
LOVE LIES BLEEDING e le sanguinanti alchimie di due corpi da cinema
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Love Lies Bleeding
USCITA ITALIA: 12 settembre 2024
USCITA USA: 15 marzo 2024
REGIA: Rose Glass
SCENEGGIATURA: Rose Glass, Weronika Tofilska
CON: Kristen Stewart, Katy O'Brian, Ed Harris, Dave Franco, Jena Malone
GENERE: thriller, sentimentale, erotico
DURATA: 104 min
Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2024
VOTO: 7
RECENSIONE:
Con Love Lies Bleeding, Rose Glass torna nel territorio delle ossessioni e delle possessioni che plasmano, modificano, “risuonano”, stigmatizzano il corpo (in un misto di piacere estatico e dolore sinistro). Pur aderendo alla filosofia castrante e alle pose recenti di A24, la pellicola riesce comunque ad imporsi alla memoria grazie alle seducenti interpretazioni di Kristen Stewart e di Katy O'Brian.
Love is a killer, cantavano i Vixen sul fare degli anni ‘90. Ma non è solo omicida l’amore che esplode, che guizza tra Lou e Jackie. È una passione bruciante: quel Burning Love che intonava Elvis Presley qualche decennio prima, agli inizi degli anni ‘70, stampato sulla maglietta di una delle due.
Ecco, sono sufficienti i titoli di una coppia di canzoni apparentemente incompatibili per inquadrare - narrativamente e cinematograficamente - Love Lies Bleeding, la terza ballad in questione (solo per immagini), che porta invece la firma dell’emergente regista britannica Rose Glass, qui alla sua seconda esperienza dietro la macchina da presa di un lungometraggio.
È dunque in un 1989 parimenti bollente che si incrociano per la prima volta le nostre ragazze. La schiva e taciturna Lou gestisce la palestra di proprietà del padre, boss criminale e trafficante d’armi, mentre l’affascinante Jackie è un'ambiziosa culturista scappata dall’Oklahoma alla volta di Las Vegas, ma fermatasi a metà strada, in un New Mexico sudicio, grezzo, dimenticato da Dio e tinto di una putrefazione al neon a cui la futura amante (o amore) si trova relegata per motivi presto chiariti. Nel frattempo, al di là dell’oceano, nel vecchio continente, il muro di Berlino sta per cadere e, con esso, stanno per farlo anche le maschere di un mondo ora lanciato verso una brusca e pericolosa (ri)unione e riconciliazione.
Lo stesso succederà, nel suo piccolo, all'autoctona e alla sua famiglia sgangherata, disfunzionale, velenosa nel momento stesso in cui conoscerà la nostra bodybuilder e scoppierà l’ardore di cui sopra. Una febbre contagiosa che lascerà a terra una scia di cadaveri, di corpi sanguinanti, come preannuncia il titolo: deposizione man mano più consapevole della nascita, dell’eruzione di qualcosa.

Attenendoci sempre a quelle canzoni e a quei periodi, ma cambiando prospettiva, è tra il genere puro (e quindi corporeo, materico, sanguigno) dei Seventies e la decostruzione e ricostruzione postmoderna (spersa tra l’assurdo, l’onirico, il pulp) dei Nineties ché oscilla il film. Così facendo, Glass finisce tuttavia per assecondare e abbracciare completamente l’ethos di A24 (che sovvenziona e distribuisce), riproponendo, rimodulando, declinando idee, modelli, forme e formule estetiche ormai storicizzate con uno spirito artsy sfacciato, talora capriccioso.
Ebbene sì, come tanti altri prima di lei, anche la giovane cineasta non ce la fa sottrarsi appieno dai vizi di forma di una marca produttiva ormai equivalente ad una qualsiasi major hollywoodiana, che si accontenta di applicare equazioni vincenti per dar vita a qualche supposta provocazione. O, meglio, di un cinema che è indie solo nell'animo, giacché in realtà è sempre meno indipendente, sempre più generico (nel senso di genere) e facilmente riconoscibile. Tant'è che conta sin d'ora le sue prime variazioni.
Fra queste, rientra proprio Love Lies Bleeding: una pellicola che sa celare i suoi riferimenti quanto basta per ricavarne un’atmosfera, una allure, un umore sommariamente distintivi e coinvolgenti. Una pura opera di remixing: la sola possibile in un presente cinematografico spompato, privo di nuove soluzioni - oltre che di "vene buone e sane" in cui iniettarle qualora esistessero.
In questo senso, la neo-autrice torna sui passi del suo esordio - il tanto interessante, quanto grossolano Saint Maud - e dunque ad affrontare ossessioni e possessioni che plasmano, modificano, “risuonano”, attraversano, segnano, finanche stigmatizzano il corpo, in un misto di piacere estatico e dolore sinistro. Nella fattispecie, fonde il mondo del culturismo con un neo-noir dagli ispiratissimi picchi erotici, umano in termini intimi più che in una geografia di caratteri, con cui smonta e rimonta il revenge movie, arrivando inevitabilmente a flirtare col body horror.
Al contempo, ella immagina questo suo secondo lavoro alla stregua di un’intersezione, un’articolazione elettrica e densissima di viraggi, ritinteggiature, trasfigurazioni sconfinate. Nel cratere potenzialmente abissale e senza fondo in cui guarda Glass insieme a Lou e Jackie, coesistono, fin quasi a fondersi e confondersi, una versione meno grottesca (ma saffica ai livelli dell'ultimo Drive-Away Dolls) dei fratelli Coen, il Lynch di Strade perdute, Cuore selvaggio e Velluto Blu, la pruriginosa e perversa virulenza cronenberghiana, la Nomi Malone del Showgirls verhoeveniano, le insospettabili oscurità de La febbre del sabato sera, e ancora i muscolari idoli stalloniani, l’ultimo Robert Aldrich (quello di California Dolls, per intenderci), le rianimazioni di Brian Yuzna, e un corruzione favolistica, se non favoleggiante, di Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam.

Eppure, la trasfigurazione più importante - quella che permette del resto a Love Lies Bleeding di trovare un'identità davvero sua - è senz’altro quella di cui sono testimoni le due protagoniste. D'altronde, è nella fisicità e sui corpi di una sempre più brava e indecifrabile Kristen Stewart e della folgorante Katy O'Brian [artista marziale già prestatasi alla televisione con Westworld e The Mandalorian, e al cinema con Ant-Man and the Wasp e il quasi coevo Twisters] ché l’opera ingaggia il suo vero discorso - che non riguarda la sdoganata correlazione tra amore e dolore.
Con le ferite, le crepe vascolari o interiori, (in)visibili, Love Lies Bleeding racconta la parabola di una coppia di giovani donne ritenute mostruose - chi per una statura e una costituzione mascolina, entrambe per il loro orientamento sessuale (siamo invero nel pieno della stagione dell’AIDS) - dal contesto iper-maschilista in cui vivono, si muovono. Un maschile, incarnato da un Ed Harris dal look eccentrico e inquietante, che pretende di mantenere controllo e poteri assoluti, e a cui la stessa Jackie pare talora arrendersi, inseguire, finché, appunto, non scocca l’amore con la nostra Lou: uno di quelli al primo sguardo o, meglio, alla prima siringa di steroidi. Lo stesso che ne farà (o le liquefarà) in un corpo solo, capace di realizzare ciò in cui credono e garantire ad entrambe una scelta. La scelta di scappare e vivere, di diventare come e ciò che vogliono, finanche di evadere dalle maglie della finzione filmica, come mostra la sequenza durante i titoli di coda. Perché “il destino è una decisione”.
E pure se conclusioni simili possono rischiare di essere tutt'altro che elettrizzanti, trascinate peraltro da un finale che rischia di limitarsi una spasmodica ricerca del sensazionalismo, dell'effetto shock, del proverbiale “WTF”, queste appaiono comunque coerenti e precisissime con il casting delle due protagoniste. (Nuovamente) nei loro corpi, O’Brian e Stewart sintetizzano e trattengono le trazioni, il corredo genetico (ed ematico) del progetto. Le due cellule fondamentali della visione di Rose Glass. Volto e presenza materici, definiti, complementari (al decor e al tessuto filmico) la prima, laddove la seconda si muove in scena, caricandosi di quello che ne ha sancito la cifra: aliena, astratta. Da un lato, un corpo che pare fuoriuscito da quel cinema, da quei film a cui rimanda Love Lies Bleeding, in contrasto con l’assoluta (e lisergica, abbacinante) sublimazione di uno che invece si fà concetto. Che si fà mente, discorso, mentre i muscoli raccontano un(‘altr)a storia. Una di sudore, lacrime e sanguinanti alchimie.
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