungendo una sintesi compiuta tra provocazione e introspezione, e pur non rielaborando davvero i modelli di riferimento che evoca, il film muove un gesto importante nel sottrarsi al recinto di quel cinema “di correttezza” che teme l’ambivalenza, il corpo, l’insoluto. In questo tentativo — non sempre riuscito, ma sincero —, nella volontà di attraversare zone narrative spesso eluse dalla produzione coeva, di sporcare l’immagine, di toccare nervi scoperti, sta forse il valore maggiore dell’esordio di Rampoldi: un’opera assieme imperfetta, irrisolta, promettente, che lascia intuire la regista che potrebbe diventare quando e se mai imparerà a fidarsi davvero del cinema.
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