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            7 Gennaio 2025
            Nosferatu Robert Eggers Bill Skarsgard Nicholas Hoult Lily Rose Depp Film Horror Recensione Cinemando
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            NOSFERATU è il cinema (di Robert Eggers)

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Nosferatu
            USCITA ITALIA: 1° gennaio 2025
            USCITA USA: 25 dicembre 2024
            REGIA: Robert Eggers
            SCENEGGIATURA: Robert Eggers
            CON: Nicholas Hoult, Lily-Rose Depp, Aaron Taylor-Johnson, Willem Dafoe, Bill Skarsgård
            GENERE: drammatico, horror, thriller, storico
            DURATA: 132 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Giunto al suo quarto lungometraggio, Robert Eggers rivisita la storia, il mito del conte-vampiro, fonde geometricamente Murnau e Herzog e li pone a fondamento della sua opera più teorica e radicale. Una riflessione su(ll'attualità di) un cinema al quale l’autore non può, né riesce a sottrarsi che può respingere, non prima però di aver stregato.

            Cos’è la postmodernità se non una forma di vampirismo nei confronti del tempo? E cos’è l’arte postmoderna se non una vampirizzazione dell’arte stessa? Sono questi due interrogativi la traccia che ha indirizzato la nostra visione di Nosferatu, nuova, attesissima fatica (la quarta) di Robert Eggers, fulgida promessa (più o meno mantenuta) del nuovo cinema horror statunitense, altresì detto elevated o new wave horror. Medesime riflessioni, a nostro avviso, paiono aver guidato pure quest’ultimo nel confrontarsi con uno, anzi due testi fondamentali del cinema e, più generalmente, del tetro, del mostruoso, del brivido.

            Parliamo - ça va sans dire - di Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau, pilastro (datato 1922) dell’espressionismo tedesco, del muto e dell’orrore su grande schermo, a sua volta riduzione apocrifa, controversa e ai limiti del plagio [uno degno di una querelle interminabile e di procedimenti giudiziari in difesa del diritto d’autore] del capolavoro letterario Dracula di Bram Stoker, poi riletta e rifatta (nel senso anche di rivalsa verso l’onta e l’ombra stokeriana) quasi 60 anni più tardi, nel 1979, da un certo Werner Herzog in un’opera volutamente fuori dal tempo e dallo spazio (di terrena concezione) che, valicata la soglia (geografica e visiva) delle tenebre, si tramutava in uno scontro metafisico di assoluti e opposti. Una mortifera celebrazione, la sua, della fede (forse già esangue) nel cinema, che è quella “sorprendente facoltà data all'uomo che ci da la capacità di vedere cose che sappiamo essere false”.

            Ecco, sarebbe allora ingiusto e inesatto ridurre questa terza esumazione della storia del vampiresco conte transilvano - e della perfida e mortifera maledizione che getta sulla giovane coppia composta dall’agente immobiliare Thomas/Jonathan e dalla sua Ellen/Lucy, verso la quale l’orrenda e ombrosa creatura è voracemente, sessualmente attratto - soltanto alla sua natura di remake; di confronto (neanche a dirlo) impari con due pezzi di grandissimo cinema e due visioni distinte del medesimo, archetipico e proverbiale racconto. 

            Nosferatu Robert Eggers Bill Skarsgard Nicholas Hoult Lily Rose Depp Film Horror Recensione Cinemando

            No, se si vuol credere e far buon uso di quella “facoltà” di cui parlava Herzog, non ci si può esimere dal pensare a quest’ultimo Nosferatu come alla prima, vera impresa teorica del cineasta, logicamente inscritta in quella “elevazione” che presta il fianco, da un lato, a smodate e pretenziose invocazioni e, dall’altro, turba e contraria chi anela e ama il genere nella sua purezza e nella sottile, eppure abissale densità delle sue immagini.

            La stessa che, appunto, non trova posto in questa reimmaginazione, rielaborazione o, forse meglio, rimasterizzazione e fusione geometrica di entrambi i suoi numi tutelari: quelle di Eggers sono immagini che non esistono al di là, né rivelano più di quel che incontra l’occhio e, soprattutto, di come lo fanno. Esse sono, all'opposto, l’inchiostro e la calligrafia di una riflessione che risiede in profondità non diverse da quelle in cui dimora il nostro pallido conte. Una che il regista rivolge al suo cinema, ma non nei termini delle pellicole da lui firmate. E quindi, di The VVitch (del quale avrebbe dovuto idealmente essere il successore e che non a caso è presente con qualche riferimento diretto e sotto molteplici sembianze, in primis nella centralità di un femminile represso e oppresso che asseconda il richiamo di istinti insieme liberatori e oscuri, arcani), figurarsi del tronfio The Lighthouse e dello sciapissimo The Northman.

            Tutt'altro: Nosferatu è una riflessione su(ll’attualità di) un cinema al quale l’autore non può, né riesce a sottrarsi. Un cinema, inteso - come tutta l’arte, del resto - come atto vampiresco (prima nei confronti del reale, poi dell’irreale e del surreale, e oggi, infine, di sé stessa) i cui principali assiomi sono il tempo (del cui anatema è preda) e le ombre (mutevoli, instabili e fugaci “al canto del gallo”), disseppellito nell’iconografia e nel linguaggio, come già il suo debutto faceva con la lingua, secondo un criterio filologico, arcaico, quando non archeologico (da cui il didascalismo della messa in scena, il viraggio quasi in bianco e nero e il “mutismo” di alcuni segmenti, senza contare il soggetto), esibito nella sua sensibile, epidermica, talora vacua potenza espressiva, attraente, suggestiva, estetica.

            A tal proposito, la fotografia del sodale Jarin Blaschke si rivela una perfetta complice, oltre che co-montatrice del film (sfruttando le geometrie visive di luce, spazi) e della sua intenzione sotterranea; ammaliante diadema di un vistoso sforzo produttivo, di una composizione rigorosa e pregiata, sorretta in egual misura e con simil perizia dagli effetti di Pavel Sagner e Angela Barson, dal trucco di Emily Barker, dai costumi di Linda Muir, dalle scenografie di Craig Lathrop, dalle efficienti musiche di Robin Carolan, pe non parlare del lavoro sul sonoro supervisionato da Jakub Cech, o ancora del notevole apporto di un ottimo cast: un Bill Skarsgård irriconoscibile, Nicholas Hoult in un’altra prova di maturità dopo The Order e Giurato N. 2, un Aaron Taylor-Johnson e una Emma Corrin funzionali, un Willem Dafoe sempre impeccabile malgrado la scrittura del suo personaggio... 

            Nosferatu Robert Eggers Bill Skarsgard Nicholas Hoult Lily Rose Depp Film Horror Recensione Cinemando

            Il baluginio accecante della “luce gassosa della scienza” (che lo ha inventato), “un appetito, niente di più”, un infinito putrescente, un incantesimo o un sortilegio, l’apparizione di un sogno o di un incubo ad occhi aperti, il puerile “mostro sotto il letto”, ma anche un’ossessione fatale e più complessa: questo, in breve, è ciò che il conte Orlok significa per Ellen Hutter che non è “mai stata così felice come quando ha tenuto per mano la morte” - con sprezzo del neomarito (ignaro e impotente spettatore).

            Lei, criptico alter-ego dello stesso Eggers, corpo-veicolo del concetto-film come confessato dalla recitazione artefatta e caricata di Lily Rose-Depp, laddove Nosferatu diventa appunto trasfigurazione, sintesi carnale e mi(s)tica del cinema d’oggi. Non soltanto mortuario (in eco ad Herzog), ma proprio putrescente, svuotato d’ogni cosa, e condannato per natura a succhiare linfa vitale per sopravvivere e proliferare, esattamente alla stregua di quella umbratile e diafana presenza che il regista ritrova e osserva, scoprendone e svelandone pian piano le fattezze. Nel bene e nel male, perché se di coerenza ce n’è in ogni dove, la sostanza vive solo nella forma, rifugge le prerogative testuali, rispolvera pagine ingiallite.

            È probabile quindi che Nosferatu respinga, lasci algidi al pari della sua costituzione, coinvolga in una prima metà dotata di un’atmosfera melliflua e strisciante, e scontenti magari in una seconda più oziosa e intorpidita, stemperata e fin troppo palese, punteggiata da numerose scelte discutibili, generiche o addirittura risibili, trascuratezze discorsive, e suggellata in ultima nota da un epilogo di sguaiata (di)mostrazione con cui si tenta, in tutti i modi, di scongiurare l’inevitabile e calcolata soggezione verso il passato, le precedenti incarnazioni, altre immagini. Ecco però che Eggers si fa prendere la mano, asseconda sé stesso e il proprio slancio, sconfinando, fagocitando, esplodendo il proprio orizzonte di riferimenti e “incrostazioni” [M. Marelli]. Il gotico di Walpole, Stoker, Shelley si intreccia così col fantasmatico dickensiano, su cianografia dei cult-horror made in Hammer con finiture (farsesche, forse involontariamente) polanskiane, fino ad “espatriare” nel filone esorcistico di friedkiniana memoria.

            Esagera, Nosferatu, senz'altro, ma sempre nel segno e ai fini di una ricerca sensata, rivolta tanto al fascino antico, ignoto, quanto agli odierni, possibili, purulenti residui; ai brandelli scarnificati di un'oscura alchimia.

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