
Forse TRON(: ARES) ha bisogno di un reboot
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Tron: Ares
USCITA ITALIA: 9 ottobre 2025
USCITA USA: 10 ottobre 2025
REGIA: Joachim Rønning
SCENEGGIATURA: Jesse Wigutow
CON: Jared Leto, Greta Lee, Evan Jodie Turner-Smith, Gillian Anderson, Jeff Bridges
GENERE: fantascienza, azione, avventura
DURATA: 119 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
C’è un cortocircuito alla base, nel cuore di Tron: Ares. Mentre l’intelligenza artificiale invade il mondo reale, il film - che ne fa il suo fulcro tematico - sembra incapace di generare una scintilla vitale. Un mondo di luce, suono e nostalgia che brilla per tecnica ma si spegne per mancanza d’anima. Quasi come un programma perfettamente scritto che dimentica il motivo per cui è stato creato.
“Oggi si fa un gran parlare di AI e big tech”. Non fa eccezione Tron: Ares, terzo tentativo da parte della Disney di rivitalizzare un franchise - quello inaugurato nel 1982 dal Tron creato da Steven Lisberger e Bonnie MacBird, divenuto solo in un secondo momento un cult del genere e del cinema di quella decade - che fin dalle sue origini non è mai stato sinonimo di successo commerciale, quantomeno per ciò che riguarda il grande schermo. Anzi, si getta nel pieno e nel vivo della discussione, arrivando in un certo senso a snaturare il proprio codice genetico: spostandosi dalla dimensione videoludica che ne aveva definito l’essenza per abbracciare una realtà dominata da un impiego sempre più massivo e massiccio dell’intelligenza artificiale e dalla sua crescente pervasività nella vita quotidiana.
E, ancora, dal potere concentrato nelle mani di CEO e dirigenti di grandi aziende tecnologiche, ormai detentori di un monopolio tanto silenzioso quanto determinante. Figure che, attraverso codici, algoritmi, hardware e software, plasmano il corso del mondo. Che giocano, decidono e indirizzano le nostre vite sulla base di capricci, antipatie, oscillazioni di borsa, impression, sentiment e quant’altro.

Da questi presupposti si avvia il soggetto firmato da David Digilio e Jesse Wigutow, che introduce un’altra piccola rivoluzione all’interno di un canone ormai consolidato. Il senso dell’azione si inverte: non più un viaggio dall’esterno verso l’interno — dal reale al virtuale, dal nostro universo concreto al mondo digitale — bensì il percorso opposto, dallo spazio cibernetico alle strade e ai palazzi di Vancouver. C’è solo un problema: tutto ciò che viene “portato in vita” o - per dirlo col film - digitalizzato può muoversi nel nostro piano per un periodo limitatissimo (circa 29 minuti), prima di scomparire come “lacrime nella pioggia” oppure, in questo caso, come polvere nel vento. Praticamente Thirty Minutes to Grid.
L’unica soluzione a tale ostacolo risiede nel cosiddetto Codice Permanence, incantesimo informatico conteso tra i due maggiori player del settore, nonché venerandi rivali: la Encom - fondata da un certo Kevin Flynn, ma passata di mano dal (congedato) figlio Sam alle geniali sorelle Kim - e la Dillinger System che risponde al nome di Julian Dillinger, giovane nipote del caro vecchio Edward. Una semplice stringa, forse nascosta nei meandri di una vecchia creazione, quasi museale, permetterebbe invero a Cenerentola di trattenersi al ballo ben oltre lo scoccare della mezzanotte.
Spazio ai fratelli Grimm quindi, ma anche alla mitologia classica, all’archetipica parabola di Frankenstein e, di conseguenza (quasi prevedendo il riadattamento di Del Toro), al Pinocchio di Collodi. Per l'esattezza, è una frase del capolavoro di Mary Shelley a riecheggiare: “io non ho paura, e quindi sono potente”. La (ri)scopre Ares (sì, come il dio della guerra - c’è pure Athena!), programma sofisticatissimo di sicurezza di marca Dillinger, addestrato e testato per essere un’infallibile macchina di distruzione. “Il soldato del futuro”, “il soldato definitivo” (portato in scena da un Jared Leto dal portamento cristologico, intriso della sua abituale e artificiosa contrizione), inviato nel mondo reale proprio per hackerare e infiltrarsi nei server della Encom. Missione che ben presto degenera, segnando il primo incontro dell'umanità con esseri dotati di intelligenza artificiale…

Fin da queste primissime battute, si può intuire che il copione firmato dallo stesso (e novizio) Wigutow sia uno di quelli che si scrivono da soli. Ergo: ai minimi termini, dall’intreccio proverbiale, elementare, esile quasi quanto la caratterizzazione dei suoi personaggi (contro cui nulla possono i vari Greta Lee, Evan Peters, Jodie Turner-Smith, Gillian Anderson, Jeff Bridges). Verrebbe spontaneo dire che, a tratti, pare il frutto di un algoritmo, di un software di scrittura creativa — se non addirittura di un’altra, fantomatica AI — ma evitiamo una simile e facile ironia.
Va però riconosciuto come e quanto, sin dai suoi primi passi, la saga di Tron abbia sempre messo in campo storie, narrazioni, lavori di scrittura esigui, trascurabili; pretesti utili a mostrare il meglio che la tecnologia applicata allo spettacolo del cinema aveva e ha da offrire. Si pensi anche solo al recente Legacy, tanto derivativo e inerte sul fronte narrativo e tematico quanto visivamente stupefacente — sebbene anche lì si percepisse un certo velo di ricalco.
Per sua sfortuna, non è questo il caso di Tron: Ares, il cui problema è proprio l’incapacità di rilanciare e rinnovare come faceva un allora esordiente Kosinski alle prove generali di tutto ciò che avrebbe poi diretto negli anni a seguire. Vero, la tecnologia si è evoluta e ha fatto passi da gigante dal 2010 ad oggi, e lo si può scorgere anche soltanto nella prodigiosa qualità degli effetti supervisionati dal David Seager di Black Panther: Wakanda Forever, prodotti dal Walter Garcia di Avatar: La via dell’acqua e trionfalmente eseguiti dalla Industrial Light and Magic di papà George Lucas. (Una qualità, se permettete, di cui si può godere appieno solo vedendo la pellicola sul più grande schermo e col miglior impianto possibile.)

Eppure, la spinta tecnica, unita alla fotografia pettinatissima, d’impatto, sgargiante e primaria del fincheriano Jeff Cronenweth (figlio del fu Jordan, direttore della fotografia sul set del primissimo Blade Runner - e il cerchio si chiude), non basta a sopperire del tutto alle mancanze (nella resa efficace ed effettiva di una realtà da proteggere dalle minacce virtuali), alle occasioni perse (di approfondire il legame e l’incontro/scontro tra Ares e il buon Flynn), e alle molte banalità, facilonerie, sciocchezze in cui incappa Wigutow - specie nel descrivere e conformarsi pedissequamente alla linea della macchina più umana degli umani stessi che assaggia i piaceri di una vita davvero e pienamente vissuta, disobbedendo alla propria programmazione.
D’altro canto, la cura estetica e artistica, per quanto evidente, non basta nemmeno a compensare la pigrizia, la genericità e i rari guizzi di una messa in scena e di un’idea di intrattenimento, piacere immersivo e incanto visivo tanto ostentate quanto, in realtà, gratuite e inconsistenti.
A colmare i vuoti devono allora intervenire le atmosfere, l’allure, il design sonoro e la potenza delle musiche originali dei Nine Inch Nails — il "vestito per il ballo" dei due volte premio Oscar Trent Reznor e Atticus Ross, anch’essi sodali di Fincher — che donano una parvenza di compiutezza a immagini mai davvero memorabili, confezionate dal fido disneyano Joachim Rønning. Il quale, suo malgrado, detiene ora il triste primato di aver firmato le peggiori iterazioni di due importanti franchise della Casa di Topolino.

Dopo Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar, quindi, Tron: Ares: la strenua resistenza di una nostalgia anni ‘80 al di là del “classico”, di esaltazioni e fervori di vario genere — anzi, ormai quasi insostenibile (soprattutto in un momento in cui i ’90 tentano di riconquistare la scena). Un’avventura di cui, prima o poi nel corso delle sue due ore, si può anche averne abbastanza — per parafrasare i Depeche Mode, tanto amati da Ares (e dagli stessi NIN, loro eredi spirituali). Ma anche e soprattutto, l’ennesimo revival fallito, e dunque la riprova che forse, in fin dei conti, quello di Tron è un mondo (e una proprietà intellettuale) che ha più che mai bisogno di un reboot. O, chissà, di un nuovo software.
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