
TRE CIOTOLE, la vita oltre (e dopo) noi
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Tre ciotole
USCITA ITALIA: 9 ottobre 2025
REGIA: Isabel Coixet
SCENEGGIATURA: Enrico Audenino, Isabel Coixet
CON: Alba Rohrwacher, Elio Germano, Silvia D'Amico, Galatea Bellugi, Francesco Carril, Sarita Choudhury
GENERE: sentimentale, drammatico, commedia, fantastico
DURATA: 120 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
Isabel Coixet traduce la sensibilità di Michela Murgia in un gesto cinematografico intimo e consapevole. In Tre ciotole, la crisi e la malattia diventano spazi di rinascita, la fragilità linguaggio e la quotidianità una resistenza gentile. Nonostante qualche scivolata formale e iniziale incertezza, il film ritrova in corso d’opera una sua limpida verità e dimensione emotiva, forse lo spirito in essenza della sua prima autrice.
La vita oltre (e dopo) noi. Noi come coppia. Noi come esseri umani in questo mondo di gioie e dolori, affetti e solitudini, bellezze e atrocità, vita e morte. È allora dall’amore alla malattia che si inserisce, concentra e innesta tutto lo spettro dell’esperienza umana. Quello che in fin dei conti (ci) sopravvive. Come pure le ragioni per cui, a volte, è possibile che non vi sia alcuna ragione. Che non sia importante chiedersi il perché. Perché la maggior parte delle cose che ci circondano non rispondono ad un semplice e banale interrogativo. E perché il senso di vita vissuta per davvero trascende ogni perché.
A contare è infatti il senso in sé e per sé, "nonostante tutto e per tutto". Una traccia di gentilezza, di cura, di presenza. Un atto di resistenza e bellezza. Che è forse il lascito più significativo, autentico, risonante di Michela Murgia e dell’opera che è stata anche la sua vita, trascorsa nel segno di una fragilità accolta e tradotta in relazione, gesto e racconto. Tra cui quello che fa da soggetto all’omonimo Tre ciotole, il libero adattamento a firma della regista e sceneggiatrice spagnola Isabel Coixet. Il nuovo (e coerentissimo) addendo di un cinema intimista, fatto di piccoli gesti che racchiudono mondi interiori, di attenzione alla fragile complessità di persone comuni, ordinarie, spesso di donne alle prese con momenti di svolta e/o di crisi che si tramutano in occasioni per ripensare e riconsiderare tutto ciò che è stata la propria esistenza. Il suo è un sguardo che ascolta i propri personaggi, riposto con gentilezza e, al contempo, con lucidità su quel che filma e mette in scena. Capace di trovare la bellezza nella vulnerabilità, la forza nella tenerezza. Che entra in punta di piedi nelle vite che racconta per uscirne rinnovato.
È ciò che accade anche in questo caso, nell’incontro con una sensibilità affine, com’è e com’era (ahinoi) quella di Michela Murgia, che nel 2023, a pochi mesi dalla sua scomparsa, pubblicava Tre ciotole – Rituali per un anno di crisi, forse il suo libro più personale, limpido e preciso, intensamente emotivo, sospeso tra narrativa e autobiografia. Un mosaico di storie e personaggi attraverso cui l’autrice interpellava e transitava un tempo di malattia, perdita e consapevolezza dell’inevitabile, trasformandolo in occasione per ridefinire la propria percezione delle cose.
Non una testimonianza, né un testamento, ma un autentico rituale di passaggio: la scrittura come unico modo possibile di rimettere ordine, fare spazio, dire addio.

Ad una e su una sola di queste dodici storie Coixet (coadiuvata in sceneggiatura dall’Enrico Audenino di Nonostante) dedica e costruisce il suo film. E cioè quella di Marta, un’insegnante di ginnastica del liceo che, da un giorno all’altro, dopo una lite apparentemente banale, viene improvvisamente lasciata da Antonio, l’unico uomo che abbia mai amato realmente. La donna reagisce alla rottura chiudendosi in sé stessa. L’unico sintomo che non può ignorare è la sua improvvisa mancanza di appetito - curioso dal momento che, di lavoro, il compagno fa lo chef ed è stato colui che l’ha introdotta e le ha insegnato l’arte e il piacere del buon cibo.
Ben presto, però, Marta scopre che la sua disappetenza e la nausea persistente non dipendono dal dolore della separazione, ma da qualcosa di molto più profondo: una malattia, un tumore in fase avanzata. Da quel momento tutto cambia. Di fronte al dramma, la nostra inizia a guardare il mondo da un’altra prospettiva, sotto una luce nuova. Non implora e non cerca compromessi, ma capisce che perfino nell'addio può esserci grazia, e anche nel dolore c’è spazio per la gioia.
Decide altresì di inchinarsi alla consapevolezza che la sua presenza rimarrà. Nelle persone che ha incontrato durante gli anni, con cui ha condiviso qualcosa di importante o soltanto qualche incontro fortuito e sguardo fugace. Nei luoghi in cui ha abitato, testimoni onnipresenti, più o meno quieti della sua esistenza. Come la sua casa, arredata col minimo indispensabile, che tuttavia custodisce una sua traccia e personalità. O come una Roma tutto fuorché da cartolina, anzi speciale, tra scorci, finestre, muri, alberi, cabine telefoniche, locali, ristoranti, viottoli, anziani, e tantissime madonne. E poi, negli oggetti, dai più comuni ai meno ordinari, dai libri e utensili al prezioso e improbabile cartonato di un artista K-pop pescato nei pressi di un cassonetto della spazzatura. O ancora, alle tre ciotole del titolo, premio di una di quelle raccolte punti da supermercato.
Tutti elementi impregnati di un senso ulteriore, visibile e invisibile insieme. Perché la traccia di Marta, il suo spirito, rimane in tutto ciò e in tutti coloro a cui, come ciascuno di noi, ha affidato frammenti di sé, del proprio mistero, dei propri segreti, consciamente o meno.È una filosofia, la sua — e quella della sua autrice, quasi alter ego — che riecheggia la lezione di Feuerbach: un pensiero concreto, ancorato alla vita reale, ai bisogni, ai sensi.
Ed è la stessa tensione che anima lo sguardo di Coixet, la cui regia si concentra proprio sui “sensi che danno senso”. Su sguardi e gesti. Sui corpi e su come questi si muovono e occupano lo spazio scenico. E perciò sulla recitazione di un cast che restituisce con naturalezza quella verità semplice e al tempo stesso difficilissima da catturare sullo schermo: la presenza.
Spiccano per ovvie ragioni Elio Germano e, soprattutto, una Alba Rohrwacher dapprima enigmatica, spesso incomprensibile e indisponente, poi via via magnetica e struggente nel dare tutta sé stessa al personaggio di Marta. O, potremmo dire, nell’abitarne e interpretarne i silenzi, gli sguardi, gli atteggiamenti, le incertezze, la ritrovata energia e la contagiosa positività. Complice, in questo, un’avversione quasi programmatica della cineasta per il pathos più spicciolo, a cui predilige una commozione che nasce negli interstizi, nei vuoti, nei tempi sospesi in cui la vita — semplicemente — continua a scorrere.

Nondimeno, è la convinzione, la bravura, la grazia di questi attori e attrici a salvaguardare Tre ciotole da una prima ora che soffre derive e vizi di forma di una confezione ibrida, contemporaneamente d’autore e commerciale, arthouse e industriale. Un’operazione per certi versi simile a Le otto montagne.
Tutti i crismi e troppi i vezzi di un cinema che più che “essere” sembra voler dimostrare a ogni costo la propria sofisticatezza, perdendosi talvolta in scelte più pretenziose che necessarie — come il formato 4:3, l’uso della pellicola con inserti in Super 8 pensati per evocare visivamente la relazione passata tra Marta e Antonio. Scelte che risultano talvolta dissonanti, persino pacchiane. Pochi altri aggettivi, in effetti, possono descrivere meglio l’utilizzo del remix di Sant’Allegria cantato da Mahmood e Ornella Vanoni in un momento chiave della pellicola.
Poi, succede qualche cosa e il film trova miracolosamente, aggraziatamente una sua dimensione emotiva ben precisa, un tocco leggero, più delicato che funge e lavora di contrasto col terribile insinuarsi e progredire della malattia. Ed è difficile non pensare che quella “cosa” sia proprio lo spirito di Michela Murgia. Come se la sua capacità di guardare il mondo con empatia e attenzione prendesse possesso di Coixet, imprimendo al racconto una tenerezza che gli permette di catturare con sincerità e intensità quei frammenti di vita che l’autrice aveva reso preziosi sulla pagina. In questa seconda parte ideale, il racconto e la sua protagonista si muovono all’unisono. Ogni inquadratura contribuisce a costruire un ritmo emotivo lento ma mai statico, meditativo ma vivo, come un respiro che segue quello di Marta.
Tre ciotole si tramuta così in una dedica silenziosa, ma anche in un viaggio attraverso la percezione dei sensi. In un percorso in cui vedere, ascoltare, toccare, gustare diventano forme di pensiero, di memoria e riconciliazione. In una pellicola che, al netto di qualche tentennamento sul finale (con conseguenti dilatazioni), non cerca di spiegare, ma di sentire e farci sentire. Invitandoci a sostare nell’incertezza, a riconoscere la presenza nelle assenze, a valorizzare il nostro tempo. E, alla stregua del libro, ricordandoci che vivere è un atto di resistenza gentile, e che anche quando tutto sembra dissolversi, rimane sempre qualcosa. Un segreto forse destinato a svanire, un libro lasciato a metà, uno stormo di uccelli che disegna il cielo, l’alba e il tramonto, una dedica. Tre ciotole che attendono di essere riempite.
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