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            16 Marzo 2024
            Drive Away Dolls Ethan Coen Recensione Cinemando
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            SE SOLO DRIVE-AWAY DOLLS FOSSE USCITO VENT'ANNI FA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Drive-Away Dolls
            USCITA ITALIA: 7 marzo 2024
            USCITA USA: 23 febbraio 2024
            REGIA: Ethan Coen
            SCENEGGIATURA: Ethan Coen, Tricia Cooke
            CON: Margaret Qualley, Geraldine Viswanathan, Colman Domingo, Pedro Pascal, Bill Camp, Matt Damon
            GENERE: azione, thriller, commedia
            DURATA: 84 min

            VOTO: 4.5

            RECENSIONE:

            Per il suo esordio alla regia di finzione, Ethan Coen sceglie di riesumare un copione scritto vent'anni prima con la moglie Tricia Cooke e dà così vita a Drive-Away Dolls. Un'operazione che nasce col chiaro intento di rievocare una certa atmosfera perduta, uno spirito cinematografico andato, alla ricerca di una purezza di sguardo e di un divertimento disinibito. Purtroppo, quel che ne deriva è molto meno esaltante: un film vecchissimo in tutte le sue componenti, fatto di immagini e suggestioni riproposte senza la minima reinterpretazione. Si salva giusto il cast.

            “L’amore è un giro in salita per l’inferno” si può leggere impresso sul bagagliaio della Dodge Aries che Jamie e Marian, le due giovani protagoniste di Drive-Away Dolls, si ritrovano a guidare, inconsapevoli di quello che, proprio lì dentro, si cela. L’amore può anche “morderti il culo” a volte, come dice ad un certo punto una delle due. Pur facendolo dire ai suoi personaggi, questo, Ethan Coen non lo mette in conto, perché si sa che, altrettante volte, pure l’amore per il cinema può essere un viaggio amaro, infelice, dritto dritto nelle roventi fauci dell’inferno. L'inferno dell’originalità, dell’autenticità, dell’iconismo, direttamente proporzionale alla consapevolezza o, più nello specifico, alla capacità di saper leggere il senso del tempo che si vive e a cui si propone la propria arte.

            Non a caso - o forse per una delle tante coincidenze di coeniana materia - quella scritta è posta proprio in quel punto dell’auto. Il diretto rimando a Tarantino, con tanto di trunk shot (letteralmente “inquadratura dal baule”) e valigetta dal contenuto misterioso, quantomeno all’inizio, vien da sé. Ed è senza dubbio il riferimento più vistoso e riconoscibile tra i tantissimi che compongono questo giochino post-moderno, che si dà il caso di essere la prima regia di finzione del Coen sceneggiatore, quello più letterario, verbale e verboso, dopo il divorzio artistico col fratello Joel - il quale, nel frattempo, si è buttato su Shakespeare, firmando un Macbeth sontuosissimo, rigoroso, estetizzato, in un bianco e nero espressionista.

            Ma sempre per rimanere in tema, si sa: se certi amori finiscono, altri invece nascono e si rafforzano. Ecco allora che, dopo il documentario Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind, il regista rinsalda il vincolo dietro la macchina da presa con la moglie e sodale montatrice Tricia Cooke. Drive-Away Dolls diventa perciò espressione filmica delle sensibilità divergenti di una coppia de facto. Un'opera guidata dall’urgenza dell’uno che diventa comune, e di conseguenza fondata su un equilibrio, sul compromesso, nonché ricolma dei piccoli dettagli, dei codici spontanei e delle regole non scritte che la informano e definiscono in quanto tale. Ancora una volta, un “affare di famiglia” insomma, che prende il via dal passato attivismo di lei, dalla cifra specifica e interessi filmici di lui, così come - per loro stessa ammissione - dalla natura del proprio matrimonio: una relazione aperta e “non tradizionale”.

            Il risultato è un road movie queer, “in costume” in quanto ambientato agli sgoccioli degli anni ‘90 e del Novecento, che schiaccia fin da subito, e nella maniera più semplice, immediata, proverbiale possibile, il piede sull’acceleratore. In altre parole, è la storia di due amiche - dalle personalità, indoli e rapporto con la propria sessualità e la propria omosessualità vicendevolmente opposti - e del loro viaggio di libertà fino a Tallahassee, Florida, facendo drive-away (ossia noleggiando l’auto di un altro cliente per portarla in un posto da questi assegnato). Per loro sfortuna, gli capita l'auto sbagliata, contenente - neanche a dirlo - un carico scottante che appartiene al solito criminale di turno, il quale manda sulle loro tracce una coppia di tirapiedi tipicamente ciarlieri, bizzarri, tarantiniani dalla testa ai piedi. Tutto nella norma, insomma. Forse fin troppo.

            Drive Away Dolls Ethan Coen Recensione Cinemando

            Difatti, il vero problema di Drive-Away Dolls sta nella sua vecchiaia. Stiamo parlando di un progetto e di un copione che Coen e Cooke tengono in fresco da oltre vent’anni, scritto perciò quasi contemporaneamente ai fatti narrati, riscaldato per l’occasione ma di cui comunque si percepisce, durante la visione, ogni singolo anno sul groppone. Una sceneggiatura scritta, in concreto, quando omosessualità e lesbismo erano un'altra cosa rispetto ad oggi; quando un certo tipo di storytelling, di idea e stile cinematografici si erano già imposti di diritto nel panorama mondiale e avevano compiuto il loro primo passo verso una storicizzazione - tra l’altro anche per merito degli stessi Coen.

            Per questo motivo, nella sua (ormai) irrecuperabile senescenza, Drive-Away Dolls mostra una modesta ingenuità e implausibile innocenza che rendono ogni slancio, ogni forma di provocazione e sfrontatezza del tutto innocui e scolastici, se non proprio futilissimi, specie nel momento in cui il racconto viene letteralmente invaso e dedicato ai falli. Gli stessi contenuti magari in quella valigetta, magari appartenenti a qualcuno di importante. O, chissà, strumenti merceologici con cui il cineasta sembrerebbe ambire ad un discorso più sofisticato, e riportare all’attualità l’intorpidito, fiacco, grigissimo e microscopico affresco di un’America puramente coeniana, che cela il suo essere deludente e repressa, la sua superficialità e inconsistenza di valori e l’immarcescibile assuefazione ai cardinali e kitsch “sesso e violenza” nel bel mezzo di un labirinto ingarbugliato di chiacchiericcio informe e sconclusionato, idiosincrasie ridicole, dettagli trascurabili e slogan da quattro soldi.

            Purtroppo però, malgrado lo rincorra, Drive-Away Dolls, quel piglio caustico, pungente, urticante, non lo riesce mai ad afferrare, arrendendosi di conseguenza alla battuta più facile, ad una pudicizia fatta passare per il suo contrario, al profluvio di graficità e trivialità, allo stereotipo, per giunta autoreferenziale e nostalgico. Tutt’altro paio di maniche rispetto al progetto Grindhouse-Planet Terror da cui trae evidente ispirazione. Quella, d'altronde, era un'operazione che nasceva, sì, da un’urgenza elegiaca e autoreferenziale nei confronti di un determinato tipo di film - ridefiniti, rispolverati, rivitalizzati per l'occasione -, ma lo faceva in una cornice autoriale teorica, filologica, virtuosa. Qui, al contrario, il riecheggiare di un certo filone, come Bad Girls Go To Hell o Faster, Pussycat! Kill! Kill! (che si muovono in una terra di nessuno tra il B-movie d’exploitation, il trash, il camp, il noir e il western) è proiettato soprattutto al calligrafismo di una certa atmosfera perduta, alla riproposizione di uno spirito andato, alla ricerca di una purezza di sguardo e di un divertimento disinibito e “liberatorio” - per dirla col regista.

            Ciò nondimeno, c’è differenza tra il fare un film innocente, leggero e sciocco ed esserlo sul serio poiché in mancanza di una vera e propria economia estetica e produttiva. Allo stesso tempo, è un attimo passare dalla sintesi alla compilazione.

            Drive Away Dolls Ethan Coen Recensione Cinemando

            Traboccante di cinema al punto da venir inghiottito in un vortice di derivatività, e insieme deciso a trattenere quante più ispirazioni, omaggi, citazioni, incurante di apparire frammentario, stonato, incostante (si pensi allo sgraziato montaggio di Cooke, di chiara ispirazione fumettistica), Drive-Away Dolls è dunque il bignamino di tante cose tutte assieme: di un’opera, di un’intenzione, di più fasi e periodi, di un approccio rimediato e rimediante del cinema... solo progettato e pilotato nel più stantio e pigro dei modi. Un one-shot di suggestioni, immagini impermeabili e opache, che non lascia nemmeno il sapore amarognolo della nostalgia. Una continua caduta libera il cui maggior peccato è forse lo spreco di un cast comunque convincente e ben accordato. Da ricordare, in tal senso, una Margaret Qualley sensualissima, fuoriuscita direttamente dall’ultima incarnazione tarantiniana, e un Pedro Pascal a dir poco perfetto.

            Ma il primo film di finzione di Ethan Coen può essere visto anche come un rinnovo di voti nuziali che, tuttavia, potrebbe essere scambiato con grande facilità per il tentativo di imitazione di un esordiente. La controprova - parafrasando - che certi amori finiscono, fanno dei giri a vuoto e forse dovrebbero ritornare.


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