
BLACK PHONE 2 ghermisce ma non rapisce
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Black Phone 2
USCITA ITALIA: 16 ottobre 2025
USCITA USA: 17 ottobre 2025
REGIA: Scott Derrickson
SCENEGGIATURA: Scott Derrickson, C. Robert Cargill
CON: Ethan Hawke, Mason Thames, Madeleine McGraw, Jeremy Davies, Miguel Mora, Arianna Rivas, Demián Bichir
GENERE: horror, thriller, fantastico, drammatico
DURATA: 114 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Con Black Phone 2, Scott Derrickson firma un sequel atipico e introspettivo che ribalta la logica del ritorno: non la ripetizione, ma il congelamento del mito. L’horror diventa un viaggio nella psiche, dove il Rapace si trasfigura in spettro del trauma e la paura si cristallizza nella memoria di chi è sopravvissuto. Tra il ghiaccio del paesaggio e quello interiore dei protagonisti, il cineasta tesse un racconto sospeso tra Stephen King e Wes Craven, elegante e controllato, ma incapace di sciogliere davvero il proprio incantesimo.
“L’inferno non è fatto di fiamme, ma di ghiaccio”, dice qualcuno a un certo punto in Black Phone 2, sequel — vien da sé — del successo horror targato Blumhouse approdato nelle sale di tutto il mondo in pieno periodo (post-)pandemico, nel giugno 2022.
Si tratta del primo dei ribaltamenti di apparenza e percezione che Scott Derrickson adopera nel riportare sul grande schermo il (lievemente iconico) Rapace, il serial killer di bambini attivo nella suburbia della Denver anni ’70: un uomo dall’aria dimessa, apparentemente inoffensivo, che adesca le sue vittime con un sorriso impacciato e un palloncino nero, per poi rinchiuderle nel seminterrato lurido della sua casa, trasformandole in pedine di un crudele gioco al gatto e al topo.
Nel 1978, il tredicenne Finney Blake era riuscito a sfuggire alla sua presa grazie ad un contatto inatteso con l’aldilà — o meglio, con le voci che provenivano dall’altro capo di un misterioso telefono nero. Quelle voci, anime residue delle vittime del Rapace, lo avevano guidato nella fuga e nella vendetta, permettendogli addirittura di strangolare l’assassino con il filo dello stesso apparecchio. Chiudendo, in un certo senso, il cerchio di dolore con lo stesso strumento che aveva connesso i vivi e i morti.
Ma — lo sanno bene gli spettatori più smaliziati — “morto è solo una parola”, specie in materia di saghe horror. E Black Phone si appresta proprio a diventare tale, complice il ritorno - solo in altra forma - del suo maniac, in cerca di vendetta contro chi lo ha condannato al (non-)riposo eterno.

In questo seguito, Derrickson abbandona allora i territori dell’horror “domestico” e terreno, il gioco col true crime, per esplorare il regno fantasmatico e parossistico dell’irrazionalità, del rimosso, di quel metafisico giusto accennato nel finale del predecessore. Il Rapace, di conseguenza, non è più fatto di carne, ossa e sangue, ma diventa figurativa, irreale, (in)visibile e (im)prendibile emanazione del trauma. Un revenant psichico, che si insinua nelle crepe della memoria e nella colpa di chi è sopravvissuto.
Siamo nell’ottobre del 1982: i jeans a zampa d’elefante hanno lasciato il posto a bandane e tute in nylon, i riff dei The Edgar Winter Group e degli Sweet risuonano ormai lontani, soppiantati dal synth-pop e dal post-romanticismo dei Duran Duran. È in questo clima che ritroviamo un Finney adulto alle prese con il peso — e l’infame, insopportabile popolarità — di ciò che ha visto e fatto. È congelato nel tempo, prigioniero del proprio stesso mito, proprio come il killer che credeva di aver sconfitto.
Ma ecco che il telefono comincia a squillare di nuovo. Stavolta a rispondere, però, non è lui, bensì Gwen, la sorella, già determinante nel salvarlo al tempo e adesso ancor più coinvolta. Di notte infatti la sua mente è assediata da visioni agghiaccianti di bambini intrappolati sotto la superficie di un lago ghiacciato. Figure che la chiamano da un altrove imprecisato, guidandola verso un luogo sepolto nella memoria familiare, legato alla (compianta) madre: il campo invernale cristiano di Alpine Lake.
Decisa a scoprire l’origine e i motivi di questi incubi, Gwen convince così Finney e il suo timido ma devoto spasimante Ernesto a unirsi a lei come “consulenti in formazione” e a recarsi tra le montagne innevate del Colorado. Un luogo apparentemente innocuo, ma dal passato torbido: teatro di un cold case irrisolto incentrato sulla scomparsa di tre giovani in circostanze mai del tutto chiarite. Inutile dire che là, sotto la neve e il silenzio del lago, si annida un legame oscuro con il Rapace.
Non solo ultraterreno, quello di Black Phone 2 è soprattutto un inferno intimo, personale, interiore: il freddo che resta addosso dopo la paura, la cristallizzazione del dolore in chi non riesce a dimenticare. È in altre parole un ribaltamento e insieme un’evoluzione, una maturazione - di pari passo coi propri protagonisti - a sottendere questo nuovo addendo all’eccentrica e proteiforme filmografia di Scott Derrickson. Che - in quanto “rapace” nel senso originario ed etimologico del termine (dal verbo latino rapere, “afferrare”) - continua la sua filosofia della raccolta e del condensamento. Un’arte del prelevare e trasfigurare, assorbendo il linguaggio del genere per restituirlo con altre (e proprie) fattezze.

Dunque, nell’abbracciare una dimensione più sovrannaturale e metafisica, il cineasta - affiancato alla scrittura dall’amico e sodale C. Robert Cargill - rinsalda ulteriormente il legame e le radici di questo neonato universo con la sconfinata, inesauribile e sempiterna letteratura di Stephen King, di cui già era una costola o - nell’adattamento di un racconto del (di King) figlio Joe Hill - una sorta di progenie del male.
Ancor più che nel primo capitolo, in Black Phone 2 si moltiplicano nella fattispecie i richiami alla poetica del Re del Terrore: dal passato che ritorna per infestare il presente, come in It o Pet Sematary, all’infanzia come età liminare, soglia fragile tra razionale e soprannaturale. Dalla memoria e colpa che tengono uniti vivi e morti, al male atavico e cosmico, imprendibile nella sua opera di corruzione e contagio di non-luoghi (come la totemica città di Derry) o persone. Si pensi, ad esempio, alla famiglia Torrance protagonista di Shining, del quale altresì fanno qui ritorno il pretesto del confinamento forzato - dovuto ad eventi meteorologici senza precedenti in un luogo isolato e (guarda caso) innevato , e l’eco di una “luccicanza”, quella percezione extrasensoriale che, più che potere, è condanna.
Ciò detto, la visione di Derrickson trova la sua reale specificità nell'intreccio di tutte queste suggestioni kinghiane col cinema, parimenti seminale, di Wes Craven. In particolare, la saga di Nightmare e la figura di Freddy Krueger rappresentano il parallelo più evidente, col Rapace (animato da un Ethan Hawke ormai più di voce che di corpo) definitivamente rivelato quale rilettura, riedizione postmoderna, cover del mostro craveniano. Possiamo quindi intendere Black Phone 2 alla stregua di un Nightmare 3 – I guerrieri del sogno riletto da King: un film più serio, più “abbottonato”, eppure mosso dallo stesso impulso.
Questo oscillare tra diversi “padri fondatori” è direttamente proporzionale ad una fluttuazione di per sé innata al lavoro del regista di Denver, il quale fin dagli esordi - con Hellraiser 5 e The Exorcism of Emily Rose - ha sempre camminato sul “ghiaccio sottile” [per dirla coi Pink Floyd di The Wall, presente in colonna sonora col suo brano più celebre] che separa l’horror d’exploitation, di chiara firma Blumhouse, ergo più commerciale, pop, diretto, e quello cosiddetto elevated, di concettualizzazione, rarefazione e trasfigurazione di grandi temi attraverso la lente e il dispositivo del genere.

Questo dualismo di intenzioni e tensioni si traduce in un’esperienza dal fascino diseguale. Impeccabile quando vuole infondere un preciso umore al racconto, scolpire un'atmosfera - quest’ultima veramente invidiabile, forse una delle più riuscite degli ultimi anni in materia horrorifica, tra gelo, riverberi metallici, nebbie lattiginose e silenzi.
In esso, esiste dunque un universo visivo che precede la storia stessa; un’idea che si fa cifra distintiva del progetto nella costruzione dell’immagine e nell’alternanza di forme e formati - come il Super 8, impiegato nella materializzazione, nel disegno effettivo, mitopoietico, oltre che iconografico, del suddetto altrove, di una dimensione parallela, un piano simultaneo, un purgatorio fatto “della stessa sostanza dei sogni”.
Un po' come se il cinema stesso si facesse canale medianico. O, meglio, come se la visualizzazione, rievocazione, resuscitazione di un passato mortifero fossero possibili solo tramite una tecnologia “morta”, ontologicamente, intrinsecamente spettrale nella sua obsolescenza.
Peccato che questa ricchezza sensoriale e di spunti non sia sempre sorretta da una sceneggiatura all’altezza. L’intreccio, troppo verboso e spesso appesantito dal tentativo di riallacciarsi con il precedente capitolo (pur nel cambio di passo, direzione e registro), finisce per sottrarre densità, efficacia e una reale compenetrazione emotiva col racconto e i suoi protagonisti, imprigionando la pellicola nel bisogno di "riprendere la linea", spiegare, giustificare, dialogare col ricordo.
Black Phone 2 arriva così ad abitare un limbo di possibilità e incompiutezza, sospeso tra ciò che potrebbe essere e ciò che sceglie di non diventare. È, in definitiva, un taglia-e-cuci sì raffinato, notevole per controllo formale e coerenza d’intenti, ma in parte sterile, incapace di vibrare davvero sotto la superficie della sua glaciale impeccabilità. Un film, insomma, che ghermisce, ma non rapisce.
"You don't scare me", cantano i 77s sui titoli di coda.
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