
LA LEZIONE dimenticata da Stefano Mordini
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La lezione
USCITA ITALIA: 5 marzo 2026
REGIA: Stefano Mordini
SCENEGGIATURA: Luca Infascelli, Stefano Mordini
CON: Matilda De Angelis, Stefano Accorsi, Eugenio Franceschini, Marlon Joubert, Lidiya Liberman, Marco Maccieri
GENERE: drammatico, thriller
DURATA: 107 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Con La lezione, Stefano Mordini porta sul grande schermo il romanzo omonimo di Marco Franzoso con una suspense da thriller psicologico riuscita, valorizzata da una Trieste suggestiva e atmosfere inquietanti. Tuttavia, quando il film si ritrova ad affrontare per davvero i temi di abuso, manipolazione e ricerca della verità, la narrazione perde incisività. La seconda metà scivola così in soluzioni forzate per poi culminare in un finale ambiguo che smorza qualsiasi buona impressione iniziale.
Col termine parresia, il filosofo, sociologo e storico francese Michel Foucault intende(va) il coraggio di dire la verità anche quando questo comporta un rischio personale. Non si tratta semplicemente di libertà di espressione, ma della responsabilità di assumersi le proprie parole all’interno di rapporti di potere spesso asimmetrici. Al di là dell’atto linguistico in sé, la parresia introduce una vera dimensione etica: chi parla si espone personalmente, mettendo in gioco la propria responsabilità all’interno della relazione di potere. In questo senso, diventa una lente critica per interrogare non solo i rapporti tra soggetto e verità, ma anche le complesse dinamiche tra verità, autorità e responsabilità morale.
È questa una delle tante lezioni che il professor Angelo Walder tiene nei suoi corsi all’università di Trieste, dov'è appena stato reintegrato dopo le accuse (a detta sua, ingiuste) di violenza sessuale da parte di una donna che lo avrebbe denunciato poiché instabile e morbosamente, pericolosamente ossessionata. Ad assisterlo in questo processo che ne ha proclamato l’assoluzione (dopo un’anomala e repentina ritrattazione della parte lesa), è stata Elisabetta, giovane avvocata di un piccolo studio triestino dal futuro radioso e promettente, se solo non fosse continuamente assediata, perseguitata dallo spaventoso e traumatico spettro dell’ex fidanzato Daniele, col quale condivideva una relazione tossica, fatta di violenze, soprusi e una gelosia sfociata in manie di controllo - un uomo, va da sé, verso cui ha richiesto tutta una serie di debite misure cautelari e che è stato pure condannato ad un periodo di carcere.
Trascorso un po’ di tempo, il professor Walder si riaffaccia nella vita della ragazza: la ricontatta per intentare una causa di mobbing contro lo stesso ateneo, che, pur avendolo riaccolto, continua a relegarlo ad un ruolo marginale. Nello stesso momento, però, anche quel passato che lei avrebbe fortemente voluto lasciarsi alle spalle sembra tornare a cercarla sotto forma di strani segnali, presenze elusive e un senso di costante minaccia. Elementi che insinuano il dubbio che Daniele - nel frattempo tornato in libertà - abbia ripreso a seguirla.
Così, mentre il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più labile, Elisabetta - attorniata solo ed esclusivamente da uomini più intenti a proteggerla e controllarla, che non ad ascoltarla e a comprendere il proprio stato d’animo - si decide a scoprire la verità, in un crescendo di inquietudine che la porterà a ritrovarsi sempre più sola, costretta a mettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere.

E qui torniamo alla questione della verità evocata poco sopra dalla parresia foucaultiana, che smette di essere un principio astratto e diventa un campo di battaglia fragile e ambiguo, dove parole, ricordi e sospetti si intrecciano fino a rendere incerto ogni giudizio.
Del resto, è proprio da qui che è partito Stefano Mordini nell’adattare e tradurre per il grande schermo (insieme al fidato sceneggiatore Luca Infascelli) l’omonimo romanzo, denso, complesso e già molto cinematografico, di Marco Franzoso. Un thriller psicologico di ritmo e suspense, con viraggi quasi polar che, tramite la proverbiale discesa agli inferi di una giovane donna come tante, intende trattare per l’appunto il delicato tema di maltrattamenti e abusi sessuali, di quella possessività scambiata per affetto e dedizione, ma che, come ben sappiamo, in moltissimi casi si traduce in stalking, se non peggio. Al contempo, nell’economia del racconto, trova spazio anche una riflessione sulle molteplici difficoltà che le donne vittime di violenza incontrano nel farsi credere, ascoltare e comprendere. A questo deficit di riconoscimento si somma, inoltre, il fenomeno del cosiddetto gaslighting perpetrato da uomini violenti e manipolatori, che erodono progressivamente la fiducia non solo negli altri, ma perfino in sé stesse.
Ancor prima che da Foucault, Mordini - che molto spesso (da Pericle il nero e Il testimone invisibile a Lasciami andare e La scuola cattolica) ha percorso le strade della tensione insieme a quelle del sospetto, dell’ambiguità, della paranoia, financo dell’angoscia e della paura - sceglie allora di partire da un assortimento di piccoli dettagli, fra i quali La canzone dei vecchi amanti nella versione di Franco Battiato, utilizzata come avrebbe fatto Dario Argento, o ancora i luoghi molto suggestivi, i colori assolutamente congeniali della Trieste di Umberto Saba, tutt’oggi “popolosa in principio, in là deserta, chiusa da un muricciolo dove seggo rimpetto al mare e al sole calante… Un’aria strana, un’aria tormentosa, l’aria natia”. Una Trieste percorsa, assalita da un vento di Bora incessante, che travolge, investe il personaggio di Elisabetta, amplificandone il senso di malessere, incertezza, insicurezza.
Come non citare poi le musiche intime e inquietanti composte dal violoncellista albanese Redi Hasa, voce invisibile dell’instabilità emotiva e del tormento che accompagna tutta la vicenda, nonché ultimo accordo di un’atmosfera già per sé invidiabile che il regista maneggia e sostiene con una messa in scena rigorosa e tipica, in linea col cinema verso cui è debitrice.

Ciò detto, la prima metà de La lezione è senza ombra di dubbio anche la più riuscita proprio per questo suo essere un giallo eseguito a regola, spartito tra i soliti, inevitabili Hitchcock, Polanski e il succitato Argento, come pure nel costruire e accumulare strati di mistero, timore e apprensione per le sorti della protagonista e la sua ricerca di verità.
Il film comincia purtroppo a risultare molto meno convincente — meno intrigante, meno incisivo e, perché no, anche meno divertente — nel momento in cui è chiamato a entrare davvero nel merito e nel vivo dei propri temi. Ovvero quando Mordini e Infascelli, prendendosi numerose libertà e stravolgendo non poco il materiale di partenza, travasano il meccanismo tensivo — e il diabolico teorema di Franzoso, che si interroga su quale distanza ci separi davvero dalla violenza e se ogni carnefice di oggi non sia, in fondo, una vittima di ieri — nei confini precisi e ben definiti di un Kammerspiel incentrato su una vendetta che si fa via via più atemporale, metafisica e collettiva.
Una forma (e formula) nella quale si può rintracciare qualcosa de L’ultima casa a sinistra, La morte e la fanciulla, Hard Candy, Lady Vendetta e de Il segreto dei suoi occhi, ma nella quale il regista finisce per restare imprigionato, incatenato, quasi accontentandosi del duello attoriale tra una Matilda De Angelis non sempre convincente e uno Stefano Accorsi - sul ricalco del commesso viaggiatore di Arthur Miller e lo stesso Foucault - del cui volto e corpo (ri)scopre un potenziale orrorifico finora rimasto inespresso, recondito.
Come guidato da una falsa intuizione, la pellicola resta insomma in balia di un intreccio su cui è meglio non interrogarsi troppo: una trama che, passo dopo passo, sprofonda nella più totale, eclatante e fastidiosa implausibilità, fino a un finale — che finale non è — che sembra dimenticare la primissima lezione del cinema di genere, affidandosi ad un'esilissima commutazione di realtà e finzione e scambiando l’irresolutezza e la non-scelta per una qualche, supposta e pretestuosa forma di elevazione autoriale. Tutto qui?
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