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            11 Febbraio 2026
            La recensione di Hamnet, il nuovo film della regista di Nomadland Chloé Zhao candidato a 8 premi Oscar su William Shakespeare.
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            HAMNET, l'arte della (e nella) perdita

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Hamnet
            USCITA ITALIA: 5 febbraio 2026
            USCITA USA: 27 novembre 2025
            REGIA: Chloé Zhao
            SCENEGGIATURA: Chloé Zhao, Maggie O'Farrell
            CON: Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn, Emily Watson, Jacobi Jupe, Noah Jupe
            GENERE: drammatico, storico, sentimentale
            DURATA: 125 min
            Candidato a 8 premi Oscar 2026

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Attraverso l’adattamento del romanzo di Maggie O’Farrell e le suggestioni critiche di Stephen Greenblatt, Chloé Zhao osserva, indaga e rilegge la morte del giovane figlio di William Shakespeare quale possibile matrice emotiva dell’Amleto, intrecciando biografia e creazione, natura e grazia, lutto e rappresentazione. Un racconto intimo e insieme cosmico che riflette sulla perdita come origine dell’arte e il potere di quest'ultima, del teatro — e del cinema — di trasformare il dolore in forma, parola e memoria destinata a sopravvivere al tempo.

            “Hamnet e Hamlet sono in realtà lo stesso nome, del tutto intercambiabili nei documenti di Stratford della fine del XVI e dell’inizio del XVII secolo”. È con questa citazione in esergo — tratta dall’articolo The Death of Hamnet and the Making of Hamlet di Stephen Greenblatt — che la regista sinoamericana Chloé Zhao sceglie di aprire Hamnet, suo quinto lungometraggio e ritorno dietro la macchina da presa a tre anni effettivi dalla vittoria dell’Oscar per Nomadland e dalla discussa parentesi supereroistica rappresentata da Eternals per i Marvel Studios.

            Un ritorno all’insegna, questa volta, di un eroe di tutt’altra natura: un paladino, un campione, finanche una leggenda dell’arte della parola, della scrittura e della rappresentazione, William Shakespeare. Nondimeno, al centro del racconto non si colloca alcuna celebrazione o glorificazione agiografica di un genio ormai storicizzato e canonizzato; piuttosto — quasi si trattasse di una origin story, per restare entro un orizzonte fumettistico — Hamnet si configura come un’indagine sulle ragioni intime, sulle vicende biografiche e sull’urgenza esistenziale e artistica che hanno accompagnato, sostenuto e infine determinato l’affermazione del Bardo al cospetto della Storia e dell’umanità intera.

            Ad interessare Zhao è dunque solo (e categoricamente) William, quando ancora era figlio di un’umile famiglia di artigiani nella campestre e rurale Stratford-upon-Avon della fine del XVI secolo, giovane respinto, deriso, malmenato e costantemente disprezzato da un padre il cui retaggio ha rinnegato da tempo in favore della drammaturgia e del teatro, ma nei confronti del quale è al contempo costretto a saldare i debiti, ritrovandosi così ad insegnare latino a qualche giovane della zona. Ma ecco che, un giorno, durante una di queste tediose e frustranti lezioni a domicilio, posa gli occhi su Agnes, una ragazza diversa da chiunque altra, misteriosa e intrigante, che vive insieme al fratello Bartholomew sul limitare della foresta e trascorre il tempo libero con il suo falco addomesticato.

            Tra i due scocca fin da subito la scintilla, un amore totalizzante, forse ultraterreno e, dopo una serie di incontri segreti e qualche alterco con le rispettive famiglie, decidono di convolare a nozze. La donna comprende però la natura e le esigenze del neomarito - sempre più inquieto e suscettibile, al quale le prospettive di una vita semplice, proverbialmente "casa e bottega", subordinata alla tirannica figura del padre, stanno strette - e, malgrado la nascita della loro prima bambina e un secondo figlio in arrivo, acconsente a lasciarlo partire periodicamente da Stratford, affinché possa inseguire le proprie ambizioni teatrali e tentare fortuna a Londra.

            La recensione di Hamnet, il nuovo film della regista di Nomadland Chloé Zhao candidato a 8 premi Oscar su William Shakespeare.

            Per qualche anno tutto sembra scorrere con apparente serenità. Alla primogenita Susannah si uniscono i gemelli Judith e Hamnet; Agnes governa la casa e custodisce l’equilibrio familiare, mentre le opere di William iniziano a trovare spazio sui palcoscenici londinesi, accolte da un entusiasmo crescente. A spezzare quell’armonia sarà però l’epidemia di peste, che colpisce Judith, ma finisce per portare via l’amatissimo Hamnet. Da cui il titolo e il senso dell’opera, che risiede ed è già chiarito dal sottotitolo dell’edizione nostrana (Nel nome del figlio), a sua volta proveniente dal titolo del romanzo che la pellicola adatta, a firma della scrittrice nordirlandese Maggie O'Farrell, qui co-autrice della sceneggiatura assieme alla stessa Zhao.

            L’idea, sottesa nella citazione ed espressa nell’articolo di cui sopra, è appunto che questa perdita così improvvisa, violenta, devastante (a cui il drammaturgo non avrebbe nemmeno preso parte direttamente) possa essere collegata alla genesi dell’Amleto nei termini di una possibile traccia emotiva e poetica che attraversa e innerva tutto il testo. Greenblatt suggerisce che questa esperienza possa aver influenzato il modo in cui Shakespeare trasformò la materia narrativa della composizione (originalmente tratta da fonti come Saxo Grammaticus) in una tragedia centrata sull’interiorità psicologica del protagonista e sul tema della sofferenza esistenziale. Per lo studioso non è infatti la trama della vendetta il fulcro del racconto, bensì l’esplorazione di uno stato d’animo sospeso tra intenzione e azione, quella sensazione di impotenza conseguente ad un trauma tempestivo e lacerante, connaturata alla paura atavica di un fatalità oscura, ai territori inesplorati di dolore, lutto, colpa, rimpianto, vergogna, angoscia. Ovviamente né Greenblatt né O'Farrell pretendono di dimostrare la sostanza autobiografica insita nella tragedia shakespeariana. Al contrario, sottolineano che non esistono fonti dirette che lo attestino.

            L’argomentazione è assai più sottile, come raffinato e delicato è l’approccio di Zhao alla controparte cartacea, dalla quale distilla una rinnovata riflessione sulle connessioni umane, sul nomadismo sentimentale, sul valore affettivo (per citare il titolo di un’altra recente parabola filmica incentrata su padri e figli) e, più in generale, sulla relazione con l’altro nella comunione con lo spazio che abitiamo: l’ambiente naturale, geografico, sociale, economico, l’orizzonte che ci circonda, terreno o metafisico che sia. A guidare questa ricerca sono sempre le parole del suo più importante lavoro (ad oggi), per cui “una delle cose che amo di più di questa vita, è che non c'è un addio definitivo. Ho conosciuto centinaia di persone qui. E io non dico mai addio per sempre, dico solo: ci vediamo lungo la strada. Ed è così: li rivedo. E posso essere sicuro, in cuor mio, che ti rivedrò un giorno”.

            Ebbene, sullo sfondo di un paesaggio rigoglioso, bucolico, attraversato da un’aura esoterica e quasi magica — dunque profondamente sintomatico — e in netto contrasto con i panorami desertici attraversati dalla Fern di Nomadland, Zhao ci immerge nelle prime esitazioni, nella dolcezza impacciata dei gesti, nel travolgente innamoramento, nei primi demoni, nei distacchi sofferti e nei successivi ricongiungimenti di una coppia e di una famiglia. La regia e messa in scena si muovono sospese tra simbolismo (mitologico, orfico), romanticismo e un fino decadentismo visivo, sempre in punta di piedi, essenziali e misurate nelle soluzioni formali, nei movimenti orchestrati in armonia con l’ispiratissimo lavoro dagli echi pittorici e preraffaelliti (impossibile non pensare all’Ophelia di Millais) di Łukasz Żal, direttore della fotografia (due volte candidato all’Oscar) di altrettante e struggenti storie d’amore e arte quali Loving Vincent e Cold War, ma anche di Sto pensando di finirla qui e de La zona d'interesse.

            La recensione di Hamnet, il nuovo film della regista di Nomadland Chloé Zhao candidato a 8 premi Oscar su William Shakespeare.

            Al tempo stesso, al di là del suo essere anche un racconto di travestimenti, di trucchi e magie — fatate o tetre — di sovrapposizioni e sostituzioni necessarie, Hamnet compie un passo ulteriore nella poetica di Zhao. Come in The Tree of Life di Terrence Malick (che non a caso ha elogiato il film), quest’ultima sembra invero interrogare la dialettica tra via della natura e via della grazia, tra l’istinto primordiale e la possibilità di redenzione attraverso un gesto creativo. Arte e vita si specchiano l’una nell’altra sotto lo sguardo silenzioso e onnipresente della natura o comunque di una presenza altra, superiore che non si manifesta mai apertamente ma si cela ai piedi di un albero, dietro le quinte di un teatro, nel fuori campo dell’immagine.

            Del resto, è nel buio del ventre della terra — che diventa ventre dell’arte — che il dolore muta: da ferita a forma, da perdita a evocazione, da trauma a non detto. In tal senso, Zhao suggerisce che le connessioni più profonde avvengono attraverso un’arte allo stato originario e puro, quella che nasce dal vuoto e dalla mancanza, da una ricerca continua e ostinata. Il teatro (e per naturale osmosi il cinema) si fa perciò spazio taumaturgico e salvifico, eccezionale nel suo potere catartico, liberatorio, quasi esorcistico. Una lingua universale capace di farci immedesimare, di toccarci, di farci riconoscere in una storia che non è la nostra ma che diventa tale nell’atto e nell’attimo stesso della rappresentazione.

            Hamnet è allora la risposta alla richiesta che Agnes (cuore segreto della pellicola) fa a William (progressivamente destinato a dissolversi in qualcosa o qualcun altro da sé) in uno dei loro primi momenti insieme. Ed è in effetti una "storia commovente" (talora in equilibrio precario sul crinale del ricattatorio) a cui risulta (però) difficile non lasciare aperto il cuore. Concorrono a questa intensità le interpretazioni di un cast scelto con precisione e in parte  - a partire dagli ottimi volti di supporto (Joe Alwyn, Emily Watson, Jacobi e Noah Jupe impiegati in un elegantissimo gioco metatestuale) per arrivare ad un Paul Mescal che ritrova qui il suo habitat naturale di mascolinità dolente e vulnerabile, e ad una Jessie Buckley nella sua consacrazione definitiva - ma anche la partitura avvolgente di Max Richter, punteggiata da una sacralità pressoché mistica, che accompagna le immagini senza mai sovrastarle, ma anzi completandole in una risonanza emotiva continua.

            Ne scaturisce, in maniera naturale, un’opera da amare per ciò che è e per ciò che sussurra. Ossia che esiste qualcosa capace di resistere al tempo, di sopravvivere nonostante tutto. Le parole, appunto. Parole senza tempo, che si travestono, si trasformano, si tramandano. Parole che custodiscono il lutto e lo trasfigurano in bellezza. Perché, come insegna il Bardo, “bello è il brutto, e brutto è il bello”: ed è proprio in questa fertile ambiguità che si annida il mistero dell’arte, capace di trovare luce e senso persino nel più “profondo vuoto nero”.

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