
DOSTOEVSKIJ È LA PIÙ BELLA FAVOLACCIA DEI D'INNOCENZO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Dostoevskij
USCITA ITALIA: 11 luglio 2024
PIATTAFORMA/CANALE: Sky/NOW TV
REGIA: Damiano e Fabio D'Innocenzo
SCENEGGIATURA: Damiano e Fabio D'Innocenzo
CON: Filippo Timi, Gabriel Montesi, Carlotta Gamba, Federico Vanni
GENERE: drammatico, thriller, noir, poliziesco
N. EPISODI: 6
DURATA: 270 min
Presentata in anteprima alla Berlinale 2024
VOTO: 9
RECENSIONE:
I D'Innocenzo Bros. fanno il loro approdo sul piccolo schermo con una detective story unica nel suo genere, che è insieme una proposta di genere in piena regola e un coerentissimo inserto della loro filmografia. Un coacervo magmatico di segni che testimoniano e sanciscono la loro definita e definitiva maturazione come registi e autori.
Chi è Dostoevskij? Qualcuno, forse tutti risponderebbero a questa domanda ricordando il più celebre Fëdor, romanziere, intellettuale russo tra i più importanti di tutti i tempi, figura cardinale del pensiero esistenzialista e autore di testi continuamente risfogliati e ancora oggi studiatissimi, quali Memorie dal sottosuolo, L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov e, in particolare, il suo capalavoro Delitto e castigo.
Non è però l'autore di questi tomi che salterebbe subito alla mente di Enzo Vitello, il tormentato agente di polizia protagonista di Dostoevskij, la serie. Né tantomeno sono le pagine il terreno ideale lungo le cui coordinate si muove la sua personale ricerca della verità.
Colui, colei, coloro, l’ombra a cui dà la caccia il nostro è quella di un esistenzialista a modo suo. Un killer che sta seminando morte, colpendo indiscriminatamente chiunque gli capiti a tiro, e collezionando cadaveri con una freddezza che sconcerta e disorienta perfino gli inquirenti. Agisce senza uno schema o una temporalità ben precisi, tradendo ogni volta il proprio modus operandi, e privo del benché minimo movente, al di fuori di un nichilismo assoluto, cosmico, completamente degradato. Altresì detto, uno sprezzo pieno e incondizionato per quella incessante, meccanica, (in)finita recita che è la vita, “sempre uguale a sé stessa, fatta di ricordi che diventano rimpianti, speranze che diventano delusioni, amore che diventa odio, e odio che diventa niente”. Una malattia (autoimmune) che continua ad espandersi; forse il peggior crimine che si possa commettere oggi, il cui antidoto, secondo il nostro Dostoevskij, è esattamente il suo opposto logico. O, per essere più precisi, quell’istante di dolore insormontabile e autentico che precede la fine di tutto.
Sono pensieri del genere ad affollare le lettere che l’assassino puntualmente abbandona sulla scena del delitto. Lettere che gli hanno garantito appunto il soprannome di cui sopra, complete di precise descrizioni dell’accaduto, asserzioni glaciali ed osservazioni deprimenti su cui le forze dell’ordine hanno posizioni e opinioni verticali. C’è chi pensa sia giusto una presa in giro, chi invece crede possano essere la chiave per accedere all’identità dello scrivente, e chi percepisce una connessione insolita con il punto di vista ivi tracciato.
Pur non ammettendolo candidamente, è soprattutto l'inconsolabile Enzo a dimostrarsi avido di scoprire e leggere sempre più di quel che il killer ha in serbo. E non a caso: ne facciamo infatti la conoscenza mentre si trova steso a terra, sopravvissuto per miracolo ad un tentato suicidio per overdose nello strenuo tentativo di redimere, anche se da morto, il rapporto con la persona più importante della sua vita, sua figlia Ambra, quest'ultima mai ripresasi del tutto dal brusco abbandono del genitore, come dimostra, del resto, il suo vivere trasandato.
Il poliziotto, tuttavia, non ha nemmeno il tempo di metabolizzare il proprio gesto, ché viene subito richiamato all’ordine per occuparsi di quello che passerà alle cronache come il primo dei numerosi delitti di Dostoevskij. Scoprirà presto che ad attenderlo - in cambio dell’inferno più abissale - vi sarà il più dolente dei purgatori. Un po' come se la morte mancata, il suo tentato suicidio abbiano portato o, addirittura, siano stati il vincolo necessario, la forza primigenia, la ragione, marcia e nauseabonda, della nascita di Dostoevskij. La prima (inutile lettera d’addio) di una lunga serie di missive, parimenti mortifere, ma tutt’altro che liberatorie. E ancora, il primo vagito di un corpo "rianimato" giusto per decomporsi.

D'altra parte, è solo in questi termini e con questo bioritmo che vagano e (soprav)vivono i personaggi, e che sembra possa esistere e darsi l'ultimo dei mondi raccontati e disegnati(!) dai fratellacci più noti del cinema italiano, i nostri Fabio e Damiano D’Innocenzo.
Approdo sul piccolo schermo o “quarto film”, come nel caso del quasi coevo L’arte della gioia, anche questo noir-barra-detective story dalle tinte thriller e con atmosfere quasi horror è solo l’ultimo dei numerosi esempi di prodotto ibrido e indefinibile; di esperienza cangiante, versatile ed eccezionalmente contemporanea, che adatta il proprio approccio e le proprie componenti per tenersi in equilibrio tra diversi modi e mondi, tra varie dimensioni di racconto, fino a diventare un dilemma insolubile. Un oggetto gustosamente sui generis che non può essere considerato solo cinema o solo televisione. Che è, in sintesi, entrambe le cose senza che l’una possa essere intesa in maniera spregiativa rispetto all’altra (e viceversa).
Fatta questa doverosa premessa, ci teniamo a chiarire che Dostoevskij - ancor più che la serie della Golino - potrebbe risultare unica e irripetibile pure in assenza di questa sua polivalenza e duttilità in termini di formato e di concept. Ad oggi, infatti, è senza ombra di dubbio la più matura e lucida, intuitiva e acuta, complessa e completa, avvincente oltre che equilibrata delle opere dei D’Innocenzo.
E, la nostra, non dev'essere scambiata per enfasi vuota o spropositata, né per mero piacere di iperbole: la serie tiene fede ad ognuno di quegli aggettivi, a partire dal suo essere insieme una proposta di genere in piena regola - che adopera e si avvale con gusto di un canovaccio intramontabile, riproponendo momenti, passaggi, situazioni quasi rituali, omaggiando tanta letteratura e altrettanto cinema (da Durrenmatt a True Detective, passando per Fleischer, Lumet, Argento, Lustig, Mann, Fincher, Bong Joon-ho), e ambendo, di conseguenza, ad un pubblico il più largo possibile - ed un coerentissimo e sinergico inserto della filmografia dei fratelli.
In questo moto ondivago di “tipica atipicità”, nel susseguirsi di commercialità e autorialità, nel contrappunto fra segmenti come l’esplorazione dell’orfanotrofio o la magistrale e imprevedibile particella di suspence e action sul finale (avvolta da un’oscurità che solo la sala riesce a valorizzare), e schegge dove invece il formato seriale permette ai cineasti affondi esplorativi e intimistici, e quindi di tornare e amplificare i temi a loro più cari, le loro ossessioni tematiche e drammaturgiche, la riflessione sul maschile… è insomma in questa sfumatura indistinta, in questa penombra densa e untuosa, che si delinea la personalissima grafia, il carattere sperimentale (applicato alle possibilità dello storytelling), e la peculiarità ipnotica, immersiva della serie.

Come dalla lettura di uno dei romanzi del titolare, dalla visione di Dostoevskij non si esce, ma piuttosto si "riemerge", assediati, permeati dall'angoscia di un dramma esistenziale e di un’indagine conturbante che - in linea col decorso di parabole simili - diventano un tutt'uno, restringendosi in maniera soffocante sulla rifrazione delle figure di detective e assassino, e superando pertanto la banale ricerca di un “chi” per dirigersi verso i motivi, il percorso, il senso di cotanta violenza.
Alla stregua di quanto fatto con Elio Germano in America Latina, i fratelli D’Innocenzo depotenziano un corpo e una presenza molto prorompenti come quelli di un Filippo Timi torvo e imprevedibile, quasi facendoli scomparire nel vestiario e asciugandoli a tal punto da far emergere la truce essenza del suo personaggio. Da questa esplorazione e dal disvelamento e messa in scena (a dire il vero, un po’ ridondanti e spesso dal sapore artificiale) del complesso e insano confronto con il femminile - nella fattispecie, con la figlia Ambra, portata in scena da Carlotta Gamba, in un’interpretazione che ne mette alla prova tutta la gamma espressiva e il fascino, tra il candore infantile e un magnetismo velenoso - si sviluppano le istantanee di un mondo lordo, oltre che livido, del quale lo stesso serial killer è il riflesso più perverso.
Di nuovo, come nei due film precedenti, un mondo che è e non è il nostro (né tantomeno la nostra Italia, ritenuta “irrappresentabile” per i D’Innocenzo), che gli assomiglia pur contenendo anomalie disorientanti. E che, in questo caso, può essere sia una regressione, il “disegno incompleto di un bambino pigro”, sia un altrove post-tutto, post-apocalittico, al di là della fatiscenza e dello stato putrefattivo in cui versano i suoi viandanti, come pure la pellicola 16mm della quale si sceglie di conservare la ruvida materialità, il carattere tattile, le imperfezioni della grana, i graffi, gli sfregi e gli sprazzi della celluloide.
Il motivo - quantomeno il più eclatante, chiaro fin alla prima visione - per cui Dostoevskij non è solo la summa del discorso filmico dei D’Innocenzo, ma anche e soprattutto la meglio riuscita delle loro favolacce, risiede proprio nella descrizione precisa e suggestiva, nella dettagliatissima costruzione di questa landa scarnificata, che la fotografia di Matteo Cocco percorre e scopre da prospettive sempre nuove, curiose, anticonvenzionali, e il lavoro di montaggio dell’ormai sodale Walter Fasano contribuisce a rendere ulteriormente enigmatica.
Desertificata quanto basta, questa si trasforma in un'altra terra dell'abbastanza da riempire con le disperate escrescenze e le insopprimibili recrudescenze del nostro peregrinare dannato. In un coacervo magmatico di segni che testimoniano e sanciscono un primo, grande punto di arrivo del percorso artistico del duo. Una definita e definitiva maturazione come registi e autori. Il loro Delitto (s)e(nza) castigo e, va da sé, il loro (vero) Capolavoro.
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