logo-scritta-biancalogo-scritta-biancalogo-scritta-biancacropped-logo.png
  • Cinema
  • Serie TV
  • Extra
  • Chi siamo
  • Contatti
✕
            Nessun risultato Vedi tutti i risultati
            7 Settembre 2026
            La recensione di Possible Love, il nuovo film di Lee Chang-dong presentato al Festival di Venezia 2026.
            parallax background

            POSSIBLE LOVE, il mélo civile di Lee Chang-dong

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Ga-neung-han sa-rangGa-neung-han sa-rang
            USCITA ITALIA: 6 novembre 2026
            REGIA:  Lee Chang-dong
            SCENEGGIATURA: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
            CON: Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung, Cho Yeo-jeong
            GENERE: drammatico
            DURATA: 164 min
            Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Un amore che finisce, un altro che riaffiora, una macchina da presa che si insinua nelle vite degli altri: Lee Chang-dong intreccia mélo, lotta di classe e riflessione sul cinema in una Corea dove anche la realtà sembra ormai una finzione.

            Possibili amori. Amori che si eclissano. E amori che, forse, tornano a incontrare la propria luna piena. 

            È quanto accade a due coppie di coniugi diametralmente agli antipodi in Possible Love, il tanto atteso ritorno dietro la macchina da presa di uno dei più acclamati registi sudcoreani, Lee Chang-dong, presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Ho-seok, operaio vittima di una violenta operazione di tagli al personale, ormai in preda alla disperazione, e sua moglie Mi-ok, ottimista e solare per natura — una coppia tradizionalista e convenzionale, prettamente fallocentrica e fallocratica, appartenente alla classe operaia — accettano di diventare i “soggetti” di Ye-ji, una documentarista in cerca di un’occasione ghiotta per farsi un nome e compiere il proverbiale grande salto verso il grande cinema di finzione, intenzionata a realizzare un film sulle lotte sindacali nella Corea del Sud. 

            Per poterli riprendere, però, ella si addentra sempre più nelle loro esistenze, oltrepassando progressivamente quel labile e (in)visibile confine tra osservazione e partecipazione. E con lei entra in scena anche il marito Sang-woo, facoltoso imprenditore che, agli occhi di Mi-ok, finisce per incarnare tutto ciò che Ho-seok non è più — o forse ciò che lei stessa non ha mai avuto il coraggio di desiderare. Attratta, suo malgrado, da questo universo di agio, possibilità e una qualche forma di emancipazione, Mi-ok si ritrova così coinvolta in un ménage à quatre tanto inatteso quanto destabilizzante. 

            Non solo: man mano che le traiettorie delle due coppie si avvicinano, fino quasi a sovrapporsi, il progetto di Ye-ji smette di essere soltanto un’indagine sulle dinamiche del lavoro e della lotta di classe per trasformarsi, quasi inevitabilmente, in un dispositivo capace di mettere a nudo le fragilità private dei suoi stessi protagonisti. Le distanze sociali, le aspirazioni frustrate e i desideri inespressi finiscono per infiltrarsi nei rapporti, facendo affiorare crepe che erano già lì, sotto la superficie. E quello che nasce come un film sulla realtà degli altri si trasforma così in un’osservazione sempre più inquieta della propria: più Ye-ji si avvicina ai suoi soggetti, più il confine tra chi guarda e chi viene guardato sembra destinato a dissolversi… 

            Insomma, il cinema sudcoreano contemporaneo, questa volta nelle mani di Chang-dong, prosegue nel solco tracciato da Parasite e No Other Choice, proponendo una nuova analisi lucidissima, impietosa e urgentemente politica di una società attraversata da contraddizioni sempre più profonde. Un’osservazione, e insieme una riflessione, sulle condizioni precarie dei cosiddetti “lavoratori invisibili”, sulla progressiva sostituzione della classe operaia da parte delle macchine e, in particolare, dell’intelligenza artificiale, sulla repressione esercitata dal governo e dalle grandi multinazionali — quasi sempre statunitensi — ai danni del tessuto proletario e operaio. Un discorso che chiama in causa anche il classismo sistemico, la disparità sociale, il culto dell’apparire e della perfezione. E persino il jeong, quel sentimento di affetto e prossimità così profondamente radicato nella cultura coreana, che qui assume i contorni escatologici di una forza capace, paradossalmente, di contribuire alla dissoluzione dell’identità stessa del paese.

            Eppure Lee Chang-dong occupa un posto tutto suo, per il modo in cui osserva e mette in scena la commedia umana del proprio paese - uno sguardo inevitabilmente segnato anche dalla propria esperienza politica. Le sue sono storie spesso oscure, indecenti, miserabili di proletari e piccoli borghesi costretti a misurarsi con il destino, la sfortuna, la violenza delle circostanze e le contraddizioni di una modernità che promette emancipazione, mentre produce nuove forme di esclusione. Lontano tanto dal “barocco mitologico” di Park quanto dalla “visionarietà apocalittica” di Bong, Lee preferisce inseguire le vite private, apparentemente minime, di uomini e donne che attraversano quasi tangenzialmente la drammatica storia coreana, le cui fratture collettive finiscono inevitabilmente per sedimentarsi nei corpi, nelle relazioni e nel più intimo esistere dei suoi personaggi. Tenendo insieme tenerezza e crudeltà, egli manipola le proprie trame con una sorta di furiosa dolcezza, lasciandole procedere lungo traiettorie dapprima lineari, geometriche fino a condurle, quasi impercettibilmente, verso un punto di rottura - che può coincidere con la tragedia, con la rivelazione o, più raramente, con la possibilità di una ripartenza.

            Non sorprende, in questo senso, che Possible Love nasca da un’urgenza insieme politica e cinematografica. Lee ha raccontato di aver bisogno, ancor prima di dare il via alla pre-produzione, di essere certo del significato che esso potrà assumere per sé, per il pubblico e per il cinema stesso. Ragion per cui il progetto ha richiesto quasi dieci anni di gestazione. A spingerlo verso questa storia sono stati, per sua stessa ammissione, “gli eventi sociali recenti, un licenziamento di massa e la violenta repressione di uno sciopero che hanno attraversato e scosso la società coreana”, consegnando la propria coscienza di cittadino e autore ad una domanda essenziale - che ritorna puntualmente, incapsulata nell’ordito stesso del film. È davvero giusto trasformare quei fatti in un’opera di finzione?

            La risposta è una pellicola che prende spunto da un capitolo del Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski (“Non desiderare la roba d’altri”) e lo trapianta con rigore nel contesto sociale, politico, culturale sudcoreano, trasformando la dimensione dell’impegno civile in una terra di confine, in un limine narrativo e cinematografico che prepara lentamente e fonde con naturalezza un film dentro un altro, la finzione dentro la finzionalizzazione di una realtà documentaria.

            Da cui un mélo con scambi di coppia, al solito, interamente costruito sulla complessità infinita e insondabile che si annida dietro ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento, orchestrato e diretto con una meticolosità quasi coreografica. Un dialogo che dà a sua volta voce ad un flusso a più coscienze, attraversato da una tensione latente, sotterranea e alimentato da gelosie e invidie reciproche, ossessioni e desideri, sogni e ricordi che irrompono improvvisamente la continuità, per interrogare, in fondo, pure i ruoli e le finzioni che assumiamo e interpretiamo - nella coppia come nella società - per preservare apparenze, convenzioni ed equilibri la cui indefinitezza e fragilità è quietamente evocata dalla propensione di Lee e del direttore della fotografia (di Decision to Leave) Kim Ji-yong per una macchina a mano iperdinamica, mobile, fluttuante. 

            Una fragilità che, malgrado tutto, non riesce ad evitare neppure il film. Se da un lato, infatti, Possible Love sfoggia una costruzione formale di grande precisione, dall’altro soffre una certa fluvialità narrativa, un ritmo fin troppo compassato e incappa presto in qualche ridondanza. Inoltre, rispetto al precedente Burning (che è forse il suo capolavoro), manca qui quella misteriosa consistenza di immagini che continuino a lavorare nello spettatore una volta finiti i titoli di coda. E ancora, malgrado un’innegabile urgenza artistica e la sua militanza, resta altresì la contraddizione di un’opera che, come detto, interroga l’ennesima possibilità di una sostituzione della forza lavoro grazie all’IA, e che arriva al pubblico sostenuto e finanziato proprio da Netflix, emblema di un’altra industria - quella culturale - sempre più affidata ad algoritmi e strumenti che annientano il valore e la scelta umana, sia nella produzione che nella fruizione. 

            Ma ecco che Lee riesce a insinuare persino un discorso sul rapporto tra economia e arte dentro questa pellicola proteiforme che, tra le molte cose che riesce a essere, è anche una riflessione metatestuale sulla complicità, sull’appropriazione e su quella forma inevitabile di reciproca manipolazione in cui veniamo coinvolti nel momento stesso in cui incontriamo lo sguardo — umano o mediato — dell’altro da noi.

            Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
            In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.

            Condividi
            63

            Articoli correlati

            La recensione di Whalefall - Nella balena, il film di Brian Duffield, con protagonista Austin Abrams e con Josh Brolin.
            22 Ottobre 2026

            Whalefall, amabili (e cetacei) resti


            Leggi di più
            La recensione di Clayface, il nuovo film del DC Universe diretto da James Watkins, e incentrato sull'omonimo villain di Batman.
            22 Ottobre 2026

            Clayface non è né carne né argilla


            Leggi di più
            La recensione di Fatherland, il nuovo film di Paweł Pawlikowski, con Sandra Hüller, premiato per la miglior regia al Festival di Cannes 2026.
            17 Ottobre 2026

            Fatherland, il viaggio al termine della notte di Pawlikowski


            Leggi di più

            NEWSLETTER

            Appassionati al mondo del cinema e delle serie tv, appassionati a Cinemando!

            Iscriviti ora

            CINEMANDO

            Email: cinemandopost@gmail.com

            SEGUICI

            • Facebook
            • Instagram
            © Cinemando - Recensioni Cinema e Serie TV. Tutti i diritti riservati. - Privacy Policy - Cookie Policy
                      Nessun risultato Vedi tutti i risultati