
FESTIVAL DI VENEZIA 82
BUGONIA, nella camera dell’eco di Yorgos Lanthimos
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Bugonia
USCITA ITALIA: 23 ottobre 2025
REGIA: Yorgos Lanthimos
SCENEGGIATURA: Will Tracy
CON: Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis, Stavros Halkias, Alicia Silverstone
GENERE: fantascienza, commedia
DURATA: 120 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Un mai così prolifico Yorgos Lanthimos torna a dirigere Emma Stone e Jesse Plemons in Bugonia, una parabola cinica e spietata sullo stato dell’idiozia umana che purtroppo non fa che riconfermare l’addomesticamento di un cinema stemperato, capriccioso, ritualistico. Ovvio, perfino quando vuole riscrivere le proprie coordinate.
“Sei intrappolato in una camera dell’eco”, si dice ad un certo punto in Bugonia - il nuovo e decimo film di un Yorgos Lanthimos instancabile e mai così prolifico come in quest’ultimo periodo [è ormai dal 2023, infatti, che ogni anno una delle sue opere fa la propria comparsa sul grande schermo, ndr]. Per chi non lo sapesse, la camera dell’eco altro non è che la descrizione metaforica di una situazione in cui le informazioni, le idee o le convinzioni vengono amplificate o rafforzate dalla comunicazione e dalla ripetizione all'interno di un sistema definito che a sua volta censura e non consente ogni visione contrastante.
La persona che, secondo chi parla, sarebbe soggetta ad una simile condizione è Teddy, impiegato imballatore e apicoltore per diletto all’apparenza, che in realtà ha devoto tutte le sue energie, persino il minimo briciolo della propria esistenza nell'inseguire complotti e cospirazioni, finendo per allestire, architettare e autoconvincersi - come sempre più spesso accade, tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata - di una propria versione dei fatti. Di una finzione più vera del vero. Di un’idea parallela, alternativa, naturalmente paranoide e irrimediabilmente distorta e soggettiva della realtà. Colei che cerca, in tutti i modi, di fargli capire quanto il suo pensiero e il suo sguardo sul mondo che lo circonda siano fallaci, frutto di fandonie autoindotte da redpill (tra libri, forum e articoli online, social media e podcast) è Michelle, la CEO dell’azienda per cui lavora e che il nostro vede come la causa di tutti i mali - suoi e dell’intero genere umano. Una delle tante infiltrate segrete di una specie aliena superiore il cui solo e unico obiettivo è tenerlo e tenerci in gabbia, avvelenarci, affamarci, distruggerci dall’interno facendo leva sulla nostra, corrente inettitudine e innocuità. Tanto che, un giorno, decide di rapirla con l’aiuto del docile e ingenuo cugino Don e rinchiuderla nel seminterrato di casa sua nel tentativo di ottenere da lei la prova definitiva delle proprie teorie…
Quello che ha tutta l’aria (e i protagonisti, le tematiche) di un episodio scartato di Kinds of Kindness, poi riadattato e stiracchiato al massimo, un po’ lo è davvero: rapporti verticali e vertiginosi, consumati sul suolo dell’idolatria con i peggiori strumenti della manipolazione; ma con una svolta minima e prudente, malgrado una gittata collettiva, globale, quando non universale. Riprendendo – come già in The Lobster e ne Il sacrificio del cervo sacro – il mito classico (in questo caso quello della rigenerazione e della fecondità a cui rimanda il titolo, tratto dalle Georgiche di Virgilio, dove Aristeo, responsabile della morte di Euridice, sacrifica quattro tori agli dèi finché dai corpi non germogliano sciami di api) e rifacendo, ancor prima, la commedia sci-fi coreana Salviamo il pianeta verde! di Jang Joon-hwan, Lanthimos – su sceneggiatura di Will Tracy – costruisce una parabola cinica e implacabile sullo stato dell’arte o, meglio, dell’idiozia umana. Un’umanità per cui vale molto di più la convalida delle proprie opinioni e idiosincrasie piuttosto che sentimenti quali la compassione. Per la quale è più semplice addossare arbitrariamente, finzionalmente (e funzionalmente) le colpe addosso al prossimo, invece che riconoscere e riconoscersi nel dolore, o quantomeno tentare di lenire le proprie ferite, o ancora accettare la schiacciante realtà. È un’evoluzione verso il caos, che sottende - va da sé - una regressione allo stadio animale e bestiale all’unico scopo di perseguire le proprie convinzioni.
Tutto chiaro e tutto giusto. Forse pure troppo, tanto da diventare pedante, ostinato, irrigidito, palese, come dimostra, del resto, la stessa, dovuta menzione e spiegazione di quella “camera dell’eco”. Che - ahinoi - potremmo riconoscere con sicurezza quale attuale habitat artistico del cineasta greco. E Bugonia, costruito com’è attorno ad un ritorno dell’identico, ne è l’ennesima conferma. Per identico, s’intende la cifra del nuovo Lanthimos, quello di un altro pianeta: il pianeta hollywoodiano post-Povere creature! e - inutile dire - post-Emma Stone, quest’ultima ancora simbolica marionetta di stranezza votata ad un altro tour de force in coppia con un Jesse Plemons ben poco sorprendente.
È insomma il Lanthimos insoluto, cerchiobottista, derivativo e autocompiaciuto, non evoluto né maturato ma stilizzato e di maniera, in perfetto equilibrio commerciale (tra una weirdness ormai fine a sé stessa e urgenze iperpop). O ancora, più interessato al gioco narrativo - o, in questo caso, ad un gioco al massacro solido quanto una bolla di sapone, sviluppato a suon di sguardi strabuzzati e shock value, rilanciando all’infinito la quota delle stramberie – che non ad una rappresentazione davvero pungente, mordace ed efficace di quelli che dovrebbero essere i suoi discorsi, trasformati viceversa in pretesti sconfessati e contraddetti alla prima occasione utile. Come in un twist finale che dovrebbe spiazzare e invece non fa altro che ribadire l’addomesticamento di un cinema stemperato, capriccioso, ritualistico. Ovvio, perfino quando vuole riscrivere le proprie coordinate. Ridotto in fondo a gesti e trovate sensazionalistiche, come un taglio di capelli in presa diretta. Si ride. Ma di cosa, poi?
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