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            20 Marzo 2024
            Imaginary Recensione Cinemando
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            IMAGINARY, NELLO SCANTINATO DI CASA BLUM

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Imaginary
            USCITA ITALIA: 14 marzo 2024
            USCITA USA: 8 marzo 2024
            REGIA: Jeff Wadlow
            SCENEGGIATURA: Jeff Wadlow, Greg Erb, Jason Oremland
            CON: DeWanda Wise, Pyper Braun, Tom Payne, Betty Buckley
            GENERE: horror, thriller
            DURATA: 104 min

            VOTO: 5

            RECENSIONE:

            Da Jason Blum, produttore di M3gan e Five Nights at Freddy's, un nuovo horror perfettamente inserito nell’ormai noto approccio da B-movie low budget, in quel principio di pura e semplice infestazione parassitaria del mercato multiplex. Nonostante appaia e sia di fatto un taglia-e-cuci di infiniti modelli, Imaginary ha una buona atmosfera e, anche per questo, riesce (malsanamente) a funzionare.

            Due film tremendamente belli per due bellamente tremendi. A grandi linee, è questo il criterio che regola tutta la produzione horrorifica di Jason Blum e della sua Casa, allevamento intensivo talora di soggetti interessanti e nuovi film-maker, il più delle volte di thrill-rides dimenticabili e mestieranti senza arte né parte. E quindi: dopo M3gan e L'esorcista - Il credente, e dopo Five Nights at Freddy's e Night Swim, Imaginary di Jeff Wadlow (regista nato e formatosi nell’underground, entrato nella Hollywood dei grandi studios con Kick-Ass 2, e poi irrimediabilmente uniformatosi alla filosofia Blum) rappresenta un’eccezione? Forse sì, forse no.

            Quel che è certo è che di realmente immaginifico, nel soggetto e nella sceneggiatura scritti a sei mani dallo stesso regista assieme a Greg Erb e Jason Oremland, ci sono solo le menti di Jessica e Alice. La prima è un’artista, illustratrice, nonché autrice di una collana di libri per bambini molto popolare, che trovandosi in un periodo di stallo e crisi creativa decide di tornare nella casa della sua (solo apparentemente serena) infanzia, portando con sé il marito e le due figliastre, queste ultime ancora scosse dalla malattia mentale della madre naturale, dalla separazione col padre e da questa nuova presenza nelle loro vite. Una di queste - colei che, fra le due, pare un minimo apprezzarla - è proprio Alice. Ed è sempre lei che, non appena mette piede nella nuova casa, inizia a parlare con un orsetto di nome Teddy, con il quale stringe immediatamente un’amicizia, va da sé, immaginaria. Fino a quando questi scambi non si fanno via via più inquietanti e pericolosi per la salute della bambina, scatenando episodi che innescano qualcosa in Jessica e riportandola dunque alla sua infanzia. Anche lei, infatti, aveva un amico invisibile, il cui nome - non a caso - era proprio Teddy…

            Come ben nota Rocco Moccagatta su FilmTV, le case infestate e (ri)abitate, non-luoghi dei traumi del passato, e indirettamente la psicologia o parapsicologia spicciola (paracosmo cosa?) sono i due cardini lungo cui si muove gran parte della catena di produzione supervisionata da Blum. Se non proprio elementi di una poetica od ossessioni, quantomeno due punti fermi, due tropi attorno cui rimodulare quasi algoritmicamente le storie; per mescolare ancora una volta la stessa formula.

            Pure nel caso di Imaginary - come sopra - quanto di immaginifico e immaginativo è interamente compreso nella caratterizzazione delle sue due protagoniste. Poiché, inutile anche solo specificarlo, il film in sé e per sé è davvero la fiera della derivazione. Un contenitore di già visto, perfettamente inserito nell’approccio da B-movie low budget di Casa Blum, nell’impudico riciclo, in quel principio di “minima spesa, massima resa” dei prodotti di mero sfruttamento o, meglio, di pura e semplice infestazione parassitaria del mercato dei multiplex. E più ci si addentra nel racconto, più è alto il rischio di perdersi non tanto del mondo sotto il pavimento - tra Burton, Selick e qualcosa di Borges -, quanto piuttosto nel dedalo di riferimenti, ispirazioni, estrazioni, spesso di plagi bell’e buoni.

            Imaginary Recensione Cinemando

            Eppure, malgrado tutto: i jump scares involontariamente comici, i dialoghi e spiegoni assurdi, la banalità (come chiamare un orsacchiotto malefico se non Teddy?), il didascalismo moraleggiante, una prima metà sonnacchiosa e un finale che cerca sperticatamente il twist, l’essere alla stregua di un patchwork, di un film fatto con ritagli di ennesimi altri, a dir poco insufficiente in termini narratologici e strutturali; e posto che comunque le buone idee sono a basso consumo, costano giusto un po’ di sforzo di meningi, Imaginary non è del tutto un incubo da dimenticare.

            Funziona il film di Jeff Wadlow, e in una maniera difficile da descrivere a parole, tutta espressa e concentrata in un’atmosfera inconfondibile, che grida anni ‘90 ancor prima di diventare una puntata qualsiasi di Hai paura del buio? o Piccoli brividi, o sembrare un racconto d’appendice di Stephen King, e che riesce a disegnare non si sa bene come. Forse grazie ad effetti convincenti, al design ispirato degli ultimi venti minuti, alla potenziale piega attuale de “le amicizie non sono mai a senso unico”, che purtroppo però non genera una forma discorsiva vera e propria. Ma anche e soprattutto per merito dell’incisività delle sue attrici: una DeWanda Wise un po’ meno Regina King del solito, una sorprendente e giovanissima Pyper Braun che, negli occhi, nasconde la scintilla di una nuova Linda Blair, e una veterana Betty Buckley che costruisce agitazione mista a tenerezza su un personaggio blandissimo sulla carta.

            Esauriti i (sempre) troppo generosi 104 minuti di durata, la sensazione di qualcosa di solo epidermico ed effimero, dell’immediato oblio, di un film subito stipato nelle profondità del subconscio o nel sottoscala del cinema, è meno presente. Allo stesso tempo però le intenzioni sono sempre quelle, solo dichiarate in maniera talmente diretta da rasentare l’oscenità. E la meta sempre là, dove porta l’ipotetico, sconfinato sfruttamento industriale di un concept, non fosse per il limite di un'immaginazione carente. Là, nei molti corridoi e nelle stanze, infinite e tutte identiche, della Casa di Jason Blum.

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