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            7 Settembre 2024
            L'orto americano Pupi Avati Venezia 81 Recensione Cinemando
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            VENEZIA 81

            L’ORTO AMERICANO di Pupi Avati - La recensione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: L'orto americano
            REGIA: Pupi Avati
            SCENEGGIATURA: Pupi Avati, Tommaso Avati
            CON: Filippo Scotti, Rita Tushingham, Mildred Gustaffsson, Roberto De Francesco, Chiara Caselli, Armando De Ceccon, Morena Gentile, Romano Reggiani, Nicola Nocella, Massimo Bonetti
            GENERE: drammatico, horror
            DURATA: 107 min
            Fuori concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Spetta a Pupi Avati e al suo L’orto americano chiudere l’81ª edizione del Festival di Venezia. Nonostante un’ottima atmosfera e un prodigioso Filippo Scotti, il ritorno al thriller gotico e al genere puro del regista bolognese cade in tutti i difetti dell’ultima produzione avatiana e può sperare in una sufficienza risicata.

            “Per paura degli uccelli canori nel mese di Ade”. Con questa frase (in esergo), “rubata” da Bacchilide (o da Pindaro, che rubava a Bacchilide), si apre L’orto americano di Pupi Avati - presentato in anteprima come film di chiusura all’81ª Mostra del cinema di Venezia. Una citazione, forse un’orazione, che - lo scopriremo andando avanti - troverà riscontro e senso nell’intreccio che il regista trae dal suo ultimo romanzo omonimo. Ma che possiamo intendere anche come una sorta di promessa, perché finalmente il maestro bolognese torna ad un thriller gotico, dalle inevitabili tinte horror, nonché ad una pellicola di genere purissimo. 

            E, per l’occasione, va a girare addirittura nel Midwest degli Stati Uniti. Più precisamente, a Davenport, nell’Iowa. È qui che, per un caso fortuito, si ritrova infatti a soggiornare, per qualche mese, un giovane aspirante romanziere di spiccata sensibilità, ma con una mente molto fragile. Bolognese di origine, egli ha deciso di intraprendere questo viaggio per cambiare aria e trovare ispirazione per il suo nuovo lavoro letterario, quello che spera possa diventare il suo primo best-seller. 

            Ad attenderlo, vi sarà invece una vicenda dai risvolti imprevisti e sconvolgenti. Scoprirà invero che la sua vicina americana altri non è che la madre di Barbara, una giovane ausiliaria dell’esercito statunitense che il nostro ha sognato, amato, rincorso (anche se solo col pensiero) sin dal loro primo e unico incontro a Bologna, poco tempo addietro. Ebbene, la ragazza, a casa, non ci è mai tornata. Anzi, dall’Italia pare non essere proprio ripartita. 

            C’è chi dice che sia stata ammazzata, chi la dà per scomparsa e chi invece sostiene che sia ancora viva, e semplicemente abbia cancellato volontariamente le proprie tracce dopo essersi innamorata di un ragazzo italiano. Ma il mistero non fa che infittirsi quando il giovane bolognese, seguendo una serie di lamenti nella notte, trova, nell’orto dirimpetto al suo alloggio, un vaso a chiusura ermetica con un rebus appiccicato sopra e uno strano liquido all’interno. 

            Un indizio che lo riporterà dritto a casa, nel ferrarese, spinto dal possibile legame che la sua storia sembrerebbe avere con una vicenda di cronaca nera, ora vicinissima ad un’amara conclusione giudiziaria…

            Diva Futura Venezia 81 Recensione Cinemando

            Inizia come Il papà di Giovanna, L’orto americano, con immagini d’epoca girate durante la liberazione di Bologna che si impastano nel flusso visivo ed estetico, e lo ricorda in molti suoi passaggi, fra cui il ritorno all’ospedale psichiatrico Roncati (sempre nel capoluogo emiliano). Allo stesso tempo, è impossibile non pensare, oltre che all’imprescindibile e irraggiunto La casa dalle finestre che ridono, a Il signor Diavolo, l’ultimo tentativo horrorifico prima del buon Covid-movie Lei mi parla ancora e, soprattutto, della caduta libera con Dante e La quattordicesima domenica del tempo ordinario. 

            Insomma, trabocca di cinema e immaginario avatiani quest’ultima fatica del regista, come già la controparte cartacea, in un connubio ispiratissimo, molto posato e dalla solita matrice autobiografica tra le due anime della sua produzione. 

            Sospeso tra la ricostruzione storica, mesta e nostalgica di ricordi d’infanzia, e l’inquietudine naturale, innata di un’Emilia palustre, fosca, paesana, pittoresca, con al centro la fascinazione per il mondo dei morti e un contatto lucido e costante coi propri defunti (“per scrivere - e, di conseguenza, anche per creare - bisogna avere tanti morti” dice il giovane scrittore, alter-ego ideale dello stesso cineasta); L’orto americano fonda allora gran parte delle proprie speranze di affabulazione e suggestione sull’atmosfera che riesce a creare. Una che, a tratti, parrebbe desunta da un racconto breve di Edgar Allan Poe, ma che Avati riesce a rimodulare in maniera puntuale ed efficace, a tal punto da farne un qualcosa di ben riconoscibile, per certi versi inimitabile. 

            Essenziale, in tal senso, la sontuosissima fotografia in bianco e nero di Cesare Bastelli che - seppur guidata da un capriccio, da uno sfizio (di Antonio, fratello e storico produttore di Avati, come rivelato da quest’ultimo) e passibile di manierismo - scivola agilmente di riferimento in riferimento, appellandosi ad un calderone di film e immagini che include il cinema espressionista, il noir hollywoodiano degli anni ‘40 e ‘50 (soprattutto La morte corre sul fiume di Charles Laughton) e l’horror classico, fino ad afflati baviani. 

            Parimenti indispensabili sono poi la presenza e l’interpretazione di Filippo Scotti, il quale si riconferma giovane promessa del nostro cinema (rivelatasi, come ricorderete, con È stata la mano di Dio), affondando nei toni e nelle tenebre del mondo che il cineasta costruisce per lui, e smorzando la (pur effettiva) poca credibilità del casting dovuta all’età con uno charme, un’eleganza e una perizia d’espressione che ne fanno il fiore all’occhiello del film. 

            Ma anche e soprattutto il fattore che mantiene più o meno integra l’attenzione dello spettatore, anche nei numerosi momenti in cui L’orto americano cade preda di vizi di forma, difetti, cadute di stile e approssimazioni dell’ultima produzione avatiana (il doppiaggio sfasato rispetto al labiale, la recitazione troppo ingessata e impostata di alcuni comprimari, un montaggio dai tagli non sempre impeccabili, gli interventi musicali prominenti e insistiti fino a diventare irritanti…). O, peggio, vittima di un racconto che si perde man mano che si avvicina ai titoli di coda, sfociando e trattenendosi troppo in un court drama alquanto anonimo, e proponendo una “risoluzione” non così esaltante come, viceversa, sembrava promettere l’incipit. 

            Un plauso particolare, dunque, a questo favoloso talento (ancora tutto da scoprire), imprevista variabile in grado di riportare il cinema del maestro bolognese verso lidi magari non di vera e propria grandezza, ma quantomeno di rilevanza. E, visto il suo curriculum recente, c’è quasi di che rallegrarsi.

             

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