
LA CITTÀ PROIBITA, o Roma come riflesso di un cinema
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La città proibita
USCITA ITALIA: 13 marzo 2025
REGIA: Gabriele Mainetti
SCENEGGIATURA: Stefano Bises, Gabriele Mainetti, Davide Serino
CON: Enrico Borello, Yaxi Liu, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Luca Zingaretti
GENERE: drammatico, azione, avventura, sentimentale, commedia
DURATA: 138 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
È un'opera più di concetto che di fatto (e di fatti), La città proibita, terzo lungometraggio di Gabriele Mainetti, regista de Lo chiamavano Jeeg Robot. Un film che, ancor prima che una storia, racconta e mette in chiaro il legame inscindibile del cineasta con Roma: non una semplice ambientazione o collezione di scorci, luoghi, monumenti, bensì riflesso inimitabile e impeccabile di un'idea di cinema basata sull'integrazione e la fusione culturale, e per questo unico e nuovo nel suo (indefinibile) genere.
Roma è ben più di una semplice ambientazione per i film di Gabriele Mainetti, ben più di un attaccamento puramente biografico o anagrafico. Non solo un’esigenza narrativa, né tantomeno un semplice requisito minimo, necessario per il sapore, l’atmosfera, le armonie di una storia. No, la Capitale per il regista de Lo chiamavano Jeeg Robot è prima di tutto un telaio, un’architettura estetica, poetica, politica, ideale e ideologica.
Questa cosa risalta chiaramente attorno alla metà circa de La città proibita, la sua terza prova dietro la macchina da presa di un lungometraggio, a quasi quattro anni di distanza dal faticosamente ambizioso tour de force di Freaks Out. Non che quest’ultimo progetto sia da meno. Anzi - seppur sia la prima pellicola che il cineasta non produce direttamente - obiettivi e aspirazioni sono sempre elevati, si potrebbe dire icariani, ad ogni modo insoliti, fenomenali, mostruosi per gli standard della nostra industria. Questa volta, però, un maggior occhio di riguardo, lo si è posto anche sul valore d’esportazione, sulla possibilità di competere nello spietato agone internazionale. Di pari passo al coraggio, segue il vil denaro, con un budget che somma 3 milioni a quello del predecessore, per un totale di 16 o poco più.
Numeri vertiginosi, com’è del resto la visione, l’intuizione e l’intenzione di Mainetti, che immagina di trasportare e trasfigurare Hong Kong - nello specifico, il suo cinema più riconoscibile - all’ombra del Colosseo, per le strade del rione Esquilino. Di produrre, in altre parole, un raro esemplare di spaghetti kung-fu. O - per dirla col primissimo titolo del film - di kung-fu all’amatriciana.

La storia è quella di Mei, giovane ragazza cinese esperta di arti marziali che arriva (non si sa come) a Roma alla ricerca della sorella, sfruttata dall’infido e crudele Mr. Wang come sex worker del suo locale e misteriosamente scomparsa dopo aver fatto la conoscenza di Alfredo, vecchio proprietario di una storica osteria a pochi passi.
Si dice che i due, innamoratisi l’uno dell’altra fin dal primo sguardo, abbiano mollato tutto e tutti, e siano fuggiti senza lasciare traccia dalle loro vite, va da sé piene di problemi. Anche se sarebbe più corretto dire: lasciando debiti e dolori a chi, invece, è rimasto. Come nel caso di Marcello, figlio dell’oste, presosi sulle spalle il destino e il futuro dell’attività di famiglia, inclusa la crisi della madre Lorena, e gli obblighi che il genitore aveva con l’amico strozzino Annibale, torvo e burbero magnaccia del quartiere. Ebbene, caso vuole che quest’ultimo e l’enigmatica ragazza cinese calamitino, gettandosi a capofitto nella (banale, ma significativa) oscurità del sottobosco criminale della capitale.
La Città Eterna, appunto, ma non per privilegio o prerogativa storica, quanto piuttosto come prototipo di crogiolo, crocevia, mélange caotico, informe, corrente e coerente, fondato su un’ibridazione culturale ed esistenziale che l'ha resa senza tempo. Che ne ha garantito tale eternità. La stessa che funge da riflesso inimitabile e impeccabile per l’idea di cinema sostenuta dall’autore capitolino.
La Roma de La città proibita è intesa quindi come capo di un mondo, di un universo cinematografico da subito chiaro e delineatissimo: è questo che, meglio di ogni altra cosa, potrà risaltare all’occhio dello spettatore più accorto durante la visione. Ancora meglio dell’effettiva solidità di un’impalcatura filmica e produttiva, segno anzitutto dell’evoluzione registica di un Mainetti che - pur non riuscendo a resistere alla gratuità di un’azione più vicina ad un pressure test, ad un’esibizione di conformità, che non ad uno strumento di racconto - dimostra grande polso, senso di gravità spettacolare e drammaturgica ed un’agilità sempre sinonimo di serietà. Un'ossatura forte inoltre della professionalità e dell’efficacia di un ensemble di maestranze di primissima scelta. Parliamo, tra gli altri di un ispiratissimo Paolo Carnera, la cui fotografia è tratto ed elemento essenziale per la credibilità e la convinzione di simili premesse, al montatore Francesco Di Stefano, parimenti decisivo, per non parlare dello scenografo Andrea Castorina o della costumista Susanna Mastroianni.
Eppure, il cuore pulsante della pellicola, chi la tiene in pugno sono, senza ombra di dubbio, gli interpreti. A spiccare, l’intensa Yaxi Liu, già body double sui set hollywoodiani, qui al suo vero e proprio esordio (dai tratti autobiografici); e un Enrico Borello dall’ottima e vitale presenza per portare il racconto sul desiderato terreno di concretezza e realismo, ben affiancato da un Marco Giallini squalo privo di denti, mattatore di funerea appariscenza.
Tutti loro, come pure una Sabrina Ferilli e un Nicola Zingaretti marginalmente funzionali, sono chiamati a portare in scena - ora soffrendo, ora elevando - la purtroppo esile sceneggiatura scritta a sei mani da Stefano Bises, Davide Serino e dello stesso Mainetti, prodigiosa nella caratterizzazione, nel dialogo e nelle punte più aforistiche e suggestive, molto meno nell’elaborazione e scansione narrativa, nella composizione di un intreccio coinvolgente, energico, distintivo.

Quel che perdura e permane, una volta chiusosi il sipario, è comunque l’impressione di un’opera più di concetto che di fatto (e di fatti); di appassionata astrazione che affonda le proprie radici in un realismo e in una realtà di certo alterati, ma in tutto e per tutto nostri.
Manifesto di strabordante e dunque ossimorica sintesi, La città proibita parla allora di un’Italia sull’orlo di una crisi di nervi, razzista, insofferente, inceppata su principi, convinzioni e finzioni obsolete, ormai abbandonata all’irragionevolezza più totale, ad inarrestabili recrudescenze fasciste. Un’Italia di barbari conquistati solo ed esclusivamente dall’odio e dalla paura di uscire o dover dire addio al proprio habitat d’inerzia e ignavia, di rimanere soli, incompresi, senza un pubblico. Non è un caso che l’Annibale di Giallini, al pari di tutti gli altri villain dei film di Mainetti, mostri velleità di showman aspirante e fallito.
Allo stesso tempo, La città proibita è anche la raffigurazione plastica, autoconsapevole (del rischio paccottiglia) e più chiara di un cinema che lavora non tanto sulla particolarità e la raffinatezza, bensì sulla bontà della miscela e delle (cinematografiche) materie prime. Un cinema, inevitabilmente, di grana grossa, di grandi e buoni sentimenti, di intrattenimento estratto, sviscerato “gioc(and)o con mondi inesplorati” i cui grimaldelli sono appunto l’ambizione, ma soprattutto la fusione, gli innesti e l’integrazione culturale. Cosa che gli permette di creare qualcosa di unico e nuovo nel suo (indefinibile) genere.
Una ricetta destinata pertanto - poiché imprendibile e irreplicabile - a non diventare mai davvero popolare. Proibita ad un panorama italiano dimentico di come si combatte(va) nell’arena di quella follia lucida che è il cinema. Quella dei Leone, Argento, Fulci, Deodato, e oggi - con tutti i distinguo - solo di Sollima e Mainetti.
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