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            21 Aprile 2024
            Gloria! Margherita Vicario Recensione Cinemando
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            GLORIA! HA LA VOCE, MA POCO FIATO

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Gloria!
            USCITA ITALIA: 11 aprile 2024
            REGIA: Margherita Vicario
            SCENEGGIATURA: Margherita Vicario, Anita Rivaroli
            CON: Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, Paolo Rossi, Elio
            GENERE: storico, musicale
            DURATA: 105 min
            Presentato al Festival di Berlino 2024

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            La cantautrice e attrice Margherita Vicario esordisce alla regia con Gloria!, tentativo di musical all'italiana e, in quanto tale, musical mancato. O meglio, prove generali per un concerto con cui un gruppo di orfane tenta di ribellarsi alle maglie liberticide dell'ideologia maschilista d'inizio Ottocento. Una fiaba "moderna" dalle buone intenzioni, ma che manca di sguardo (e fiato) per raggiungere le note più alte del proprio spartito pamphlettistico.

            Tra i tanti, il musical è forse il genere più bistrattato e insieme temuto dal cinema italiano. Quello verso cui le nostre produzioni soffrono maggiormente il complesso e il confronto con la proposta d’oltreoceano. Senza scomodare il passato, la storia recente del nostro cinema è popolata qua e là di un paio di tentativi ben riusciti (parliamo, ad esempio, di Ammore e Malavita dei Manetti Bros.), altri falliti clamorosamente, vittima proprio di quella competizione coi cugini americani (come l’apolide e anonimo The Land of Dreams di Nicola Abbatangelo), e altri ancora appena accennati (qualcuno si ricorda Il pasticcere trotzkista in Aprile di Nanni Moretti?).

            Eppure, molti di più sono i musical mancati. Lo è, ad esempio, il deludente Chiara di Susanna Nicchiarelli, caratterizzato da uno slancio, un’inclinazione, un’anima musicale sempre e solo in potenza, mai propriamente espressa. E, ahinoi, un (altro) musical mancato o, meglio, un musical che s’ha da farsi, quasi fossero le sue prove generali, è Gloria!, esordio dietro la macchina da presa della cantautrice e già attrice sul grande e piccolo schermo (battezzata da Woody Allen in To Rome with Love) Margherita Vicario.

            Anche qui, come spesso avviene, il soggetto è a tema musicale. Nasce, per la precisione, dalla volontà della sua autrice di far conoscere ad un pubblico quanto più ampio le decine e decine di storie, sepolte e dimenticate irrimediabilmente fra le pagine della Storia (quella con la S maiuscola), di donne musiciste e compositrici vissute in diversi orfanotrofi italiani fra il XV e il XVII secolo. Fra queste, vi erano anche le collaboratrici del compositore Antonio Vivaldi, il quale, come racconta Vicario, “mantenne collaborazioni con vari gruppi [di musiciste], lavorando gomito a gomito con circa 300 orfane divise in varie istituzioni, con gruppi di un'ottantina di componenti. Una sorta di orchestra. Gli storici sostengono che la sua musica venne profondamente influenzata da questa collaborazione: secondo alcuni, parte dei componimenti di quelle ragazze filtrò nel suo corpus”. Ciò nondimeno, la maggior parte delle opere, dei componimenti e delle testimonianze di queste donne straordinarie, che sceglievano quindi di compiere un gesto di ribellione, anticonformismo, affrontando di petto il pensiero dominante, sono praticamente introvabili. Ed è questo lo scacco definitivo mossogli dall’ideologia dell’epoca (neanche a dirlo, maschilista e fallocentrica).

            Laddove però l’intenzione di Vicario, la peculiarità di Gloria! e il suo coefficiente di interesse sarebbero e sono, in fin dei conti, al posto giusto, gli stessi purtroppo non vengono permutati in intensità, in nerbo, in stamina. E la responsabilità principale è da affidare proprio alla sceneggiatura di Vicario e Anita Rivaroli, che, in mancanza di materiale autentico (o, altresì detto, non originale), di testimonianze idonee ad essere adattate e trasposte sul grande schermo, non arriva a costruire né una vicenda, né un coro di personaggi in grado di dar fiato, corpo e carisma necessari per sostentare un discorso e un racconto di quasi due ore.

            Gloria! Margherita Vicario Recensione Cinemando

            Incapace di tener fede quindi a quel suo punto esclamativo finale, il film si accontenta della proverbialità, della programmaticità e delle forzature narrative di una fiaba “moderna”, rigidamente scandita da una ripetuta alternanza dello stesso paradigma (tra momenti di equilibrio, punti di svolta e sommari), inserita in un contesto anacronistico, dove i venti progressisti dell’appena cronicizzata Rivoluzione Francese diventano il motivo, anche musicale, l’aria, il presagio di ben altra rivoluzione. Non bastano nemmeno innesti musical abbastanza rodati, specie di quella frangia che prevede una proibizione, la censura di qualcosa ritenuto osceno, scandoloso - dal talento innato alla descrizione di caratteri e relativa crescita attraverso il modo di suonare o d’intendere la “cosa musicale” -, così come non serve qualche reminiscenza de L’attimo fuggente, Sister Act o Piccole donne, a vivacizzare un pamphlet femminile e femminista, di sorellanza, che tuttavia riesce solo a riecheggiare, mai a restituire appieno l’equilibrio tra morale, sensibilità e coscienza pop di Paola Cortellesi nell’ancora irreplicato e insuperato C'è ancora domani.

            Dunque, pur mantenendosi placido sulle stesse corde e sulle stesse tonalità, un po' come le acque della Laguna (fotografata con affascinante naturalezza da Gianluca Palma), va comunque riconosciuto alla neoregista il merito ulteriore - si potrebbe quasi parlare di un primissimo accenno di marca stilistica - di saper scegliere e lavorare anche molto bene con gli attori. Quelli che scrittura sono infatti tutti volti, sguardi, corpi, presenze, figure indovinatissime per la parte che sono chiamate a ricoprire. Parliamo delle splendide protagoniste - le solite “diverse eppure più simili di quanto pensino” - Galatéa Bellugi e Carlotta Gamba, tutto il contorno di personaggi di supporto, per non parlare dell’idea di affidare i principali ruoli maschili e/o maschilisti, aiutanti od ombre che siano, a comici riconosciuti e amati: Paolo Rossi in una specie di omaggio e riduzione dei ruoli più noti di Klaus Kinski (chissà se Vicario conosce il suo Paganini…), Natalino Balasso ed Elio, quest’ultimo, un Geppetto in costante sottrazione.

            Grande attenzione è poi riposta su una vivace colonna sonora (sempre a firma Vicario) che costituisce prevedibilmente l’altra grande colonna portante, oltre che il respiro vitale del progetto. Talora gustosamente sperimentale (si pensi alla sinfonia di gesti e faccende quotidiane che richiama all’attenzione lo spettatore e insieme funge da epifania per la Teresa di Bellugi), in essa coesistono e si incontrano, con spiccata armonia, sonorità classiche, moderne come pop (barocco), rock n’ roll e gospel, e contemporanee, fra cui l’elettronica, il rap e l’hip-hop.

            Quasi come se questi generi, per quanto distanti nel tempo e nello spazio, fossero nati tutti assieme, fossero sempre stati lì, pronti per diventare ingredienti a uso e consumo, nostro, di sequenze suggestive e, naturalmente, di Gloria!, una ricetta musicale che manca forse di sguardo. Che promette tanto: la gioia, l’energia, la passione, una storia appassionante di emancipazione ed evasione, attraverso spartiti e solfeggi proibiti, da una prigione, da un sistema, da un maschio già al tempo in crisi (dicendola con Zamora: “Non fare così! Siamo nell’Ottocento”); e mantiene giusto qualcosa. Ossia quanto basta per un monco crowd-pleaser, non certo per professare la venuta della nuova Alice Rohrwacher (a cui Vicario e la produzione targata Tempesta si rifanno palesemente) o della Susanna Nicchiarelli che mai è stata e, nel bene e nel male, mai sarà. Ma, come si suol dire, c’è ancora domani per essere “nuove autrici” del cinema italiano.

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