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            1 Settembre 2025
            La recensione de Il maestro, il nuovo film di Andrea Di Stefano con Pierfrancesco Favino maestro di tennis.
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            FESTIVAL DI VENEZIA 82

            IL MAESTRO, o il (de)fault di Andrea Di Stefano

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Il maestro
            USCITA ITA: 13 novembre 2025
            REGIA: Andrea Di Stefano
            SCENEGGIATURA: Andrea Di Stefano, Ludovica Rampoldi
            CON: Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Dora Romano, con Valentina Bellè, Astrid Meloni, Chiara Bassermann, Paolo Briguglia, Roberto Zibetti, Fabrizio Careddu, e con Edwige Fenech
            GENERE: drammatico, commedia, sportivo, sentimentale
            DURATA: 125 min

            VOTO: 6+

            RECENSIONE:

            Con Il maestro, Andrea Di Stefano abbandona per la prima volta il thriller e il noir che hanno segnato la sua carriera, alla volta di un dramedy sportivo dal tono nostalgico e autobiografico. Tra campi da tennis assolati, padri e figli putativi, e un legame inatteso, il regista prova a ridefinire la propria traiettoria autoriale, pur facendo i conti con una narrazione irregolare e qualche caduta di stile. Un film imperfetto, ma capace di restituire un qualcosa di genuino.

            Se non fosse temporalmente e matematicamente impossibile, si potrebbe dire che Andrea Di Stefano abbia attinto più di un semplice spunto da Challengers di Luca Guadagnino nel dare forma a Il maestro, un film (presentato fuori concorso all’82° Festival di Venezia) che costituisce una svolta per la sua filmografia. Una tappa che ridefinisce la propria traiettoria autoriale, fino a oggi saldamente ancorata a un territorio estetico e narrativo ben delimitato – quello del thriller e del noir, il cui apice si è avuto proprio col precedente L’ultima notte di Amore – e che qui si apre invece a nuove possibilità espressive, sbarcando nei lidi del dramedy a tema sportivo. 

            Ciò detto, oltre all’utilizzo di una musica elettronica serratissima, anche qui, come nell’improbabile prodromo, il gioco del tennis si tramuta, minuto dopo minuto, in un pretesto esibito. Come un servizio perfetto concepito per spostare subito l’attenzione altrove, per parlare di modelli maschili e paterni, del dolore della crescita, come pure della potenza dell’insegnamento e della bellezza dei legami umani. Il campo arancione si trasforma così in uno spazio ideale, dove non importa se si vince o si perde. Dove l’agonismo è, in realtà, solo quello di conflitti, sentimenti, storie, rimpianti, segreti. 

            Italia, fine anni Ottanta. Felice ha tredici anni, un talento acerbo e il peso delle aspettative paterne sulle spalle. Dopo anni di allenamenti e disciplina ferrea, è il momento dei tornei nazionali. Per prepararlo al meglio, il padre lo affida a Raul Gatti, sedicente ex campione che ama ricordare un ottavo di finale agli Internazionali di Roma. Ha così inizio un viaggio lungo la costa italiana: il giovane assapora forse per la prima volta la libertà, mentre l’altro intravede la possibilità di ricominciare. Come da tradizione nelle parabole di maestri e allievi, padri e figli putativi, tra i due nasce un legame inatteso, profondo, irripetibile. Come certe estati, che accadono una volta sola e non tornano più.

            Dopo la sua “ultima notte” nei panni del tenente Marco Amore, Pierfrancesco Favino torna a collaborare con Di Stefano, offrendo un’interpretazione in cui si muove con disinvoltura tra registri diversi: charmant, ironico, a tratti persino fragile, ma non sempre in grado di liberarsi dal pilota automatico del proprio divismo. Pur cercando di svincolare Raul Gatti dai confini di una maschera iconica, questi finisce inevitabilmente per affidarsi a tratti distintivi che finiscono solo per sottolinearne ancor più l’aura larger-than-life: il capello lungo, gli occhiali Ray-Ban, l’aria da eterno guascone sciupafemmine…

            È un film, Il maestro, dal valore fortemente personale e biografico per Di Stefano (“chiaro, papà?”), interessato in fondo ad una riflessione sull’importanza della comunicazione dentro e, soprattutto, fuori dal campo, ma anche sul valore e l’importanza della disobbedienza, sull’accettazione della sconfitta come parte integrante della vita. Messaggi che, come intuibile, rischiano di scivolare prontamente nel moraleggiante e nel retorico, e che non riescono in alcun modo a librare il racconto oltre un velo nostalgico alquanto tenace, intriso di ricordi di un’Italia sudaticcia, vivace, pruriginosa e assolata, quasi di plastica, con pochi odori e sapori autentici, filtrata dallo sguardo di un bambino del quale tuttavia, superata la metà, la pellicola sembra di fatto dimenticarsi, in favore della figura (dominante) di Gatti, sospesa tra un passato turbolento e un presente tutto da riscrivere.

            Più di una cosa non funziona: la fotografia (di Matteo Cocco9 a tratti salta, cede, commette qualche passo falso, il livello generale della recitazione non rimane sempre coerente e costante, così come la drammaturgia, calante in alcuni punti. Eppure qualcosa riesce a far breccia, soprattutto per merito del genuino spirito di squadra che lega su schermo divo e esordiente - quest’ultimo, il giovanissimo Tiziano Menichelli, già notato e apprezzato in Denti da squalo.

            E se l’epilogo - frutto di un percorso narrativo abbastanza prevedibile - appare purtroppo artificioso, la scelta di lasciarvi il tennis fuori campo, concentrandosi piuttosto su due significativi scambi di sguardi, è la piccola vittoria finale di un feel-good movie imperfetto, che procede in maniera discontinua, ma che conserva un nucleo di sincerità. Quella di un autore che prova a giocare in un altro campionato - anche se poi il risultato non è proprio di prima categoria.

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