
NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI 3.0, noi (non) siamo infinito
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Notte prima degli esami 3.0
USCITA ITALIA: 19 marzo 2026
REGIA: Tommaso Renzoni
SCENEGGIATURA: Tommaso Renzoni, Fausto Brizzi
CON: Tommycassi, Sabrina Ferilli, Adriano Moretti, Alice Lupparelli, Alice Maselli, Ditonellapiaga, Gianmarco Tognazzi, Antonello Venditti
GENERE: drammatico, commedia, sentimentale
DURATA: 95 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Ostaggio di un'inevitabile nostalgia nostalgia, ma desideroso anche di intercettare lo sguardo della Gen Z, Notte prima degli esami 3.0 di Tommaso Renzoni (co-scritto con il ritornante Fausto Brizzi) si muove incerto tra passato e presente, finendo per tradire entrambi. Un’operazione pop levigata e artificiale che, a fronte di un cast indovinato, nel voler aggiornare un immaginario generazionale, ne smarrisce tanto l’autenticità quanto l’eredità.
“Cerca di aggiornarti un pochetto, sennò diventi nostalgico”, dice uno dei comprimari più amabili di Notte prima degli esami 3.0 ad uno dei suoi protagonisti. È una battuta che arriva a pochi minuti dall’inizio del film e che, da lì in avanti, resta come in sospeso: verrà presa ed elevata a dichiarazione d’intenti, oppure tradita in nome delle esigenze, delle convenienze e delle convenzioni di un’operazione commerciale costruita a tavolino?
Da un lato, infatti - nel suo proporsi quale tentativo di remake all’oggi (dopo che già ci aveva provato Notte prima degli esami - Oggi) di quel vero e proprio fenomeno cinematografico che prendendo il là da una celeberrima canzone di Antonello Venditti, ormai vent'anni fa raccontava di ansie e angosce, timori e amori, rimpianti e speranze di alcuni figli dell’Italia spensierata e rampante di fine 80s, incassando oltre 12 milioni di euro al botteghino e lanciando, come non bastasse, la carriera da regista dello sceneggiatore Fausto Brizzi - è evidente la volontà (tutta americanofila) di cavalcare l’onda dei ricordi, della nomea. Insomma, di approfittare della tanto cara nostalgia (in un’epoca di piena retromania come la nostra) di un testo esso stesso elegiaco (uno dei primi, a dirla tutta, a riportare in auge e sul grande schermo gli ora logori anni ‘80) che nondimeno ha conservato nel tempo la propria forza e il proprio ascendente, divenendo a tutti gli effetti un appuntamento cross-generazionale; una parabola tramandata di volta in volta.
Dall’altro lato, proprio in virtù di questa sua essenza produttiva, è parimenti naturale e logico aspettarsi un qualche tipo di interesse, da parte di questa nuova iterazione, nel definire, delineare, esplorare come le nuove generazioni — la cosiddetta Gen Z — possano vivere, qui e ora, una fase cruciale e decisiva del proprio percorso di vita: l’esame di maturità, con tutto ciò che ne concorre e consegue.

Sembrerebbe essere una strada che il ritornante Brizzi e lo sceneggiatore (di Margini, Gli idoli delle donne, Altrimenti ci arrabbiamo, e ancora Elf Me e Cortina Express) Tommaso Renzoni - al suo (curiosamente simile) salto dietro la macchina da presa - intendono percorrere, quantomeno nella primissima metà della pellicola. E cioè quando provano a mantenersi in equilibrio tra quelle due posizioni antitetiche e alfine inconciliabili, calibrando nostalgia e desiderio di nuovi sguardi e nuove prospettive. Il tutto, mentre praticano la più tipica e rudimentale commedia degli equivoci, innescata da una combriccola di maturandi, capeggiata dal furbo, intelligente ma scoraggiato e catastrofista Giulio Sabatini (reincarnazione a misura odierna del Luca Molinari di Nicolas Vaporidis), nell’assurda e disperata impresa di “debellare” la professoressa Castelli, soprannominata fagnanescamente “Belva” - la più grande minaccia che li separa dalla promozione e dalla fatidica fine di questi ultimi cinque anni di scuola - arrivando a fingersi virtualmente una sua indimenticata cotta giovanile.
Il problema principale di Notte prima degli esami 3.0 sta tutto qui: in una diffusa pigrizia e scarsa inventiva nel costruire, scrivere e immaginare una vicenda — un intreccio, una coralità — che sappia davvero sostenere e giustificare un’operazione produttiva le cui esigenze e finalità appaiono chiaramente di altra natura. Ma non è solo una questione di pochi guizzi - combinati peraltro con una noncuranza narratologica e una sorta di predisposizione innata e insopprimibile per le sciocchezze, le soluzioni, gli escamotage più inverosimili.
No, per quanto animato da una passione talvolta persino sproporzionata rispetto agli esiti, il copione di Renzoni e Brizzi non riesce neppure a trovare un proprio baricentro, né tantomeno un’organizzazione chiara entro cui far muovere linee narrative e personaggi. I quali finiscono così per apparire in balia di eventi che dovrebbero invece contribuire a determinare, trascinati, una scenetta dopo l’altra, da un indistinto moto centripeto e insieme ondivago che li inchioda a caratteri e tipologie predefinite, rendendo di fatto impossibile qualsiasi reale evoluzione: una crescita tangibile, credibile, sincera. Lo stesso vale per i discorsi (intimi e collettivi, generali e generazionali) che il film dissemina lungo il percorso, colti nel segno in fugaci momenti di lucidità e concentrazione, ma del resto mai sviluppati o portati veramente a compimento.

Ad essere magnanimi, si potrebbe persino leggere questa andatura erratica alla stregua di un riflesso filmico, pressoché mimetico, dello spirito dei suoi protagonisti: giovani che vivono con la “costante sensazione che una catastrofe sia sul punto di abbattersi” su di loro, abbandonati da tutto e da tutti (talvolta persino dai genitori). Ragazzi e ragazze diffidenti verso il sesso, colpevole di “rovinare tutte le cose belle”, e al tempo stesso assediati a tal punto dall’eco-ansia da arrivare a chiedere scusa alle piante; così convinti che “il mondo possa finire domani” che le tensioni, l’agitazione per gli esami non hanno più alcun peso o valenza (anche drammaturgica). Una generazione che sa perfettamente come definirsi, come etichettarsi, ma che spesso fatica a conoscersi, a capire chi sia davvero.
Ciò nonostante, questa possibile chiave di lettura si infrange contro la natura profondamente artificiosa con cui questi personaggi vengono scritti, fatti dialogare e interagire, sempre rappresentati attraverso il filtro di uno sguardo che resta fin troppo distante, irrigidito in una prospettiva marcatamente adulta, indulgente e compassionevole, ma proprio per questo incapace di restituirne appieno l’autenticità. Con l’unico, paradossale effetto di rendere viceversa molto più genuini, sentiti e vicini i problemi e i piccoli, grandi drammi dei pochi adulti che li affiancano, questi ultimi accomunati — per sorte o per scelta — da una solitudine che finisce per risuonare con ben altra, più nitida e riconoscibile, intensità.
In questo, gioca sicuramente un importante fattore anche l’esperienza dei membri veterani arruolati da Brizzi, Renzoni e dai Lucisano, fra cui una Sabrina Ferilli che torna compostamente a recitare e un Gianmarco Tognazzi dagli imprevisti picchi, alla quale si aggiunge un’irresistibile Teresa Piergentili. Pur tuttavia, il cast è senza dubbio una delle componenti più curate e indovinate di Notte prima degli esami 3.0. A cominciare dalla scelta dello youtuber e influencer Tommaso Cassissa (Tommycassi), per anni ironico cantore e ilare portavoce social di un immaginario giovanile ben riconoscibile, soprattutto nella sua declinazione studentesca, satura di inquietudini, paranoie, problemi, complessi e idiosincrasie.
Parimenti convincenti risultano poi Alice Maselli (già Agnese nei due Come un gatto in tangenziale), Alice Lupparelli (notata in Un professore, Adorazione e Maschi veri) e Adriano Moretti, vera rivelazione dell’ensemble, la cui fisicità e presenza quasi belushiane si accordano ad un’idea di mascolinità nuova, o quantomeno ibrida, sospesa tra il machismo spaccone e donnaiolo di ieri e la tenerezza, la (iper)sensibilità e l’intelligenza emotiva di oggi. Nella sua prova e nelle sue qualità espressive, sembra concentrarsi una specie di perfetta metafora dell’esordio alla regia (oltre a ciò, disseminato di ingenuità, ridondanze e virtuosismi fini a sé stessi) di Renzoni.

Permane comunque il dubbio che questa operazione di “autenticazione” passi più attraverso la superficie di volti e linguaggi altri (fra cui pure la musica: di Ditonellapiaga, Olly, The Kolors) che non attraverso una concreta aspirazione e ambizione a ritrarre le voci della generazione che va cercando (e corteggiando tramite il brand e i nomi coinvolti).
E riaffiora inevitabilmente la sospensione di cui sopra; un’indecisione e irresolutezza che, man mano che trascorrono i minuti e ci si avvicina ai titoli di coda - dopo aver assistito per giunta ad un’esibizione dell’inno titolare da parte di un Venditti imbalsamato (quasi più una scena rubata dalla festa di fine riprese, un momento di backstage infilato a forza nel montaggio finale, irrisorio nell’economia del racconto e dall’effetto pedante e dozzinale) -, più appare quale soluzione di comodo di una pellicola pop dalla confezione plasticosa (o algoritmica?) e dal retrogusto dolciastro ma in fondo chimico.
Una che non riesce a emozionare i nostalgici e perde rapidamente il polso del presente che vorrebbe intercettare. Che, volendo piacere a tutti, finisce per non piacere a nessuno. O, peggio, rischia con grande facilità di diventare proprio il motivo per cui si continuerà, con ogni probabilità, a preferire (e preferirle) l’originale, incuranti del fatto che “la nostalgia può essere pericolosissima” - come insegna un mussoliniano presidente di commissione.
E allora, non scorgendo più alcun “infinito” dietro quest’ermo film e questo cinema, lo sguardo non solo si arresta prima dell’orizzonte, ma vi rinuncia del tutto, ripiegando su un passato avvilente e un presente languido. Non più “interminati spazi” né “sovrumani silenzi”, ma soltanto un "naufragar" dolce in questo (solito, vecchio) mare.
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