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            31 Maggio 2025
            La recensione de La trama fenicia, il nuovo film di Wes Anderson, con Benicio del Toro, Michael Cera, Tom Hanks.

            LA TRAMA FENICIA, il (buon) film di cui ci si accontenta

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Phoenician Scheme
            USCITA ITALIA: 28 maggio 2025
            USCITA USA: 30 maggio 2025
            REGIA: Wes Anderson
            SCENEGGIATURA: Wes Anderson
            CON: Benicio del Toro, Mia Threapleton, Michael Cera, Riz Ahmed, Tom Hanks, Bryan Cranston, Mathieu Amalric, Richard Ayoade, Jeffrey Wright, Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch, Rupert Friend, Hope Davis, F. Murray Abraham, Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe, Bill Murray
            GENERE: commedia, drammatico, avventura, spionaggio, noir
            DURATA: 105 min
            Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025

            VOTO: 7/8

            RECENSIONE:

            È il Wes Anderson che abbiamo imparato a conoscere, quello de La trama fenicia, ennesima manifestazione di un cinema sapientemente, nascostamente, labirinticamente sotto analisi, in confessione, in dialogo con sé stesso, col suo stato di salute, il suo grado di umanità, ma, questa volta, anche col nostro presente. Che è poi la trama dentro (e dietro) la trama fenicia. Ossia la valutazione di un’arte manipolatoria, di un illusorio prestigio nel mondo di oggi. La più politica, utopica e (in)fallibilmente umana fra le creature andersoniane.  

            È una grande (e vistosa) conversione a definire il cinema di Wes Anderson che vediamo e pensiamo oggi. Risale al 2009, ai tempi (non sospetti, qualcuno aggiungerebbe rimpianti) di Fantastic Mr. Fox, film con cui il regista di Houston si approccia per la prima volta all’animazione e nulla, da allora, è più stato lo stesso. Le possibilità che questa tecnica gli garantisce - il riuscire, in altre parole, a far andare di pari passo immaginazione, concezione, design, e materia filmica, immagine, effettiva concretizzazione scenica - sono le promesse che lo indurranno già dal successivo Moonrise Kingdom a traslare modi e procedimenti della stop-motion nel cinema “dal vero”,  trattandolo, affrontandolo alla pari.

            Prende ufficialmente il via questo percorso di lenta trasformazione, transustanziazione, tensione delle sue creazioni a favore e alla volta di una forma sempre più ideale e idealizzata, precisa, finanche estrema nel suo manierismo estetico ed estetizzante. E passa in un batter d’occhio dai fasti e dalle celebrazioni di Grand Budapest Hotel e de L’isola dei cani (di nuovo, un'avventura animata) alle insofferenze (di molti cultori della prima ora) per The French Dispatch, pellicola nella quale la metamorfosi è completa(ta), piena, strabordante. Che è forse l’aggettivo che meglio rende la natura, l’essenza e la stoffa (nel senso anche di tessuto poetico) dei mondi andersoniani, via via più simili a wunderkammer: scrigni di invenzioni, oggetti, feticci, totem, volti, riecheggi e riferimenti apparentemente inesauribili.

            Proprio in quell’ode al potere innato del racconto, ad un giornalismo di rivista quasi archetipico e archeologico, il cineasta registra, stampa, consegna agli annali il (principio e i princìpi, la sintesi, la costituzione, l’animazione del) suo nuovo cinema. 

            La recensione de La trama fenicia, il nuovo film di Wes Anderson, con Benicio del Toro, Michael Cera, Tom Hanks.

            Si giunge così ad un punto di non ritorno, di massima saturazione, di deflagrazione estetica del quadro cinematografico. E quindi: alla simmetria della composizione, all’esagerata attenzione, alla continua evidenziazione e all’assurda catalogazione del dettaglio, come pure ad una direzione marionettistica (oltre il plastico) degli attori e ad un (di)segno visivo e caratteristico del personaggio che risente sempre più dell’amore e dei tentativi in stop-motion di cui sopra, oltre che ad una temporalità sfuggente e discontinua, ad una scrittura esemplare ed umana nella sua bizzarria ed eccentricità. Tutti tratti e stilemi che rifioriscono, prosperano, solo invertiti di senso già dal lungometraggio seguente e dai quattro corti tratti da Roald Dahl.

            Tanto inconfondibile quanto irresistibile: questa forma diventa allora sempre più una superficie riflettente, un proverbiale velo di Maya, il sudario a colori pastello di un cineasta che ragiona sull’anacronismo del suo cinema. Asteroid City è, in questo senso, un requiem pre-mortem; una ben celata meditazione di Anderson sul suo status di artista ed uomo, sull’ingombro e la sopraffazione operati dalle sue creature, da questa impronta emblematica impressasi a forza nelle nostre retine. E le storie - quelle dei personaggi affidati al solito ad una parata di star, tra vecchie e nuove conoscenze - sono dominate da estenuazione, inadeguatezza, afflizione, depressione, dolore e, va da sé, dalla morte. Ne deriva una pellicola molto più dinamica dell’apatia e distacco che dà (volontariamente) a vedere, e parimenti onesta e intelligente nel riferirsi ad un’emotività a lungo repressa, chiedendo allo spettatore un atto di volontarismo massimo. Perché si può “dare piena fiducia (solo) a chi amiamo”. 

            La recensione de La trama fenicia, il nuovo film di Wes Anderson, con Benicio del Toro, Michael Cera, Tom Hanks.

            Stanno tutti qui: in questa fede cieca(?), maturata(?), nel racconto della morte di un autore; i germi e i presupposti de La trama fenicia, il dodicesimo e, ad oggi, ultimo lungometraggio di Anderson.

            Protagonista è tal Zsa-zsa Korda (il cognome, non a caso, proviene da una dinastia ungherese di importanti artisti cinematografici), un uomo, imprenditore ergo autore di sé stesso, che ha fatto di un’arte tutta sua - quella della ricchezza, degli affari, della manipolazione e della corruzione - la propria vita e, inevitabilmente, la propria morte. Lo scheletro (di shakespeariana memoria) che campeggia sul suo tavolo delle trattative è solo l’indizio più chiaro, la quintessenza di una personalità solitaria, umbratile, nichilista, disillusa e materialista. Di un magnate che trascorre le sue giornate a truffare, eludere, provocare, elargire granate come pegno di sofferta amicizia, architettando piani, schemi, strategie così da garantirsi che nessuno sia più ricco di lui. Nel rispetto dell’insegnamento di un padre che gli raccomandava: “se qualcosa ti ostacola, travolgilo”.

            Tutti lo temono e, con medesima intensità e convinzione, lo detestano e cercano di sabotare, azzoppare, ma anche e soprattutto assassinare. A far precipitare il suo aereo privato ci hanno già provato sei volte, a tal punto che lui stesso è ormai esausto, stanco di (soprav)vivere, anestetizzato a questa morte seguace. Ma è proprio questa - unita alla diffidenza e all'insofferenza verso tutto ciò e coloro che lo circondano - la ragione che lo spinge a mettersi alla ricerca di un erede. E lo trova nella figlia Leslie (unica femmina su dieci, avuti con mogli diverse, ognuna scomparsa in circostanze misteriose), della quale si è sempre interessato (a debita distanza) ma che non vede da moltissimo tempo. Ormai prossima a prendere i voti, quest'ultima è di fatto la sua ultima chance per salvare quantomeno il suo patrimonio, la sua eredità, la sua immagine, e l’ambizioso progetto che ha meticolosamente preparato e studiato per anni e anni, chiamato proprio “la trama fenicia”.

            Quello che inizia come un pratico e concreto “periodo di prova” pro-erede (à la Frances Hodgson Burnett de Il piccolo lord e The Lost Prince) si tramuta presto in altro. Qualcosa in Zsa-zsa s'innesca e sblocca, portandolo ad interrogarsi, mettersi in discussione, forse addirittura a cambiare il corso della propria vita, abbandonando il fardello della propria identità, facendosi uomo nel momento stesso in cui si (ri)fa padre.

            La recensione de La trama fenicia, il nuovo film di Wes Anderson, con Benicio del Toro, Michael Cera, Tom Hanks.

            È allora su un doppio binario che si muove il discorso di Wes Anderson. Un binario che finisce per congiungersi, coincidere e sovrapporsi: quello dell’arte come rifrazione, sintomo, eco della vita; in un film con trama e trama. Un’avventura spionistica dalla fissità vignettistica e dall’animo cartoonesco, sul calco spirituale di Rapporto confidenziale, che è in realtà solo un McGuffin, il pretesto, la copertina, il gancio narrativo di una parabola più intima, emotiva, esistenziale alla cui temperatura melò nemmeno le immagini e le metodiche composizioni di sorta possono resistere.

            Pian piano, tappa dopo tappa, si rivela, (de)scrive e (ri)costruisce difatti il rapporto tra un padre un po’ Orson Welles, un po’ Howard Hughes, un po’ Signor Fox, e una figlia che assurge a tutto. A figura salda e indiscutibile, giacché il suo disprezzo, la sua iniziale ostilità, la sua rabbia e delusione momentanee sono le uniche realmente sentite, le sole a contare davvero nel marasma di voci convulse, a mitraglia. A minimo comune denominatore di un’intera esistenza. Ad unico appiglio di un’umanità da abbracciare per la prima volta. O ancora, a soggetto di una (beffarda e disincantata) riflessione - o improvvisazione - di fede da parte di un “ateo cristiano”, come veniva definito un certo Ingmar Bergman (che funge da lampante ispirazione per alcuni segmenti).

            A giudice, giuria e boia di un (auto)processo kafkiano senza indulgenze né sconti, mutuato per l’appunto dal succitato Asteroid City e posto alfine in evidenza, in primo piano. Promosso a testo proprio qui, nell’ultimo venuto di un cinema, anch’esso, nuovamente, sapientemente, nascostamente, labirinticamente sotto analisi, in confessione, in dialogo con sé stesso, col suo stato di salute e il suo grado di umanità. Ma anche, per una volta, col nostro zeitgeist, che è poi la trama dentro la trama fenicia - dove il peso del padre diventa quello di un autore, e viceversa. Vale a dire la valutazione di un’arte manipolatoria, di un prestigio ai fini dell’affabulazione. Di un’impresa cinematografica nel contesto, nel tessuto sociale, politico, culturale, e nella cornice di un tempo in cui quanto di più difficile è fronteggiare le menzogne e le invenzioni, gli artifici e gli inganni di coloro che dispongono del potere e puntualmente riducono tutto a “chi batte chi, e in cosa”.

            La recensione de La trama fenicia, il nuovo film di Wes Anderson, con Benicio del Toro, Michael Cera, Tom Hanks.

            La trama fenicia è insomma l’opera più imprevedibilmente politica - e politicamente lungimirante, astuta - di tutta la filmografia andersoniana. Perché nel Korda prima maniera c’è anche qualche accenno di Trump, per non parlare della stessa Fenicia, “la cosa più simile alla Palestina nel cinema statunitense di oggi” [Feole].

            Una fiaba utopica, anticapitalistica a parole e nei fatti (produttivi), ma non per questo meno (in)fallibilmente umana che tratta della persistenza e della fermezza spettrale di ideali, modelli, dottrine, il più delle volte fallaci e fuorvianti, attraverso le coordinate estetiche dell’universo Anderson. E quindi per mezzo di luoghi e forme comuni, di ossessioni e figure ricorrenti, dei sodalizi (con la costumista Milena Canonero, gli scenografi Adam Stockhausen e Anna Pinnock, il compositore Alexandre Desplat) e delle prime volte (come nel caso d'un Bruno Delbonnel in sostituzione mimetica del sodale Robert Yeoman, di una Mia Threapleton, già figlia d’arte di Kate Winslet, qui al suo primo ruolo principale, senza dimenticare un Michael Cera istintiva espressione e corpo che pare fatto su misura del proprio burattinaio), in tandem con la solita, eccezionale compagnia di star habitué (fra cui Benicio del Toro, di ritorno da The French Dispatch, Riz Ahmed, Tom Hanks, Bryan Cranston, Mathieu Amalric, Richard Ayoade, Jeffrey Wright, Scarlett Johansson, un Benedict Cumberbatch “biblico”, Rupert Friend, Hope Davis, Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg, un sommo Bill Murray).

            Mediante lo stile (e l’impareggiabile dote di essere coerente e fedele a sé stesso pure quando ricorda altro cinema), La trama fenicia racconta, in fondo, la fossilizzazione e la mummificazione di un presente il cui unico residuo, ormai vestigiale, di speranza e sopravvivenza è la famiglia “in prova”, ossia quella che si sceglie. Di cui ci si accontenta. Come di un film che non sia proprio un capolavoro, ma soltanto bello. 

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