THE DEAD DON'T HURT e l'essenziale cinema di cuore di Viggo Mortensen
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Dead Don't Hurt
USCITA ITALIA: 24 ottobre 2024
USCITA USA: 31 maggio 2024
REGIA: Viggo Mortensen
SCENEGGIATURA: Viggo Mortensen
CON: Vicky Krieps, Viggo Mortensen, Danny Huston, Solly McLeod, Garret Dillahunt
GENERE: western, drammatico, sentimentale
DURATA: 129 min
Presentato al Toronto International Film Festival 2023
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Non è Falling, ma The Dead Don't Hurt a segnare l'inizio dell'avventura registica di Viggo Mortensen. Convincono infatti l'approccio al western e la rilettura dei suoi cliché in chiave intima e progressista, ma anche la maggiore chiarezza e precisione drammaturgica, e un cast ispiratissimo: punti di forza di un un cinema dalle reminiscenze eastwoodiane, che abbraccia una rigorosa essenzialità, ma non per questo rinuncia al cuore.
“Perché gli uomini combattono?”, chiede una bambina alla madre in una delle sequenze iniziali di The Dead Don’t Hurt. “È complicato”, le viene risposto. “Ma anche le donne combattono?”, bissa la piccola. “Sì, ma in modo diverso”, le spiega il genitore.
Ecco, in questo semplice dialogo, sta tutto il senso del copione che l’indimenticato interprete di Aragorn (e non solo) Viggo Mortensen firma per la sua seconda prova dietro la macchina da presa, spostandosi dal dramma familiare di Falling al genere e all’atmosfera western, ma proseguendo il medesimo discorso - più rappresentativo che non artistico - sulla figura maschile e, in particolar modo, sulla violenza (pre)potente, bestiale, spietata e corrotta che spesso ne informa e connota l’atteggiamento e la presenza nel e sul mondo. Rispetto all’esordio, però, l'attore dimostra una maggiore chiarezza e precisione drammaturgica, insieme ad una rilassatezza propizia, derivanti dalla scelta - sintomo di una modestia e sobrietà mirabili e rare - di porsi in secondo piano e far sì che a risplendere sia innanzitutto una Vicky Krieps incantevole e magnetica, ancor più che ne Il corsetto dell'imperatrice.
The Dead Don’t Hurt è la sua storia o, meglio, la storia di quella bambina, di nome Vivienne Le Cloudy. Da piccola - spersa insieme alla madre nella rigogliosa, quasi irreale selva canadese e presto orfana di padre (bracconiere) - sognava di avere anche lei, un giorno, l’apparizione di San Michele a cavallo e di poter così combattere come la sua eroina Giovanna D’Arco. La misteriosa immagine di un cavaliere che penetra una radura le si ripresenta puntualmente nel sonno (e nella malattia), ma rimarrà giusto una visione. Ciò nonostante, Vivienne, cresciuta e trasferitasi nel frattempo a San Francisco, comincerà la propria battaglia di autodeterminazione e personale emancipazione, fatta di intelligenza, coraggio, resilienza e dialogo.
È qui che incontra il taciturno e gentile reduce danese Holger Olsen, col quale inevitabilmente scoccherà un amore a prima vista e andrà a vivere poco dopo in una catapecchia fra le aride gole del Nevada. Anch'egli ha combattuto e combatterà le proprie battaglie, non ultima la Secessione americana, nel tentativo di comprenderle, dargli un senso e conquistare nuove libertà, lasciando però irrimediabilmente a casa da sola l'amata Vivienne. Che, proprio durante questa sua assenza, conoscerà, come la “pulzella d'Orléans”, le feroci e distruttive fiamme dell’uomo. Di un uomo, nello specifico: depravato rampollo della famiglia più influente della cittadina.

È al progresso che brinda Holger in un frammento della pellicola. Ed è pertanto verso un’idea e una visione progressiste dell’America di ieri - rappresentata nel segno di un femminile e di un femminismo laborioso, instancabile, autentico e umano, così come del crogiuolo etnico e culturale di immigrati che l’hanno costruita, di personaggi dignitosi e illuminati, ma non meno dolenti, alla ricerca di tranquillità e tenerezza - e, al contempo, nella speranza di un mondo nuovo, da (ri)scoprire, forse da (re)inventare, ché il suo interprete [e versatile autore, non solo regista e sceneggiatore, ma anche compositore] rivolge l’orizzonte di questa variazione intima, romantica e agrodolce del genere americano per eccellenza.
Tradizionale, The Dead Don’t Hurt, lo è allora nella spazializzazione - generalmente frugale, salvo qualche slancio lirico - di un tempo che il neoregista maneggia anche in termini di scansione del racconto, optando per un intreccio di passato e presente, alla stregua del flusso di coscienza di un narratore onnisciente, di un osservatore impercettibile, utile in primo luogo a vivacizzare la storia, a renderla armoniosa e coinvolgente.
Nondimeno, quel che in fondo convince e conquista del tentativo di Mortensen è il suo ritagliarsi un’inedita dimensione rappresentativa, inteso come lavoro e rilettura dei cliché del western. Difatti, tutti i personaggi negativi e la stessa drammaturgia si muovono seguendo le tracce del più proverbiale canovaccio di genere, ma - per quanto virtualmente passibile di manicheismo o mancanza d’ispirazione - questa soluzione non fa che contribuire al contrasto e ad una percezione più reale e sentita dei protagonisti (in primis di Vivienne). I quali affrontano i propri conflitti non tanto in maniera spettacolare (anzi, i momenti parimenti proverbiali di violenza e sparatorie sono ridotti al minimo indispensabile), quanto piuttosto sul piano figurativo del linguaggio, del mezzo, dei canoni, contro un'entità filmica grottescamente reclusa, intrappolata nella stereotipia degli ideali, a loro volta incarnati dai corpi e volti giustissimi di Solly McLeod, Garret Dillahunt, Danny Huston.
Da loro - e insieme da una vendetta pietosa - hanno sì inizio il mare, il limes, la fine, ma solo di questo mondo, che è, sarà, dev’essere dei vivi, di chi sa essere ed esistere soffrendo, senza opprimere, spadroneggiare, sfregiare o uccidere. Da qui, invece, da The Dead Don’t Hurt (più che dal succitato Falling), ha inizio per davvero l’avventura registica di Viggo Mortensen. Quella di un cinema dalle reminiscenze eastwoodiane; di attori e spazi, accarezzati con la luce, che abbraccia una rigorosa essenzialità, ma non per questo rinuncia al cuore.
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