
AQUAMAN E IL REGNO PERDUTO, L'ANNACQUATO EPILOGO DEL DC UNIVERSE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Aquaman and the Lost Kingdom
USCITA ITALIA: 20 dicembre 2023
USCITA USA: 22 dicembre 2023
REGIA: James Wan
SCENEGGIATURA: David Leslie Johnson-McGoldrick
CON: Jason Momoa, Patrick Wilson, Yahya Abdul-Mateen II, Amber Heard, Nicole Kidman, Dolph Lundgren
GENERE: azione, fantascienza, fantastico, avventura
DURATA: 124 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Ultimo dei fondi di magazzino del DC Universe, Aquaman e il regno perduto di James Wan è di fatto un remake del suo predecessore che decuplica i riferimenti e le citazioni, azzerando però il divertimento e la connessione (già di per sé latitante) con i personaggi. Capeggiato da un Jason Nomo stanchissimo, un epilogo sonnacchioso, impermeabile, tristo che funge da compendio esemplare di tutto quello che non ha mai funzionato nel DC Universe, ma si è assecondato comunque, spesso perdendo la dignità.
Riguardare Aquaman di James Wan oggi, cinque anni dopo la sua comparsa nelle sale di tutto il mondo, è come fissare negli occhi un tempo che non sembra più essere, un altro mondo, scissi tra l’impossibile e fu speranza di una rinascita a lungo sospirata e mai giunta, e la consapevolezza presente che quel che rimane è un regno perduto. Forse Il regno perduto.
È proprio questo - ironicamente - il titolo scelto per l’ultima fatic(acci)a, l’ultimo dei tanti fondi di magazzino (sulla scia di Shazam! Furia degli dei, The Flash e Blue Beetle, acquisiti dalla passata gestione) del DC Extended Universe, o Worlds of DC, come lo abbiamo sempre conosciuto, talora compatito, altre volte schernito e detestato. Un universo, afflitto da turbolenze, sferzato da correnti avverse e coincidenze impreviste, costantemente portato alla deriva, che cala proprio oggi l’àncora per l’ultima volta e sotto la peggiore delle stelle. Pur conoscendo dapprincipio (e noi con lui) il suo destino, pur sapendo di sacrificarsi in nome di una necessariamente degna ristrutturazione a firma James Gunn, sul quale gravano moltissime responsabilità ed altrettante speranze, arriva sul grande schermo il seguito delle avventure del supereroe anfibio interpretato da Jason Momoa, con al timone sempre il fido James Wan.
Purtroppo o per forza di cose, sembra interessare a pochi o nessuno. Eppure la domanda rimane ed è d’uopo: com’è Aquaman e il regno perduto? Ma soprattutto com'è nonostante tutto, nonostante la sua irrilevanza editoriale e ai fini del funesto macro-disegno narrativo, ed una consistenza, in tal senso, non dissimile da quella di una zavorra di cui liberarsi quanto prima, per ripartire da zero (o quasi)? Non vi stupirà sapere che, laddove vi sia qualche leggera modifica nell’approccio, il secondo (ed ultimo?) contatto col cinefumetto da parte di James Wan (che - ricordiamo - è una delle firme horror più riconoscibili della contemporaneità, da Saw ad Insidious, dalla saga di The Conjuring a Malignant) è di fatto un more-of-the-same. Il prefabbricato di un progetto che già di per sé è figlio di una prefabbricazione e rielaborazione post-moderne.

Difatti, Aquaman e il regno perduto duplica, triplica, decuplica i riferimenti, le citazioni, i richiami, dandosi nella forma dell’ennesimo, caotico, annacquato pastrocchio ipertestuale. Tant’è che, per ravvivare un po’ la visione della pellicola, vi proponiamo un gioco che consiste nel trovare almeno un prodotto letterario o audiovisivo rimasto intonso dal trita-tutto indifferente, indifferenziato, tra il piratesco e il tarocco, di James Wan & co.
Senza dilungarsi sulle numerose derivazioni da prodotti concorrenti (come Black Panther che diventa Black Manta, specie nel look, e il Thor di Taika Waititi nel rapporto fraterno tra Arthur e lo sconfitto e qui redento fratello antieroe Orm, accostato esplicitamente a Loki), partendo dal solito, immancabile Star Wars (di cui qui si scopiazza anche il segmento della locanda/covo con tanto di Cantina Band rivisitata per l'occasione e Jabba the Hutt subacqueo), passando per La cosa, Gli Incredibili 2, The Host di Bong Joon-ho, Cast Away, Viaggio al centro della terra (libro e film), gli apocalypse movie di Roland Emmerich, i kaiju movie di qualsiasi provenienza e declinazione, i mostri lovecraftiani, fino al blockbuster ecologista di cameroniana memoria [il sottotesto ambientalista è chiaro dal primo minuto e i parallelismi con la reale situazione in cui versa il nostro pianeta si sprecano], e a strabordare, nei momenti conclusivi, di nuovo sul fantasy magniloquente e rapsodico à la Il signore degli anelli o, in alternativa, à la World of Warcraft.
Del resto, può appartenere solo ad un videogioco di qualche generazione fa, o ad una delle prime sperimentazioni di Zemeckis con il motion capture, l’irricevibile computer grafica con cui è animato il mondo completamente artefatto di Atlantide e con la quale sono disegnati, a suon di effetti particellari, neon e doppi digitali, la maggior parte delle sequenze di combattimento, dando vita ad un pastone indigesto, che pare sempre sul punto di implodere. Un’altra barocca babele che appesantisce, come già avveniva nel primo capitolo, lo slancio immaginifico e il coefficiente fantastico che il mondo diegetico possiederebbe naturalmente.
Ma appunto, come sopra, serve un passatempo per ravvivare l’esperienza di visione di Aquaman e il regno perduto. Pur con questo accumulo che non trova lo stesso equilibrio del prodromo, concependo lo spazio visivo e mitologico al pari di un ricettacolo e di una sintesi impossibile del blockbuster moderno e contemporaneo, il film inquina invero il mare delle proprie possibilità spettacolari ed affabulatorie. Non solo imbastisce, assistito dalla scrittura del sodale David Leslie Johnson-McGoldrick, un intreccio vecchio quanto le reliquie (e le motivazioni) che i personaggi brandiscono, ma allo stesso tempo azzera, prosciuga però tutto il divertimento, quel sincero e consapevole spirito avventuroso palpabile nella prima avventura, e soprattutto la virtuale immedesimazione in quel che accade e nei suoi protagonisti.

Non bastasse, James Wan perde addirittura il contatto col proprio titolare, col proprio eroe, che, se nel capitolo precedente costituiva l’elemento vitale ai fini della stabilità dell’operazione e della mediazione tra la sua idea di cinecomics e il pubblico, qui è interpretato da un Jason Momoa che appare decisamente demotivato, fiacco, costretto ogni tanto a ricordarsi chi è e a mettere su una maschera e a dire cose, fare battute che sembrano quasi stargli antipatiche. Lo stesso si può dire del resto del cast: la censurata Amber Heard, l’artificiale Nicole Kidman, l’inerte Dolph Lundgren, l’insulso comic relief Randall Park e l’invisibile Yahya Abdul-Mateen II. Tutti trovano posto in scena secondo una funzionalità che definiremmo scolastica, eccezion fatta per Patrick Wilson, il quale cerca a tutti i costi di dare vita ad un personaggio ambiguo e sfaccettato, senza possedere tuttavia lo charme di un Tom Hiddleston e venendo inoltre sopraffatto dal flusso avverso di un copione molto più granuloso e superficiale.
Insomma, termina così la lunga e trasandata corsa (a perdifiato, inseguendo invano e ciecamente il modello Marvel) dell’universo cinematografico DC: con un epilogo sonnacchioso, impermeabile, tristo che funge da compendio esemplare di tutto il progetto, di tutto quello che, sin dai tempi de L’uomo d’acciaio, non ha funzionato, ma si è assecondato comunque, spesso perdendo la dignità. Alla stregua di quanto avviene nella sequenza mid-credit, tanto ridicola da diventare grottesca, che è di fatto la cartolina di un mondo morto e perduto ancor prima di nascere e di trovare sé stesso. Questo, insieme ad un discorso finale di speranza, ottimismo, una proficua cooperazione, che promette un futuro migliore, più radioso, gioioso, ma che invece suona più simile ad un canto funebre, ad un requiem. O ancora, ad un beffardo maleficio che incombe già su un reboot che, fin dal titolo (Superman: Legacy), porta in dote un’eredità che, come si suol dire, non è (proprio) acqua.
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