logo-scritta-biancalogo-scritta-biancalogo-scritta-biancacropped-logo.png
  • Cinema
  • Serie TV
  • Extra
  • Chi siamo
  • Contatti
✕
            Nessun risultato Vedi tutti i risultati
            14 Ottobre 2025
            La recensione di The Lost Bus, il film AppleTV+ di Paul Greengrass con Matthew McConaughey, tratto da una storia vera.
            parallax background

            THE LOST BUS, esodo americano

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Lost Bus
            USCITA ITALIA: 3 ottobre 2025
            USCITA USA: 19 settembre 2025
            REGIA: Paul Greengrass
            SCENEGGIATURA: Brad Ingelsby, Paul Greengrass
            CON: Matthew McConaughey, America Ferrera, Yul Vazquez, Ashlie Atkinson
            GENERE: drammatico, thriller, azione, sentimentale
            DURATA: 130 min
            DISPONIBILE SU: Apple TV+

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Tra le fiamme e il caos, The Lost Bus diventa l'allegoria di un'America e un mondo in esodo. Di un’umanità ferita che cerca un varco nella distruzione. Paul Greengrass racconta il reale come metafora, la fuga come possibilità di rinascita. Ne nasce un film potente, teso e umanissimo, dove il fuoco è insieme minaccia e rivelazione, e ogni corpo in fuga testimonia la necessità (e la speranza) di trovare, ancora una volta, una via d’uscita.

            Esodo. Una parola che racchiude in sé molteplici sfumature. A partire da quella più antica nel richiamo al racconto biblico della fuga del popolo d’Israele dall’Egitto, simbolo universale e secolare di liberazione e ricerca di una terra promessa. Nel linguaggio comune, invece, indica il movimento di masse che abbandonano un luogo per un altro, spesso per sfuggire a un evento catastrofico, ad una guerra o semplicemente alla routine quotidiana. Ma esodo funge anche da termine tecnico, concreto, legato alla sicurezza e alla sopravvivenza: le vie di esodo sono i percorsi che conducono verso l’uscita in caso di emergenza, tracciati e definiti per permettere al corpo — e con esso alla mente — di trovare una via d’uscita.

            Quindi, non è solo un movimento fisico, ma può farsi anche metafora di una salvezza interiore: la necessità di lasciare ciò che opprime, aprendo una porta verso un altrove possibile. Ad ogni modo, qualunque sia l’accezione voluta, parlare di esodo significa raccontare la stessa tensione umana: la spinta a fuggire dal pericolo per ritrovare la vita.

            Ed è la parola che, meglio di tante altre, si può utilizzare per cominciare a descrivere The Lost Bus, lungometraggio numero dodici di Paul Greengrass che fa la sua comparsa - dopo un’anteprima mondiale al Toronto Film Festival e una distribuzione limitata in qualche sala oltreoceano - direttamente sul catalogo streaming di Apple TV+. 

            Un destino - se permettete - un po’ ingeneroso per un film di tale portata e fattura, che prende spunto da una storia vera, ripercorsa in una sezione del libro Paradise: One Town's Struggle to Survive an American Wildfire di Lizzie Johnson, incentrata su un salvataggio durante il Camp Fire del 2018, ossia il peggior incendio nella storia della California, tra i più letali e distruttivi (18 mila edifici preda delle fiamme, 85 vittime e più di 50.000 sfollati). Nientemeno che una tragedia, che nelle mani di Greengrass si tramuta in terreno ideale proprio per esplorare e intrecciare le molte dimensioni del nostro esodo: fisico, collettivo, ma anche emotivo. 

            Affiancato alla sceneggiatura da Brad Ingelsby (Il fuoco della vendetta, Tornare a vincere, Omicidio a Easttown), il cineasta mette ancora una volta a frutto la sua formazione da giornalista d’inchiesta e il suo occhio da documentarista per conferire all’operazione un principio di realtà e un senso di autenticità quasi tangibili. La ricostruzione di quella giornata dell’8 novembre 2018 è invero meticolosa e asciutta, al pari di un pezzo di cronaca, successivamente completato con il respiro del grande (se non del migliore) cinema americano, quello d’impianto biografico e drammatico, oltre che umano.

            La recensione di The Lost Bus, il film AppleTV+ di Paul Greengrass con Matthew McConaughey, tratto da una storia vera.

            Ben cinque anni sono trascorsi dall’ultimo Notizie dal mondo, atipico western che catapultava lo spettatore in un viaggio attraverso un West diviso e dilaniato che si faceva riflessione su un'America (allora) post-trumpiana, reduce dagli slogan e dalle fake news e proiettata verso una qualche forma di ripresa. Oggi, Greengrass torna in un certo senso “a noi” e ad un racconto di più riconoscibile impegno civile per riferire degli Stati Uniti di oggi.

            Quello, per intenderci, dei vari Bloody Sunday, United 93, Green Zone, del noto Captain Phillips e del recente 22 July. Di crisi, resistenza di uomini e donne comuni alle prese con situazioni straordinarie, dalle quali cercano, a tutti i costi, una via di scampo. Quello che pone l’attenzione sul trauma collettivo e sul coraggio individuale davanti ad un mondo moderno caotico, se non addirittura infernale (ironia della sorte: il luogo in cui avviene il fatto si chiama letteralmente “paradiso”). E ancora, su quei momenti, pregni di significato e speranze, nei quali emerge un gesto di dignità o di umanità. 

            In altre parole, un Greengrass in purezza che rivela e ritrova la ricetta esemplare della propria (e, purtroppo, spesso sottovalutata) opera in questa storia, rievocata e delineata attraverso l’alternarsi di due punti di vista. 

            Protagonista è Kevin McKay, uno degli autisti di scuolabus della cittadina californiana, dalla vita abbastanza tribolata: un lavoro di cui non va assolutamente fiero, tanti rimpianti, una madre malata, un cane da poco soppresso per un tumore maligno, un figlio adolescente che lo disprezza, quasi quanto la sua ex moglie. Insomma, un uomo come tanti che, quel giovedì di novembre - iniziato apparentemente come molti altri - si riscoprirà eroe.

            Con l’incombere dell’incendio sul centro abitato, il nostro viene infatti dirottato alla scuola elementare Ponderosa per far evacuare 22 bambini e la loro maestra, Mary Ludwig. Di lì a breve, però, la situazione precipita, il forte vento sposta ossigeno e scintille a tutta velocità, l’allerta si fa sempre più seria, le strade si intasano di auto e persone in via di fuga, e l’autobus - l’ultimo rimasto nell’area a rischio - rimane intrappolato in una babele di fiamme e fumo, ingaggiato in una corsa disperata verso l’ignoto, sprofondando in un paesaggio che si dissolve sotto il calore del disastro. 

            Il secondo punta di vista è invece quello di Ray Martinez, il capo della cosiddetta Cal Fire Division, il Dipartimento della California per la protezione da incendi e selvicoltura, l'ente statale che si occupa di proteggere dai fuochi boschivi. Attraverso la sua prospettiva, seguiamo l’evolversi della situazione, quasi si trattasse di una cronaca oggettiva e in tempo reale.

            Insomma, due parti dello stesso disastro e, al contempo, due inclinazioni possibili di un film, di una cifra e pure di un esodo che prendono il via da basi tecniche, scientifiche, documentarie, concrete, e insieme da un’umanità che la sceneggiatura di Brad Ingelsby e dello stesso Greengrass riduce al suo nucleo essenziale e familiare. 

            The Lost Bus è, in tal senso, una storia di individui e famiglie (a rischio di rottura, già a pezzi e/o col sogno di ricomporsi e ricominciare), decisa ed elevata ad allegoria dagli echi biblici di una nazione e di un mondo apocalittici fin d’ora, senza speranze di rinascite ulteriori. Soggettivato nel suo fluire di primitiva, innata e implacabile fatalità, questo sconfinato mare di fiamme diventa terreno di una tensione continua, frenetica, affannosa tra forze opposte e assolute.

            Bene e male, vita e morte, speranza e disincanto: ecco i veri ostacoli fra cui deve muoversi e districarsi questo autobus smarrito, scialuppa destinata a portare in salvo un gruppo di bambini o, idealmente, il futuro. Un’arca simbolicamente americana assediata da ogni parte, infiltrata da qualsiasi angolazione, minacciata in qualunque momento.

            La recensione di The Lost Bus, il film AppleTV+ di Paul Greengrass con Matthew McConaughey, tratto da una storia vera.

            Forse “questa battaglia l’abbiamo persa”, continuando a comportarci “da idioti”. È quello che Greengrass ci vuol dire senza mezzi termini in questa esperienza intensa, credibile e profondamente coinvolgente che evita le trappole retoriche di uno spettacolo muscolare ed eroico per concentrarsi sulla moralità - o immoralità - dei singoli e della collettività. Che lavora, in maniera abissale, quasi immersiva, sul senso e sull’urgenza dell’istante, rendendo epidermici il pericolo, il rischio, il caos, la paura che monta e travolge.

            Il merito principale risiede in una straordinaria sinergia fra ogni sua componente, orchestrata con precisione millimetrica. La fotografia di Pål Ulvik Rokseth, livida e plumbea già nelle prime inquadrature, alterna lenti e ottiche con intelligenza quasi tattile, per restituire l’instabilità e imprevedibilità della situazione. D’altro canto, il montaggio di William Goldenberg, Paul Rubell e Peter M. Dudgeon, serrato e viscerale, accompagna la progressione emotiva con gran rigore, mentre le musiche di James Newton Howard modulano la tensione emotiva con una potenza mai invasiva.

            Ciò nondimeno, è nella direzione degli attori che il film trova la sua più profonda verità. Matthew McConaughey torna sulle scene (a sei anni da The Gentlemen) con un’interpretazione essenziale nel suo dolore e vulnerabilità, privata di ogni residuo divistico. Al suo fianco, America Ferrera (in un periodo di rinascita successivo alla candidatura all’Oscar per Barbie) irradia un’umanità vibrante, toccante nella sua naturalezza e ordinarietà.

            Anche per questo, in definitiva, The Lost Bus si rivela quale esempio di ciò che Hollywood — pur tra le proprie macerie — può ancora aspirare ad essere. Una forma di cinema (commerciale) che non abdica alla verità e alla fiducia nell’immagine. Parliamo di una grandiosa e poderosa dimostrazione di forza e lucidità nel rapporto col contemporaneo, firmata da un regista che, in un’epoca di spettacolo digitale e virtualismi, continua a ricordarci che la tensione più autentica nasce e si estingue nella realtà dei corpi - agitati, spaventati, sudati - e di uno sguardo che sa dove e come rivolgersi.

            Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
            In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.

            Condividi
            67

            Articoli correlati

            La recensione di Backrooms, il film horror esordio alla regia di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.
            27 Maggio 2026

            Backrooms è più di un glitch?


            Leggi di più
            La recensione di Passenger, il nuovo film horror di André Øvredal con Jacob Scipio, Lou Llobell.
            26 Maggio 2026

            Passenger, ma forse era meglio starsene a casa


            Leggi di più
            La recensione di Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.
            24 Maggio 2026

            Amarga Navidad, un film minore per cui saremo sempre grati ad Almodóvar


            Leggi di più

            NEWSLETTER

            Appassionati al mondo del cinema e delle serie tv, appassionati a Cinemando!

            Iscriviti ora

            CINEMANDO

            Email: cinemandopost@gmail.com

            SEGUICI

            • Facebook
            • Instagram
            © Cinemando - Recensioni Cinema e Serie TV. Tutti i diritti riservati. - Privacy Policy - Cookie Policy
                      Nessun risultato Vedi tutti i risultati