
KINDS OF KINDNESS DIVERTE, E (FORSE) VA BENE COSÌ
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Kinds of Kindness
USCITA ITALIA: 6 giugno 2024
REGIA: Yorgos Lanthimos
SCENEGGIATURA: Efthymis Filippou, Yorgos Lanthimos
CON: Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Hong Chau, Mamoudou Athie, Margaret Qualley, Hunter Schafer
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 164 min
Prix d'interprétation masculine al Festival di Cannes 2024
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Ancora ebbro del trionfo di Povere creature!, Yorgos Lanthimos torna a tempo di record sul grande schermo con Kinds of Kindness, realizzato quasi del tutto durante la post-produzione proprio dell'avventura di Bella Baxter. Un film a episodi che diventa portfolio del mondo del regista e di coloro che abitualmente vi transitano. Piccolo piccolo, quasi dimenticabile, nonostante le interpretazione, ma quantomeno diverte.
“Sweet dreams are made of this” cantano gli Eurythmics in apertura di Kinds of Kindness, il nuovo film di Yorgos Lanthimos. Anche se, forse, sarebbe meglio dire il contrario. Semmai “this is made of sweet dreams” o, più precisamente, della felicità produttiva, artistica, professionale, umana che accompagnerebbe chiunque si trovasse dove e come si trova oggi il regista greco. Fattosi, sì, conoscere e amare dal pubblico cinefilo con pellicole quali Dogtooth, The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro, egli è riuscito, con La favorita e il consequenziale e recentissimo Povere creature!, ad ingraziarsi le grandi platee di tutto il mondo e a toccare con un dito il cielo della storia del cinema, aggiudicandosi per entrambi i lavori alcuni dei premi più importanti e servendo Oscar ad interpreti come Olivia Colman ed Emma Stone.
Quest’ultima, ben più che sodale o musa, anzi ormai griffe, testimonial, paladina del suo universo - specie dopo aver speso tutta sé stessa per (ri)animare Bella Baxter, un personaggio in tutto e per tutto di shelleyana memoria, assemblato e costruito appositamente per farsi icona - torna per l’occasione, passando giusto da trucco e costumi. Non soltanto perché Kinds of Kindness si presenta quale cuscinetto ricreativo o defaticamento proattivo (scegliete voi), realizzato quasi interamente durante la post-produzione proprio di Povere creature!. Ma anche perché è di fatto un catalogo sotto forma di decalogo, un bignamino, un museo (delle cere), un’antologia di storie brevi. O ancora, un esercizio (di stile) miniaturistico che diventa utile portfolio del suo mondo e di coloro che abitualmente vi transitano, delle sue atmosfere e del suo humour sagace, urticante, cinico, del suo modus operandi e del suo gusto (e non-gusto) cinematografico, del suo rigore e della sua sregolatezza, di tic, ossessioni e temi ricorrenti.
Per farla breve, dei Kinds of Lanthimos, qui in perfetto equilibrio tra la weirdness urticante, feroce, radice degli inizi (di cui riabbraccia il fidato Efthymis Filippou) e le derive iperpop più coeve.

Di nuovo, quindi, una pellicola pamphlet, solo non centrifuga, bensì centripeta. Una che, attraverso tre episodi che paiono più che altro bozze, soggetti-pitch per lungometraggi (im)possibili: il primo - malata perversione dai riecheggi fantozziani del film socio-realista - su un uomo completamente succube del proprio capo, costretto suo malgrado a riprendere il controllo della propria vita; il secondo - omaggio e rivisitazione della fantascienza più cruda e pseudo-realistica à la Ai confini della realtà o Black Mirror - su un poliziotto fermamente convinto che la moglie, riabbracciata dopo un naufragio, sia stata sostituita da un doppelgänger; e il terzo - dalle parti di Kill List di Ben Wheatley - su due membri di una strampalata setta in viaggio alla ricerca di una potenziale Messia; sembrerebbe volerci parlare dell'Occidente e le sue (sur)reali mostruosità. Dirci insomma le stesse cose di sempre, quantomeno nel contesto della filmografia lanthimosiana, sulla sacra trinità del nostro ieri, oggi e domani: sesso, potere, successo, riassumibili in un proverbiale e populistico Sogno mai così irragginungibile, che deriva da una religiosità fanatica e favorisce allo stesso tempo un suo ritorno ossessivo in forme al solito distruttive. E raccontarci tre nuove storie di persone ingabbiate e oppresse da relazioni verticali e vertiginose, consumate sul suolo dell’idolatria e con i peggiori strumenti della manipolazione.
Moderno feudalesimo e nuovi Dei, teorie cospirative e deliri persecutori. Eppure, è già chiaro una volta giunti ai titoli di coda del primo episodio che il senso vero di Kinds of Kindness risiede esclusivamente nel benessere e nel capriccio del suo autore. Che, dal canto suo, pare qui avviare un’affezionata e spensierata compagnia di giro dai ruoli ben delineati, la quale interpreta con gusto e divertimento i burattini di carne che vengono loro assegnati: nauseabondi, ripugnanti, svuotati di ogni cosa, ma animati solo dalla propria meschinità autodistruttiva.
Per quanto, appunto, volto simbolico del cinema di Lanthimos e al solito generosissima, Emma Stone non è però la leonessa di questo film. Ad uscirne protagonista è invero un magnifico Jesse Plemons, che dà forse la dimostrazione più lampante delle sue sconcertanti proprietà camaleontiche (e meritandosi pertanto il premio vinto all’ultimo Festival di Cannes). (Ri)troviamo poi Willem Dafoe - anch’egli ormai presenza cardine dell’immaginario del cineasta, puntualmente padre-padrone ora inquietante, ora sereno e decadente, da compiacere o da riprendere a seconda delle sensazioni -, una Margaret Qualley mai utilizzata al pieno delle sue possibilità, e un Mamoudou Athie senza infamia e senza lode.

Ciò nondimeno, come avrete potuto intuire, l’ultima di Lanthimos è anche una creatura curiosa e paradossale nella sua natura profonda e produttiva. Nasce infatti come il tipico “one for me”, ossia come gratifica contrattuale che Disney/Searchlight ha concesso al regista dopo che questi gli ha dato soddisfazioni e grande prestigio con gli ultimi due film, e dunque, idealmente, come progetto meno commerciale e spettacolare dei suoi predecessori. Ma per quanto d’autore, Kinds of Kindness è una giostra bell’e buona - che avrebbe magari acquisito più valore e sincerità in formato seriale.
Altresì detto, un facile oggetto di ludibrio, un divertissement che adopera e traduce - non sappiamo quanto consapevolmente - i meccanismi, il funzionamento, l’estetica e il linguaggio del cinema più commerciale - con tanto di meme fast-food, fan service (l’anticipatissimo e già pervasivo ballo scatenato di Emma Stone su BRAND NEW BITCH), la nascosta sequenza mid-credit che spiega tarantinamente uno scampolo di orizzontalità narrativa - surfando sulla cultura dell’hype, assemblando e dileggiandosi nell’ennesima rifondazione e ridefinizione di una sorta di Lanthimos Cinematic Universe. Un mondo amaro, riflesso iperbolico al limite del parossistico, smisurato ed eccessivo, (nympho)maniaco del nostro. Una valle, o una piscina, di lacrime (da bere) in cui non è certo meglio, ma è rimasto solo di cui ridere.
All'orizzonte, nessuna Bella Baxter, nessun rimasuglio identitario, nessun sopravvissuto, nessun vero finale, niente sogni. Ma solo piccole, grandi, tragicomiche e apocalittiche visioni di un futuro già virato a seppia. E, va da sé, un film piccolo piccolo, abbastanza trascurabile, ma se non altro spassoso e di grande intrattenimento. E (forse) va bene così.
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