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            7 Settembre 2025
            La recensione di Chien 51, il nuovo film thriller fantascientifico di Cédric Jimenez con Gilles Lellouche, Adèle Exarchopoulos, Louis Garrel.
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            FESTIVAL DI VENEZIA 82

            CHIEN 51 sarebbe stato un'ottima serie

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Chien 51
            REGIA: Cédric Jimenez
            SCENEGGIATURA: Cédric Jimenez, Olivier Demangel
            CON: Gilles Lellouche, Adèle Exarchopoulos, Louis Garrel, Romain Duris, Valeria Bruni Tedeschi
            GENERE: drammatico, thriller, fantascienza, giallo, sentimentale
            DURATA: 100 min

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Con Chien 51 il regista di BAC Nord e November porta la distopia a Parigi: una città divisa in zone, controllata da un’IA onnipresente e percorsa da tensioni sociali. Ma sotto l’impatto visivo e produttivo da blockbuster europeo, la narrazione si piega a soluzioni prevedibili e ad un finale ruffiano.

            Da BAC Nord e November, e quindi dai sobborghi di Marsiglia e dalle strade di una Parigi insanguinata dalla tragedia del Bataclan, Cédric Jimenez, il regista d’oltralpe più muscolare e adrenalinico attualmente in circolazione, rimane nei luoghi della capitale francese ma li veste di colori, toni e atmosfere inedite per la “città dell’amore”. Pochissimo, se non quasi nessun tipo di amore è però rimasto in Chien 51, il suo quinto lungometraggio (tratto dal romanzo del 2022 di Laurent Gaudé, che era ambientato in Grecia, nella fittizia Magnapoli), dove la Torre Eiffel, gli Champs-Élysées, finanche la Senna sono testimoni di uno stravolgimento radicale dell’assetto urbano e del tessuto sociale parigino. 

            Ci troviamo infatti in un futuro - si dice - non molto lontano. La metropoli è divisa in tre zone secondo le rispettive classi, ognuna separata da posti di blocco e barriere invalicabili. Nessuno può sfuggire ad ALMA, un’intelligenza artificiale predittiva che ha rivoluzionato ogni aspetto della vita pubblica e privata. In particolare, per tutto ciò che riguarda la gestione di crimini e indagini da parte delle forze dell’ordine, ricreando virtualmente le scene del crimine e calcolando le probabilità percentuali di colpevolezza di ogni sospetto. In questo futuro, esiste anche un programma televisivo intitolato Destiny; un quiz a premi giocato da bambini delle periferie con in palio per il vincitore o la vincitrice la possibilità di trasferirsi nella Zona 2 (quella deputata alla medio-borghesia). E, come ovvio che sia, opera pure un gruppo di ribelli e anarchici che vuole esporre tutte le storture di un sistema destinato a fallire.

            Tutto si mantiene sul filo di un fragile equilibrio fino a quando il creatore di ALMA non viene ammazzato a sangue freddo. Dell’investigazione viene incaricata Salia, un‘agente di alto livello e un futuro lastricato di promesse, la quale si ritroverà, per una serie di circostanze, a dover unire le forze con Zem, un poliziotto disilluso della Zona 3. La loro missione potrebbe nondimeno arrivare a infastidire le alte sfere del governo, portando a galla oscuri segreti dell’apparato statale e giudiziario di cui sono il braccio - e non più la mente. 

            Seppur tutto fuorché inedite o sorprendenti, sono molte le possibili riflessioni che può suscitare Chien 51 e la sceneggiatura co-scritta dallo stesso Jimenez col sodale Olivier Demangel. Fra queste - al di là della proverbiale tecnofobia (da Lang, Kubrick, Cronenberg, Cameron a seguire) legata all’uso e alla presenza sempre più massiccia e pervasiva della tecnologia in ogni frangia e aspetto della nostra esistenza in quanto individui e cittadini - vi è senz’altro quella socio-realista (à la Bong Joon-ho di Snowpiercer, per intenderci), ma anche e soprattutto quella, di per sé vicinissima ai territori solitamente lambiti dall’autore, della regolamentazione della polizia, che qui ha acceso ad una mole impressionante di informazioni e dati sensibili. 

            L’idea, in altre parole, è quella di un mondo dove tecnica e informatica hanno facilitato solo gli abusi di ufficio e le violazioni etico-morali (Blomkamp docet), senza risolvere nulla. Anzi, esacerbando, amplificando e portando su ben altri livelli tutti i problemi che assediano la nostra contemporaneità. Tuttavia, come sempre avviene nel cinema di Jimenez, discorsi e tematiche vengono espresse attraverso o, in fin dei conti, poste sempre in coda alle esigenze di genere, di un dispositivo tensivo o, in questo caso specifico, di una confezione iper-pop, spettacolosa e fracassona, da blockbuster europeo d’esportazione. 

            Un’impalcatura, questa, che parte sicuramente da buone premesse e intuizioni, da una credibilità mai incrinata, oltre che da altissimi valori produttivi. Ogni reparto (dai costumi alle scenografie, dai props agli effetti speciali e visivi) e un cast stellare (Gilles Lellouche, Adèle Exarchopoulos, Louis Garrel, Romain Duris, Valeria Bruni Tedeschi) collaborano quasi allo stato dell’arte (europeo) per costruire la visione e l’idea (sì derivativa, ma comunque suggestiva) di una Parigi futuristica, ad un passo dal cyberpunk voluttuoso e dannato di Blade Runner. 

            Purtroppo però, a mettersi di mezzo tra ambizioni ed esiti c’è una gestione davvero criminosa degli sviluppi narrativi dell’indagine. Il finale, davvero prevedibile e preda di qualche fastidiosa assurdità, risarcisce poveramente lo spettatore, scegliendo peraltro di prediligere e ripiegare su un melò stucchevole e privo di brivido che, in più di un passaggio, scivola nel ruffiano. L’impressione, in generale, è che il racconto sia stato compresso e rimodulato a forza entro la durata canonica di un film, quando invece avrebbe trovato la sua dimensione ideale nella struttura dilatata, nelle ramificazioni narrative e nelle possibilità mitologiche di una miniserie. A co-produrre, non a caso, c’è Netflix, che avrebbe potuto orientare il processo creativo e la scrittura verso quelle logiche di fruizione rapida e le famigerate soglie proprie del pubblico da piattaforma. 

            Resta il fatto che, quantomeno, i francesi questi progetti hanno l’audacia di pensarli e portarli fino alla fine: Chien 51, in tal senso, è la prova vivente (seppur solo sufficiente) dello stato di salute di un’industria cinematografica che viaggia lungo tutt’altre lunghezze rispetto alla nostra.

            “Wish You Were Here”, verrebbe da dire, anche se forse sarebbe stato più indicato un più ironico e disincantato “Welcome to the Machine”.

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