
STEVE, l'eroismo fragile di Tim Mielants e Cillian Murphy
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Steve
USCITA ITALIA: 3 ottobre 2025
USCITA USA: 19 settembre 2025
REGIA: Tim Mielants
SCENEGGIATURA: Max Porter
CON: Cillian Murphy, Tracey Ullman, Jay Lycurgo, Simbi Ajikawo, Emily Watson
GENERE: drammatico
DURATA: 92 min
DISPONIBILE SU: Netflix
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Un film che alterna sguardi interni ed esterni, crisi personali e sociali, silenzi e fragori, confermando l’affinità elettiva tra il premio Oscar (e produttore) Cillian Murphy e il regista Tim Mielants. Steve è al tempo stesso eco e rovescio di Piccole cose come queste: un racconto che si affida ai corpi, agli occhi e alle cicatrici dei personaggi per dare voce all’abisso umano che li abita.
Quello tra Tim Mielants e Cillian Murphy è un sodalizio in corrente e piena via di definizione. Conosciutisi sul set della terza stagione di Peaky Blinders, i due hanno unito le forze qualche anno più tardi, nel 2023, per Piccole cose come queste, adattamento per il grande schermo del (quasi) omonimo romanzo di Claire Keegan sul controverso caso e famigerato scandalo delle Case Magdalene: istituti femminili amministrati da un ordine di suore che accoglievano le ragazze orfane, quelle ritenute "immorali" per via della loro condotta considerata peccaminosa, o semplicemente non conformi ai rigidi dettami della società patriarcale dell’epoca.
Al centro della narrazione vi è Bill Furlong, un carbonaio rispettato e di animo buono, la cui esistenza prende una svolta drammatica quando si imbatte nell’atroce oscurità che si cela dietro le mura di una di queste strutture. Testimone diretto delle crudeltà e degli abusi inflitti alle ragazze, egli si trova ben presto costretto a interrogarsi sul proprio ruolo e sul silenzio della comunità che lo circonda. Da qui il senso delle “piccole cose” del titolo: le bugie quotidiane, le illusioni e le apparenze con cui ci proteggiamo dall’oscurità. E ancora, quei gesti semplici, spesso i più difficili da compiere, che possono trasformarsi in atti di coraggio. Scelte come quelle di Furlong – eroe silenzioso, solitario e dignitoso – che incarnano ideali tanto elementari quanto straordinari, universali eppure, molte volte, dati per scontati.
A dargli volto e corpo è appunto Murphy, che con il suo divismo e carisma discreti, e uno sguardo al tempo stesso smarrito, turbato e magnetico, restituisce tutta la complessità di un uomo comune spinto a compiere scelte non comuni. Un’interpretazione (sommata ad un impegno come produttore attraverso la sua Big Things Films) che ne ribadisce l’iconismo, posta nuovamente e distintamente in primo piano in Steve, il lavoro direttamente successivo di Mielants - facente parte di un accordo più ampio con Netflix.

Co-prodotto e scritto da Max Porter, autore del romanzo da cui prende le mosse (col quale l’attore premio Oscar per Oppenheimer aveva già collaborato a teatro), questo segue l’avvicendarsi degli eventi nel corso di un giovedì tutt’altro che ordinario alla Stanton Woods, una scuola pubblica dedita alla rieducazione e riabilitazione di giovani con difficoltà sociali e comportamentali. Un giorno che cambierà per sempre il corso di alcune delle vite che vi gravitano dentro e attorno.
Come quella di Steve, il preside e insegnante di scienze, figura di rara sensibilità e sorprendente tempra, nonostante sia reduce da un grave incidente che lo ha segnato in profondità, trascinandolo in una spirale autodistruttiva fatta di alcol e dipendenza da oppiacei. Un uomo che porta nel corpo, negli occhi, in ogni singolo e minimo movimento, le tracce della sofferenza, financo dell’agonia, ma che continua a praticare una forma silenziosa di resistenza, continuando a prendersi cura del prossimo, a discapito di sé, anche quando tutto ciò che lo circonda sembra volerlo piegare e indirizzare altrove.
Un personaggio che – al pari di Furlong – si caratterizza per una pena, uno sforzo, un sacrificio che potrebbero apparire quasi messianici, cristologici, assoluti, ma che la corporeità frangibile, scalfita, logorata di Murphy riesce sempre a riportare ad un grado di umanità in cui è facile, quando non spontaneo e naturale identificarsi.
Seguono di pari passo la messa in scena, la costruzione e tutta l’impalcatura filmica retta e diretta da Mielants, che pedissequamente alla controparte letteraria si avvale, nello specifico, della fotografia (a base di sfocature e movimenti di macchina lunghi, continui, talora scomposti, convulsi, ipercinetici) di Robrecht Heyvaert e del montaggio scompaginato e frammentario di Danielle Palmer per riflettere i turbamenti, lo scompiglio interiore ed esteriore di chi, questa scuola, la occupa, per sorte o scelta (questi ultimi assumendo, di volta in volta, i panni del carceriere, dell’infermiere, del tiranno, del genitore e, immancabilmente, dell’insegnante o dell’inserviente). Raffigurato è inoltre lo stato di crisi permanente, la costante intensità, il disagio lampante e la febbrile agitazione che vige tra le sue mura.
In tal senso, Steve si configura come una sorta di metà ancor più oscura, di controparte ed eco amplificata, esasperata (sia nella luce che nelle tenebre), ma soprattutto rovesciata di Piccole cose come queste.

Rovesciato è innanzitutto il punto di vista nei confronti di un nuovo, un altro istituto, seppur di diversa verità, ma comunque votato idealmente all’accoglienza di reietti, emarginati dalla società.
Se nel film tratto da Keegan (dal quale fa il suo ritorno anche una Emily Watson sempre misuratissima ed essenziale) la prospettiva è infatti quella di un esterno che si confronta con l’opacità di un sistema chiuso, qui l’osservazione proviene dall’interno, da chi porta sulle spalle il valore e le contraddizioni di questa realtà, agli occhi di tutto ciò che le è esterno; dell’opinione pubblica o, meglio, dei suoi rappresentanti. Ergo dei media, della televisione, che fa incursione in questo giovedì con una troupe al completo. L’obiettivo dichiarato è realizzare un servizio che dia visibilità alla scuola, mentre il risultato si rivela l’esatto opposto, tra fraintendimenti, distorsioni e una ricerca di spettacolarizzazione, scandalo e trivialità che ne mina lo spirito in favore di un mix di fascino e repulsione per qualcosa che non sembra riguardarli (e riguardarci), quando invece dovrebbe, questo progetto spesso definito “una costosa discarica di umanità", “una sala d’attesa per il riformatorio”. Un’iniziativa “radicale e progressista” – almeno nell’Inghilterra del 1996, come ricorda un radiogiornale sportivo sui Campionati europei – che finisce nondimeno sotto i riflettori di una narrazione che ne altera e contraffà i contorni.
Non solo: la società varca la soglia della Stanton Woods nelle fattezze di un parlamentare che si rapporta a ciò che vede con un’aria di discriminatoria superiorità, e in quelle di due rappresentanti del trust di investitori che purtroppo comunicano a Steve e al corpo docenti la chiusura di un contratto di vendita dell’immobile, destinato di lì a qualche mese ad una riconversione del tutto estranea alla missione educativa.
Questo rimbalzo e rinvio reiterato di sguardi è senza ombra di dubbio l’elemento più affascinante di Steve, che persegue la via istintiva, suggestiva, se non proprio impressionista di un cinema neonato - quello di Mielants - interamente focalizzato sui propri personaggi, dei quali fornisce giusto un’impronta, uno schizzo, ben portato pure dagli interpreti più giovani (su cui spicca l’esordiente Jay Lycurgo). Un cinema, dunque, più interessato ai segni, alle tracce sensibili, che non ai discorsi che chiama in causa, spesso affidati ai corpi e agli occhi dei suoi personaggi, lasciati (pericolosamente) aperti, sospesi, in balia dell’abisso esistenziale di questi ultimi. E che, ancora una volta, trova in Murphy la sua (forse) insostituibile fonte di energia.
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