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            19 Ottobre 2025
            La recensione di Cinque secondi, il nuovo film di Paolo Virzì con Valerio Mastandrea, Galatea Bellugi e Valeria Bruni Tedeschi.
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            CINQUE SECONDI, o La voglia matta di Virzì

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Cinque secondi
            USCITA ITALIA: 30 ottobre 2025
            REGIA: Paolo Virzì
            SCENEGGIATURA: Francesco Bruni, Carlo Virzì, Paolo Virzì
            CON: Valerio Mastandrea, Galatea Bellugi, Anna Ferraioli Ravel, Ilaria Spada, Valeria Bruni Tedeschi
            GENERE: drammatico, commedia
            DURATA: 105 min
            In anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            Tra malinconia e vitalità, Paolo Virzì torna a esplorare il peso del passato, la fragilità della borghesia e le possibilità di redenzione. Cinque secondi mette a confronto due mondi agli antipodi con un equilibrio altalenante tra momenti di grazia, riflessioni intime e parti prevedibili o convenzionali. Il film riesce a emozionare grazie alle prove intense di Mastandrea e Bellugi e alla sensibilità di Luca Bigazzi, ma soffre di una doppia anima che la rende al tempo stesso affascinante e imperfetta.

            C’è un uomo barbuto, sciupato, sdrucito, che vive — da solo e in condizioni miserevoli — nelle stalle ristrutturate di Villa Guelfi, un tempo splendida dimora signorile oggi disabitata, corrosa dal tempo e dall’incuria. Si chiama Adriano Sereni, e un tempo, in un’altra vita, era un avvocato affermato, tra i soci di uno degli studi più prestigiosi d’Italia. “Un borghese di Roma nord” elegante, risoluto, con la sicurezza di chi crede che il mondo sia nelle sue mani. Ora, di quella sicurezza non resta che un’eco lontana.

            Adriano ha scelto — o forse subìto — questo buen retiro in una campagna brulla, spopolata. Ma non si tratta di un esilio imposto da qualche scandalo giudiziario o da un rimorso professionale, né di una punizione per un cliente troppo colpevole difeso con troppa convinzione. No, a trascinarlo in questa solitudine è stato un errore minimo, impercettibile, quasi banale. Cinque secondi di esitazione che hanno mandato in frantumi il suo mondo, la sua famiglia, oltre alla propria autostima.

            Ed è proprio da questo punto di non ritorno che prende le mosse il diciottesimo lungometraggio di Paolo Virzì, che torna a scandagliare, con la sua consueta lucidità umana e morale, il rapporto tra colpa e responsabilità, fragilità e redenzione. Sereni diventa così il volto di una borghesia ferita, smarrita, che tenta di dare un senso all’errore e di trovare, tra le macerie della propria vita, un residuo di dignità.

            A offrirgli un’occasione di riscatto, espiazione, rinascita — o quantomeno di movimento, dopo tanta immobilità — è un incontro del tutto fortuito: quello con un gruppo di ragazze e ragazzi guidati dalla contessina Matilde Guelfi Camajani, decisa a rimettere mano ai terreni e ai vigneti abbandonati della tenuta. La giovane e i suoi compagni: improbabile comune sospesa tra idealismo e improvvisazione; riportano vita e riempiono di suoni, voci e disordine un luogo che sembrava consegnato al silenzio e all’oblio.

            Lo scontro tra queste due realtà — tra il malinconico, torvo, irascibile Adriano e l’accesa vitalità dei nuovi arrivati — è immediato e inevitabile. Lui li guarda con sospetto, riducendoli al cliché dei fricchettoni viziati in cerca del nuovo passatempo (anche se - lo scoprirà in seguito - si sono laureati nelle più facoltose università del mondo); loro lo percepiscono come un relitto, un residuo del mondo (patriarcale e maschilista) che vogliono superare o, addirittura, credono di aver già superato. Eppure, dietro le apparenze, sotto la superficie del conflitto, si fa strada una lenta contaminazione: la loro premura incrina la corazza del dolore dell’uomo, mentre la sua ostinata malinconia costringe i giovani a misurarsi con la complessità e il peso delle loro azioni.

            A rompere definitivamente l’isolamento dell’avvocato — e a riattivare così i legami con un passato che credeva sepolto — arriva inoltre Giuliana, collega e amica di vecchia data, presenza solare e disarmante che con la sua grazia fragile si prende cura di lui, cercando per quanto possibile di farlo tornare in sé.

            La recensione di Cinque secondi, il nuovo film di Paolo Virzì con Valerio Mastandrea, Galatea Bellugi e Valeria Bruni Tedeschi.

            Come molti racconti di Virzì (specie quelli scritti con Francesco Bruni e, più recentemente, col fratello Carlo), anche Cinque secondi ruota attorno all’incontro, scontro ed influenza reciproca di mondi a prima vista agli antipodi. Si pensi anche solo a Ferie d’agosto e, ovviamente, al suo seguito/aggiornamento Un altro ferragosto, che precede non a caso questo suo ultimo lavoro, delineando quello che potremmo definire come “periodo della depressione” per il regista e la sua filmografia — i cui germi, nondimeno, sono già rintracciabili in Siccità. Si tratta, come lo definisce lo stesso autore, di “un film sulla morte e sulla vita, su come anche il dolore possa generare compassione e protezione” al cui centro si pone per di più il tema della paternità, che anima segnatamente le interazioni fra Adriano e Matilde - sullo sfondo di una natura che gli assomiglia: un vigneto selvatico che, se curato, produce un vino che mette una “pazza gioia”. Il reciproco fastidio diventa così intesa, unione, alleanza. Una tutela e cura (mal digerita) per lei, forse uno scampolo di senso nuovo per lui. 

            È un rapporto, questo, che Virzì racconta con grazia e ispirazione, scortato dalle incantevoli prove di un insostituibile Valerio Mastandrea - che, solo quand’è diretto dall’autore livornese, riesce ad esprimere ogni sfumatura e possibilità di un segno attoriale dolcemente irsuto, spigoloso - e di una Galatea Bellugi che riconferma un talento portentoso (già notato in Gloria! e Tre ciotole) in grado di far vacillare anche il più navigato degli interpreti. Insieme allo scambio di sguardi finale (che sintetizza un po’ tutta la loro parabola e l’amarezza su cui alfine si stringe) e alla fotografia sensibile di Luca Bigazzi (che intercetta e traduce in immagini il carattere insieme intimo, privato e universale, collettivo della vicenda), è forse la cosa migliore di Cinque secondi - e pure degli ultimi anni di attività virziniana. 

            La forza di una pellicola che potrebbe dividersi in due metà esatte, in due racconti che non arrivano mai a fondersi veramente, in maniera uniforme e organica. È un po’ come se al cineasta fossero venuti in mente due soggetti, due film distinti, ciascuno con il proprio sguardo e le proprie tensioni, ma non avesse trovato abbastanza idee per svilupparli a pieno.

            La scelta, allora, è stata quella di fonderli in un unicum altalenante, che, al netto di qualche sporadica frivolezza, risplende dei colpi da maestro dell’una (ossia quella che sembrerebbe omaggiare e riaccordare al nostro presente La voglia matta di Luciano Salce), inciampando tuttavia sulla quasi totalità dell’altra anima: al contrario, abbastanza prevedibile, convenzionale, costellata di tratti, situazioni, finanche personaggi accessori e sacrificabili (e non ce ne voglia una Valeria Bruni Tedeschi al solito generosissima e magnetica).

            Viene pertanto da chiedersi se non sarebbe stato più efficace lavorare di sottrazione, concentrando la narrazione su un nucleo più essenziale. E cioè sulla storia di un uomo, di un padre, di un patriarca alle prese con il peso del passato e le responsabilità di un presente fragile che si sforza ad aiutare, proteggere e accudire. Anche se, forse, è troppo tardi per sperare in un vero lieto fine, in una nuova alba. Forse di lui questo tempo non sa più cosa farsi.

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