
BETTER MAN, vedersi Robbie Williams
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Better Man
USCITA ITALIA: 1° gennaio 2025
USCITA USA: 10 gennaio 2025
REGIA: Michael Gracey
SCENEGGIATURA: Simon Gleeson, Oliver Cole, Michael Gracey
CON: Robbie Williams, Jonno Davies, Steve Pemberton, Damon Herriman, Raechelle Banno, Alison Steadman, Kate Mulvany
GENERE: drammatico, musicale, biografico
DURATA: 135 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Better Man fa irruzione nella (tanto folta quanto stantia) proposta di biopic musical provando la massima che si può fare buon cinema e dar vita a film degni di tale nome solo se l’artista protagonista è ancora vivo e vegeto e soprattutto quando l'opera in questione si pone come tassello integrante della poetica di quest'ultimo. Sorretto magnificamente dalla competenza di Michael Gracey, Robbie Williams adotta una prospettiva inedita per un film che ci racconta dei cambiamenti nell'idea e nella percezione della popstar.
“Nessuno vuole pagare un biglietto per sentire i tuoi problemi” dice Peter Williams al figlio Robbie, al secolo Robert (Peter), in un momento di Better Man di Michael Gracey. Una frase, questa, inserita appositamente da Simon Gleeson, Oliver Cole e dallo stesso regista nella sceneggiatura di un film che, per tutti e 135 i minuti lungo cui si dispiega, fa praticamente questo. Ossia trascinare lo spettatore nella vita - ancor prima che nella musica - dell’intrattenitore nato, ex membro della popolare boy band Take That e artista solista di maggior successo di tutti i tempi nel Regno Unito. E quindi, nei drammi, nelle difficoltà, nei complessi (ir)risolti, nei periodi bui che hanno costellato la sua esistenza lontano e sotto i riflettori, a partire dal rapporto conflittuale proprio con quel padre che lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, nel bene e nel male, contagiandolo con la passione - fenomenale e ossessiva, celeste e angosciante - del successo, dell’amore “vero” che solo può il pubblico può offrire, di quella cosa che “o ci nasci o non sei nessuno”.
È la proverbiale parabola della pop-/rock-star, quella che Williams racconta, in prima persona, in Better Man, la quale passerà inevitabilmente attraverso le fasi, pressoché rituali, di: ascesa (di un ragazzo come tanti altri originario di una cittadina industriale dello Staffordshire, un piccolo Charlie Bucket che, a soli 15 anni, vince il biglietto d’oro e viene invitato in una fabbrica di cioccolato, quella dei succitati Take That e, con loro, di una fama vorticosa, smodata, irruente), prime delusioni (nel momento in cui quel mondo che lo aveva ben accolto non lo riterrà più degno, utile, giusto, e deciderà di metterlo alla porta), e piccoli riscatti (come può considerarsi la relazione e il fidanzamento, poi falliti, con Nicole Appleton delle All Saints, o ancora il primo disco in solitaria), fino a giungere al tracollo emotivo (a seguito di una perdita dolorosissima), alla caduta definitiva nel tunnel di alcol e droga, il cosiddetto “prezzo” di una popolarità ormai incontrollabile, di una depressione latente che infine inghiotte, annienta, risucchia ogni briciolo di sé; e ovviamente all’intuibile rinascita.

Se è vero allora che “le canzoni hanno valore solo se ti costano qualcosa”, lo stesso si può e deve dire anche di un film come Better Man, nel e per il quale Williams si mette inequivocabilmente in gioco, sventando in maniera significativa il rischio dell’agiografia o di un feticismo mimetico e fine a sé stesso e, di conseguenza, portando una vera e propria boccata d’aria fresca nella proposta tanto folta quanto stantia dei biopic musicali, per i quali Bohemian Rhapsody è ancora un brevetto, una formula imprescindibile (leggasi alla voce Whitney, Bob Marley - One Love, Back to Black). Magari non sarà “a prova di proiettile”, particolarmente inedita nelle tematiche che mette in luce (e in nuce), dinamica nelle corde emotive che tocca, né totalmente spontanea come crede, eppure l’operazione del cantautore - non lontana da una milionaria seduta terapeutica, più devota ad una distruzione stillicida che non ad una (de)costruzione, con le decine di vocine, versioni e visioni di sé che popolano i suoi pensieri, di quando in quando virata ad un autoironico bagno d’umiltà e ad un atto di gratitudine - può vantarsi quantomeno di essere più interessante della media dei suoi simili.
Sia perché - assieme a 8 Mile, Io non sono qui, Rocketman e al più recente Piece by Piece - ci permette di tracciare una massima virtuosa per quanto riguarda questo filone: capace di fare buon cinema e dar vita a film degni di tale nome solo se l’artista e protagonista è ancora vivo e vegeto, ma soprattutto quando l'opera filmica si pone come tassello integrante e prolungamento coerente della poetica e del lavoro di quest'ultimo; sia perché sceglie di adottare un punto di vista, questo sì, singolare e davvero azzardato, oltre che tangibile.
Impegnato anche in qualità di produttore e animatore estetico, Williams decide infatti di raccontare la propria storia e il proprio romanzo di formazione dall’interno della propria testa, tramite i suoi occhi. In questo modo, ribalta prospettive e filosofie, assiomi e sentenze, come pure un’altra sentenza della pellicola e, presumibilmente, della sua esperienza (ossia che sono “loro (il pubblico, ndr) a dirti chi sei”, a definire), facendoci vedere come lui si vede e si immagina; facendoci (ri)trovare Robbie e conoscere, forse per la prima volta, Robert. La prima, l’identità sintetica, il personaggio artificioso, la maschera divistica dietro cui spesse volte si è rifugiato il secondo.
Da qui, la scelta e l’intuizione di trasfigurarsi e portarsi in scena come “meno evoluto” (poiché strappato dal successo all’ordinarietà dell’adolescenza e della vita in genere), come l’animale da palcoscenico creato e modellato dall’ansia da fallimento, da un’eccessiva considerazione dell’opinione altrui, e ancora la “scimmia ammaestrata” che ha sempre pensato di essere. In termini pratici, il nostro assume le sembianze di uno scimpanzé antropomorfo, interamente realizzato in CGI (da una sempre inappuntabile WETA) ed interpretato, via motion capture, dall’attore Jonno Davies, che, del vero cantante, conserva non a caso voce e occhi.
Parimenti insolito è l’utilizzo che la pellicola fa delle sue hit, che succede senza alcuna soluzione di continuità e di storicità, riarrangia e rimaneggia per adattarsi ad un’anima più puramente e smaccatamente musical, in e per cui si rivela decisivo l’apporto registico e visivo di Gracey. Questi, dal canto suo, mette a frutto ed esplode consapevolezze e competenze acquisite sul set di The Greatest Showman per diventare tutt’uno col segno di Williams e così dar vita ad una corsa a perdifiato, passionale, istintiva, furiosa, tracotante, (auto)distruttiva, spregiudicata, dai molteplici innesti e ispirazioni, talora volutamente kitsch giacché fatta su misura del suo protagonista, scivolando tra grandi set pieces, video-concept e/o videoclip a mò di sommari, connotati di una grande abilità e disinvoltura tecnica e di un efficacissimo polso emotivo di fronte ai quali è praticamente impossibile non abbandonarsi.

Se non colpisce allora il ripiegare di Better Man su immagini, figurazioni ed un’iconologia abbastanza dirette e grossolane, senza troppi fronzoli, stupisce al contrario il fatto che esso trovi il proprio final act, le parole decisive, la chiave di tutto, in un brano non di Williams, bensì di Frank Sinatra.
“I did it my way” sempre e comunque, è ovvio. Eppure, ciò che la pellicola (forse involontariamente) vuol raccontarci è come e quanto, nel tempo, si siano trasformati l’idea e la percezione della popstar. Prima, colui o colei in grado di “farti dimenticare i tuoi problemi” grazie all’abbagliante scintillio del suo talento, d’un irraggiungibilità quasi divina e ultraterrena. Poi, oggi, ora, quell’individuo definito (spesso autodefinitosi) tale, sì, per la propria particolarità, per un talento sempre più intricato, sfuggente, complesso, difficile da imbrigliare, ma anche e soprattutto in conformità ai suoi problemi e, per l’appunto, alla sua capacità di affascinare a tal punto lo spettatore da convincerlo a pagare un biglietto per sentirli. Per “avere”, ciononostante, il suo culo per due ore, direbbe Robbie - già Robert - Williams.
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