
HERE e il Ritorno al futuro di Robert Zemeckis
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Here
USCITA ITALIA: 9 gennaio 2025
USCITA USA: 1 novembre 2024
REGIA: Robert Zemeckis
SCENEGGIATURA: Eric Roth, Robert Zemeckis
CON: Tom Hanks, Robin Wright, Paul Bettany, Kelly Reilly
GENERE: drammatico, storico
DURATA: 104 min
VOTO: 9
RECENSIONE:
Robert Zemeckis rifà squadra col cast tecnico e artistico di Forrest Gump e porta sul grande schermo la singolare graphic novel di Richard McGuire per farne espressione traslucida del nostro essere e sentire postmoderno. Il regista si getta a capofitto nella questione controversa e spinosissima dell’intelligenza artificiale, ringiovanendo digitalmente i propri interpreti e costruendo un paradosso temporale in piena regola in funzione al racconto di una e mille storie già senza tempo. Firmando insomma il suo ennesimo Ritorno al futuro.
“L’unica direzione in cui andiamo è il futuro”, dice qualcuno in una delle primissime sequenze di Here, il ventiduesimo lungometraggio di un regista, un inventore, un aviatore delle immagini che, l’avvenire, lo ha sempre guardato in faccia, con la gioia, il trasporto, la giocosa imprudenza di un eterno fanciullo, senza mai un briciolo di (seppur naturale) inquietudine o paura.
Durante la sua carriera ormai cinquantennale, Robert Zemeckis è stato capace di riscrivere le regole, il funzionamento e le funzionalità dello spazio e del tempo cinematografico (e non solo), affidandosi alle entusiasmanti novità proposte dall’avanzamento e dagli sviluppi della tecnologia applicati al racconto audiovisivo. Come dimenticare la fusione di live-action e animazione nel seminale e tutt’oggi imitato Chi ha incastrato Roger Rabbit?, il compositing digitale dell’indimenticato Forrest Gump, l’utilizzo stupefacente della motion capture in Polar Express e ne La leggenda di Beowulf, unito all’uso davvero immersivo e teoricamente stimolante del 3D (caratteristica che condivide solo con Avatar di quell’altro scopritore e cantore di mondi artificiosi che è James Cameron) di A Christmas Carol...
Ed è proprio con l’adattamento dickensiano che questa sua ultima fatica condivide più consonanze. Difatti, quello che lì (come nella controparte cartacea) compiva lo Scrooge “vestito” da Jim Carrey altro non era che un viaggio fra le maglie (e gli spiriti) del o, meglio, dei tempi della sua vita, che il cineasta trasformava in una funambolica giostra, in una corsa vertiginosa attraverso lo spazio narrativo e filmico valorizzata dal reimpiego e rispolvero della stereoscopia - lo ricordiamo, vecchia quasi quanto la nascita stessa del mezzo - a mo' di rievocazione della sostanza primigenia, attrattiva, eccellente dello spettacolo cinematografico. Una temporalità intesa perciò quasi nei termini di un’architettura, di un disegno preciso e tecnico - di derivazione geografica, quando non urbanistica - delle virtualità insite e connaturate al dispositivo. Come il racconto di uno spazio (e di una società, di un mondo, di una morale) solcato in lungo e in largo, in modo pindarico, a volo d’uccello (The Walk) o ad altezza sorcio (magari gli stessi de Le streghe).

Molto simile e tutto l’opposto è ciò che avviene in Here, già terzo adattamento (dopo quello di Timothy Masick e Bill Trainor, e quello di Lysander Ashton) della rarissima e omonima graphic novel di un Richard McGuire che, al tempo, pensò di “raccontare la storia del mio appartamento come in uno split screen. Una metà sarebbe andata avanti nel tempo, l’altra indietro. Poi è arrivato un amico e mi ha parlato del suo nuovo programma Windows, ed è stato lì che mi è suonato un campanello in testa. Potevo avere più finestre temporali”. Qualcuno potrebbe definirlo un desktop movie (e per certi versi lo è, seppur diversissimo rispetto a titoli come Unfriended, Searching o Missing), ma è solo la naturale conseguenza della fedeltà nel mutuare e traslare, in tutto e per tutto, l’intuizione ultramoderna del fumetto, facendo coincidere spazio, tempo e forme per ripercorrere - in maniera non lineare - gli eventi succedutisi nel medesimo, singolo angolo di terra nel corso degli anni, dei decenni, dei secoli, dal lontano passato di dinosauri e glaciazioni ai giorni nostri.
Occhio meccanico fisso sulla stessa inquadratura per (quasi) tutta la durata, punto macchina invariato, ergo un recupero d’una prospettiva analogica e teatrale alla base del cinema delle origini - da cui il notevole cambio di passo rispetto a (A) Christmas Carol. E, al contempo, squarci, riquadri, molecole di tempo, finestre per l’appunto, che frammentano e scandiscono una narrazione alfine serratissima, incalzante, creando dialoghi impossibili, quando non fantasmatici, esplodendo la luce di vicende individuali, di un ristretto gruppo di persone, in grado di risuonare nel cuore, nei ricordi, nelle coscienze, nelle esperienze di tutti. Di farsi Storia, cerchio della vita e del tempo in un perpetuo “qui e ora”.
Il cosiddetto "onnipresente" raffigurato, disegnato, progettato dal sodale Jesse Goldsmith, oltre che dallo stesso regista, è in altre parole un montaggio interno visibile e visualizzato, figlio di precedenti visioni (pensiamo a Peter Greenaway, a Tango di Zbigniew Rybczyński o, addirittura, a L'homme orchestre di Georges Méliès), traduzione filmica dell’iconografia e dei codici informatici, espressione traslucida dell’ipertestualità che informa il nostro presente, il nostro essere e sentire postmoderno. O ancora, segno, sintomo, gesto confessionale di un'illusione natia e nativa a cui fanno eco la semplice (ma non semplicistica, anzi fondamentale) soluzione di messa in scena che anticipa i titoli di coda, come pure il tema centrale della pellicola. Che è il fallimento di un sogno (precipuamente americano, ma non soltanto) poi esteso - va da sé - alla peculiarità vera e più rilevante di un’operazione anche iperdigitalizzata e, insieme, coerentissima con la quale Zemeckis si getta a capofitto nella questione controversa e spinosissima dell’intelligenza artificiale e delle sue eventuali applicazioni in campo audiovisivo, con tutti i risvolti etici del caso.

Here è infatti il primo progetto hollywoodiano a porre l’IA come perno della propria idea e identità filmica, sfruttando la rete neurale sviluppata dallo studio di VFX Metaphysic per ringiovanire i volti dei suoi interpreti, fra cui figurano anche Tom Hanks e Robin Wright (coi quali il cineasta rifà squadra a 30 anni dal succitato Forrest Gump).
Lontanissimi sono tuttavia i fasti di X-Men - Conflitto finale, de Il curioso caso di Benjamin Button, Lo hobbit o, per quanto più recenti, di The Irishman e Indiana Jones e il quadrante del destino. Qui, gli attori sono stati chiamati a rapportarsi direttamente con una maschera digitale generata in tempo reale dall'IA, programmata e addestrata per rappresentare varie versioni degli attori in diverse epoche, prendendo spunto da un archivio dei loro connotati facciali e precedenti lavori. Zemeckis ha potuto così controllare in diretta questo face-swap, e lo stesso hanno fatto gli attori, che hanno potuto calibrare la propria gestualità ed espressività sui sé passati.
Insomma, un paradosso temporale in piena regola che ha provocato l’indignazione di molti (come, ad esempio, l’attrice Lisa Kudrow) e forse messo a repentaglio il consenso di una fetta di pubblico e di industria nei confronti della pellicola. Che è però anche un’epopea che da micro diventa macro (e viceversa); di grandi sentimenti e piccole storie comuni di amore, vita, speranza, gioia, dolore, che il regista, il fido co-sceneggiatore (premio Oscar, di nuovo, per Forrest Gump) Eric Roth, e il respiro malinconico delle melodie e dei tappeti musicali di un sempre ottimo Alan Silvestri, contribuiscono a rendere eterne. Senza tempo, appunto.

Più denso, teorico, foriero di riflessioni di quanto prevedibile, Here possiamo quindi intenderlo altresì nell’ottica di una messa in scena, di una (auto)trasfigurazione delle due anime essenziali del cinema (e della passione) di Robert Zemeckis: il luminare dotato di una razionalità tecnica, scientifica, e il narratore sognante, poetico; incarnati proprio dalla coppia Hanks-Wright. Lui, nei panni di un assicuratore discreto, prudente, metodico, costretto a rinunciare al suo sogno di diventare un pittore perché, in mancanza di sostegno pubblico all’istruzione e alla sanità, non resta che vendere qualcosa “per fare soldi”. Lei, una donna con ambizioni, madre affabile, sognatrice disillusa, emotiva, coraggiosa. Due parti (per un tutto) che possono entrare in conflitto, stridere ogni tanto tra di loro, ma che alla fine non possono che fondersi nel segno, nel sogno e nel ricordo (artificioso ma mai insincero) del cinema. O, più concretamente, nell’unico movimento di macchina del film, fatto coincidere non a caso col climax di un movimento, di una costruzione emotiva ed emotigena certosina.
Ecco il singulto conclusivo di Here, la sintesi della sua progettazione teorica e della sua drammaturgia. L’estremo slancio di un’arca (di volti, frammenti di vita, cose umane, Storia e storie) che naviga lungo il fiume della vita, della “pietra verde” di un’intera filmografia. O ancora, dell’opera inevitablmente senile di un “vecchio del cinema”, dotata tuttavia d’un ardore, di una lucidissima follia, di una fuga - futuribile e futuristica - con cui riesce a racchiudere tutto l’orizzonte del cinema in una stanza, mentre ci prende per mano e conduce, con una familiarità e un calore intrinseci, verso le frontiere inesplorate del vedere e del raccontare. Ennesimo Ritorno al futuro per l’ultimo dei romantici e l’ultimo dei pionieri: un regista, un artista, un inventore che ha sempre saputo dove (e quando) si trova.
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