
SPONGEBOB, UN'AVVENTURA DA PIRATI (a prova di algoritmo)
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The SpongeBob Movie: Search for SquarePants
USCITA ITALIA: 1 gennaio 2026
USCITA USA: 19 dicembre 2025
REGIA: Derek Drymon
SCENEGGIATURA: Pam Brady, Matt Lieberman
CON LE VOCI DI: Tom Kenny, Clancy Brown, Rodger Bumpass, Bill Fagerbakke, Carolyn Lawrence, Mr. Lawrence, Regina Hall, Mark Hamill
GENERE: animazione, avventura, commedia
DURATA: 96 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Tra pirati fantasma, bolle di sapone e insegnamenti sulla finzione del machismo, SpongeBob – Un’avventura da pirati trasforma il nonsense anarchico e scorretto della serie in un frenetico bombardamento di colori, gag e situazioni lisergiche, travolto dalle logiche dei feed social e dal brainrot dei contenuti virali.
Se si chiedesse ad un’intelligenza artificiale di immaginare un nuovo (Il) Pianeta del tesoro su misura (della soglia d’attenzione) della generazione TikTok, il risultato assomiglierebbe molto a SpongeBob – Un’avventura da pirati, la quarta sortita cinematografica dell’amatissimo (giallissimo e spugnoso) personaggio creato da Stephen Hillenburg, e della sua consueta ciurma di amici eccentrici.
Non a caso, il tema del prompting è al centro anche del corto preliminare dedicato alle (nuove) Tartarughe Ninja, caotiche figlie dello stile street-Kandinskij degli Spider-Verse di Phil Lord e Christopher Miller. Le quali, durante una ricerca “virtuale” di un regalo natalizio per Splinter, si imbattono in una malvagia IA proveniente da una galassia ipercitazionista e ipertestuale, produttrice di riduzioni merceologiche e imitazioni aberranti, obsolescenti, preconfezionate del nostro eroico quartetto.
Troppo sofisticato? Forse sì, anzi in netto contrasto coi 96 minuti che seguiranno. E cioè, letteralmente, con l’avventura da pirati nella quale si imbarcherà la nostra spugna dalle “chiappe quadrate” sempre incorreggibile, insolente, stupidotta e un po’ naïf, questa volta spinta dal desiderio di dimostrare a tutti, ma proprio tutti - dal migliore amico e partner-in-bubble Patrick a Squiddi, il polpo nichilista e sarcastico, ma soprattutto a Mr. Krab, boss, mentore e padre putativo - di essere diventato un “ragazzone”. Di avere altresì il cuore e le caratteristiche per dirsi e darsi quale protagonista della sua storia, e quindi quale spadaccino degno di solcare i sette mari e affrontarne ogni minaccia a testa alta e petto in fuori. Di essere, in pratica, un maschio alpha, prendendo esempio dagli evocativi racconti e dal modo di fare anaffettivo, insensibile e autoritario del suo granchiesco datore di lavoro. Si mette così sulle tracce dell’Olandese Volante, il leggendario pirata fantasma che potrebbe voler sfruttare la sua purezza di spirito e incoscienza per liberarsi dall’oscura maledizione che da secoli lo costringe ad errare nelle profondità marine...
Neanche a dirlo, l’impresa - progettata videoludicamente secondo sfide e livelli, e strutturata consapevolmente e dichiaratamente come un viaggio dell’eroe doppio (non soltanto per SpongeBob, ma anche per lo stesso Krab) - porterà ad un proverbiale e prevedibile insegnamento riguardo ai modelli maschili e alla loro base di finzione. Perché i “ragazzoni” non devono per forza essere duri e spietati, ma possono anche provare “emozioni che emozionano”, essere svegli, amorevoli, allegri, divertenti. Possono persino fare le bolle.

Parimenti ovvio è che questo esilissimo e generico racconto - senz’altro adatto per una puntata da venti minuti, qui sforzato e stiracchiato ai limiti del farraginoso e sfiancante dagli sceneggiatori Pam Brady e Matt Lieberman per coprire una durata ben più che quadrupla - funziona alla stregua di una promessa da marinaio. È il pretesto ornamentale di un’avventura che inizialmente potrebbe sembrare una rilettura sotto acidi della stevensoniana Isola del Tesoro, ma che è in fondo dedita alla più eufemistica e rappresentativa definizione di un cosiddetto hellzapoppin'. Un delirio straripante, vistoso, roboante. Un lisergico, spiritoso, sovreccitato accumulo di colori, immagini, situazioni, gag visive che sono cosa nota e (con tutta probabilità) confortevole per gli spettatori e conoscitori della serie animata, della quale conserva quantomeno un briciolo di inventiva, oltre all’inclinazione nonsense, demenziale, del tutto anarchica che ne pareggia sul momento la (ahinoi) poca genialità e memorabilità.
A emergere dal frenetico, bulimico, a tratti ripetitivo e ridondante affastellamento di stimoli, subìto dalla regia di Derek Drymon (già sceneggiatore in orbita DreamWorks e autore del pigro Hotel Transylvania – Uno scambio mostruoso), sono giusto un break (o glitch) metatestuale con la versione marina di un capoccia di Paramount - che interviene per arrestare la deriva irrazionale e autodistruttiva delle vicende - e la partecipazione straordinaria di un Mark Hamill irriconoscibile a tiro scult. Il resto indulge in un intrattenimento fast-food mai davvero "leggero"; in un bombardamento sensoriale che pare (voler scientemente?) incarnare proprio ciò che il cosiddetto fenomeno virale del brainrot descrive: il presunto deterioramento cognitivo prodotto da un consumo eccessivo di contenuti online futili, il più delle volte generati dall’intelligenza artificiale, pensati per catturare — e saturare — l’attenzione dei più giovani.
La resa, l’addomesticamento o, meglio, l’assorbimento di SpongeBob e della sua formula (qui vagamente scorretta e “adulta”) a tali logiche segna il canto di sirena di un cinema nemmeno più televisivo, ma che, al di là del fatto tecnico (ergo della resa quasi tattile di materiali e tessuti), accetta di farsi comprimere, impacchettare e consumare secondo i tempi, le forme e i meccanismi ubriacanti, assuefacenti dei feed social. Che quel corto sia in realtà un (tardivo) mea culpa?
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