
PICCOLE COSE COME QUESTE, la bugia della luce
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Small Things Like These
USCITA ITALIA: 28 novembre 2024
USCITA UK: 1 novembre 2024
REGIA: Tim Mielants
SCENEGGIATURA: Enda Walsh
CON: Cillian Murphy, Eileen Walsh, Emily Watson
GENERE: drammatico, storico
DURATA: 98 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Adattando il (quasi) omonimo romanzo di Claire Keegan, il regista di Peaky Blinders Tim Mielants dirige un sempre abile Cillian Murphy in un'opera miniaturistica dall’impostazione e decorso abbastanza canonici, talora fin troppo osservante nei confronti della controparte cartacea, che però trova il suo senso nella cosiddetta "bugia della luce". Nell'essenza di un giallo il cui cadavere è "solo" la mostruosa coscienza umana.
Il sonno della ragione genera mostri, si dice. Ebbene, nel caso di New Ross, cittadina irlandese con qualche migliaio di abitanti situata nella parte sudoccidentale della contea di Wexford, sulle rive del fiume Barrow, è il sonno o, meglio, la cecità della coscienza a portare all’ombra della luce le peggiori mostruosità. Quelle su cui si trova per caso a posare gli occhi uno dei membri di questa comunità, tal Bill Furlong, carbonaio instancabile, rispettato, benvisto e benvoluto, dalla vita normale e tranquilla, spartita fra lavoro, consegne, casa e una famiglia numerosissima. Un uomo perbene, più generoso di quanto la moglie reputa legittimo, che purtroppo per lui inizia a porsi qualche interrogativo su una di quelle che passeranno alle cronache come Case Magdalene: un istituto femminile retto da un ordine di suore che accoglie le ragazze orfane, o ritenute "immorali" per via della loro condotta considerata peccaminosa, oppure ancora perché in contrasto con le norme della società patriarcale dell'epoca.
Bill diventa infatti testimone oculare del trattamento inumano a cui vengono sottoposte queste giovani donne. Qualcosa che, appunto, non avrebbe dovuto vedere o che qualcun altro avrebbe cercato in ogni modo di allontanare dalla mente. Non che il nostro non ci provi, mentre si forza di attenersi e di trovare conforto nella cara e vecchia routine. Eppure, la semplice idea di tanta sofferenza e omertà da parte dei suoi concittadini lo spinge a mettere in dubbio ogni cosa. A chiedersi, in altre parole, se le piccole cose che diamo per scontate non siano altro che piccole, grandi bugie, apparenze, illusioni che tutti noi ci raccontiamo quotidianamente per mantenere, acquisire, se non acquistare quel poco di tranquillità necessaria a non farci sprofondare nell’oscurità delle nostre esistenze.
Bugie tanto traumatiche, quanto in fondo evidenti, palesi, pure risibili nella loro pura essenza. Un po’ come credere a Babbo Natale. O immaginare, nello specifico, come materialmente impossibile anche solo il fatto che il male alberghi in un luogo eminentemente devoto al suo esatto opposto.

È appunto nella cosiddetta "bugia della luce" che risiede tutto il senso del discorso e della costruzione di Piccole cose come queste del belga Tim Mielants, che con grande fedeltà adatta per il grande schermo il romanzo breve Piccole cose da nulla di Claire Keegan, quest'ultima già nota ai cinefili per aver ispirato (col primo dei suoi scritti) il minuto ma fortunato The Quiet Girl.
Opera parimenti miniaturistica è quella che il regista di De Patrick e Wil trae dalle sue pagine (prodotto dalla Artists Equity di Matt Damon e Ben Affleck, a caccia di un’altra storia vera da tradurre in fenomeno cinematografico globale), seguendo le orme di un quiet man o, prima, un quiet boy, orfano di padre, la cui storia e i cui ricordi riflettono in maniere imprevedibili l’attualità (diegetica: di metà anni ‘80) dello scandalo delle Case Magdalene - raccontato anche da Peter Mullan nel Leone d’oro Magdalene del 2002. Figlio di un mondo e di una società periferica, timorata di Dio e dipendente da un’istituzione cattolica onnipresente e onnisciente, a quest'uomo viene data la possibilità di scegliere se agire e reagire, oppure, come gli viene consigliato, pensare agli affari propri e non svegliar il can che dorme (perché “quelle suore hanno le mani in pasta a tutto”).
Ciò detto, quello su cui si focalizzano la stessa Keegan, Enda Walsh, il commediografo e sceneggiatore incaricato della trasposizione, oltre a Mielants è piuttosto il silenzioso e lacerante meditare, ripercorrere, scrutare del nostro Furlong, quasi fosse il protagonista di un giallo che è però tutto nella sua mente (e il cui cadavere è "solo" la mostruosa coscienza umana). Di un duello tra sé e le proprie convinzioni, ancor prima che contro le parole e le insinuazioni dell’infida e minacciosa madre superiora - portata in scena da una Emily Watson impeccabile, in scena giusto quei dieci minuti per farsi ricordare. Si viene così a delineare la figura di un detective sui generis al quale viene sottoposto il puzzle di una vita, sua e di tante altre. L'enigma che avrebbe tanto desiderato da piccolo, ma che mai avrebbe voluto se solo ne avesse potuto prevedere l’entità.

Da qui prende il via una pellicola dall’impostazione e decorso abbastanza canonici, talora fin troppo osservante nei riguardi della controparte cartacea fino al punto di soffrirne in alcuni frangenti e soluzioni (come, ad esempio, nel flusso incontrollato di coscienza del protagonista, qui traslato in flashback che aggiungono poco o nulla all’economia del racconto).
Rigoroso e sobrio, Piccole cose come queste prova allora a razionalizzare il turbinio di emozioni e pensieri che transitano nella mente e nello sguardo del nostro Bill nella forma e nella messa in scena. E quindi, nella fotografia di Frank van den Eeden, che adopera la messa a fuoco e la sfocatura come veicoli visivi dell’incertezza e dell’ambiguità, ammantando qualsiasi cosa, personaggi e luoghi, d’una lunga e caliginosa ombra della stessa gradazione del carbone che il nostro maneggia e con cui si insozza mani e vestiti tutti i giorni. Un'oscurità torbida e sporca, difficile da mandar via, avvolgente e soffocante, inesorabile poiché definitiva. In aggiunta, è bene ricordare il significativo contributo del sonoro di Hugh Fox e delle musiche minimaliste di Senjan Jansen, puntualmente accordati col passo di tutte queste riflessioni o, per meglio dire, votati a rimarcare la solitudine a cui il nostro si sta aprendo la via e il vuoto che gli si viene a creare attorno man mano che prosegue in questa sua ricerca di chiarezza.
Nondimeno, il film non arriverebbe con la stessa potenza ed efficacia, non si insinuerebbe nello stesso modo, se ad interpretare il nostro carbonaio non vi fosse Cillian Murphy, che Mielants torna a dirigere dopo la terza stagione di Peaky Blinders. La pluripremiata star di Oppenheimer possiede invero la credibilità, la fisicità, il volto, come pure lo sguardo dalle profondità abissali, smarrito, turbato, magnetico… insomma, ha tutto ciò che serve per immergersi al suo solito nella parte e rendere al meglio il profilo di un eccellente uomo comune, di un eroe solitario e dignitoso, spinto da ideali che non dovrebbero essere, ma diventano straordinari. Che dovrebbero essere condivisi da tutti, ma che tutt’oggi vengono dati per scontato.
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