
L’ULTIMO TURNO, o la specializzazione di Leonie Benesch
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Heldin
USCITA ITALIA: 20 agosto 2025
REGIA: Petra Volpe
SCENEGGIATURA: Petra Volpe
CON: Leonie Benesch, Sonja Riesen, Selma Jamal Aldin
GENERE: drammatico
DURATA: 92 min
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Dopo l’exploit de La sala professori, Leonie Benesch torna protagonista ne L’ultimo turno di Petra Volpe, un dramma ospedaliero col ritmo serrato di un thriller che ne conferma intensità e dedizione, pur ripetendo pregi e difetti del modello di İlker Çatak.
È davvero interessante oltre che, per certi versi, unica la piega che sta prendendo la carriera della giovane tedesca Leonie Benesch, già piccola protagonista de Il nastro bianco di Michael Haneke, ma ultimamente rivelatasi al mondo – e divenuta una delle interpreti più promettenti del panorama europeo – grazie alla sua intensa interpretazione della neo-insegnante idealista Carla Nowak ne La sala professori, film candidato agli Oscar (seguita da una parte più ridotta ma comunque incisiva in September 5). È allora al regista İlker Çatak e a quel suo avvincente dramma sulla scuola, la pedagogia e le derive contemporanee in genere che si deve, almeno in parte, la definizione e il lancio di suddetta piega, pedinando l’attrice (e il personaggio) mentre cerca di farsi ostinatamente, faticosamente, talora pericolosamente strada nell’intricata, tortuosa, scivolosa essenza di un’istituzione, quella scolastica, venendone del tutto inghiottita, nello strenuo tentativo di sapere la verità riguardo ad una serie di furti e, al contempo, di salvaguardare il danneggiato tra gli alunni e un corpo docenti sempre più oppressivo e ostile.
Un modello, questo, che Petra Volpe rileva e ripropone abbastanza pedissequamente ne L’ultimo turno. Inclusa la stessa Benesch, alla quale affida il ruolo di tal Floria Lind, infermiera di un ospedale del cantone tedesco della Svizzera.

Come nel caso della maestra, impiegata (fatta inevitabilmente simbolo, rappresentante) di un’istituzione parimenti importante per cui nondimeno la tensione e la pressione sono cosa ordinaria, di tutti i giorni. Tanto più durante il turno cui allude il titolo, quando la protagonista si trova a dover gestire da sola - o quasi - un intero reparto. Ne deriva un flusso incessante di azioni che Volpe (insieme alla direttrice della fotografia Judith Kaufmann) insegue con grande polso, rigore e uno sguardo dall’ostinazione documentaria.
E quindi, i rituali giri di controllo, le richieste – più o meno cortesi, più o meno insistenti – di pazienti di ogni età, condizione, provenienza. Ci sono quelli che reclamano un analgesico, altri che pretendono informazioni che l’infermiera non ha modo di fornire (dovendosi dunque sperticare a guadagnare tempo), altri ancora che cercano soltanto un orecchio disposto ad ascoltare le loro angosce, paure e fragilità. Basta poco: un movimento, una parola gentile, una canzone canticchiata sottovoce, una promessa (non sempre possibile da mantenere o esaudire in breve tempo). A questo si aggiungono le chiamate dagli altri reparti, le emergenze improvvise, gli imprevisti continui che alzano progressivamente l’asticella dello stress e dello sforzo richiesto; dinamiche quasi agonistiche di uno scenario via via più al limite, affine ad una corsa a perdifiato contro il tempo. È in questo crescendo di tensione che L’ultimo turno si avvicina al suo modello nei termini di un dramma d’urgenza e principio socio-realista che sceglie consapevolmente la via della costruzione progressiva, dell’accumulo di elementi e della ricerca di un climax che, a tratti, possono risultare sensazionalistici, artificiosi, quasi strumentali, al fine di accentuare e ribadire il proprio messaggio di denuncia. Un impegno civile e informativo che trova infine la sua esplicitazione più chiara nei cartelli conclusivi, posti subito prima dei titoli di coda, chiamati a contestualizzare e suggellare ciò che si è visto.

Ciò detto, quasi si trattasse di un Cosmopolis più fracassone e grossolano, Locked si tramuta ben presto in un caotico ricettacolo delle tensioni e derive del contemporaneo. Lo scontro dialettico che si instaura tra Eddie e William scivola liberamente dal divario sociale ed economico alle “cancellature”, trasfigura la corrente divisione di un’America sull’orlo di una nuova guerra civile, le inarrestabili culture wars (inevitabilmente destinate a un’esasperazione triviale e, il più delle volte, pretestuosa) tra woke e conservatori, fino a deviare verso un risentimento generazionale più immediato, spontaneo, viscerale, con la tecnologia a fare da motore e arbitro silenzioso, al tempo stesso regolatrice e commentatrice beffarda.
Non a caso il SUV - epigono emblematico della Christine kinghiana - si chiama Dolus, e il suo logo, sul fronte e sul retro, raffigura la dea della giustizia. Un’intuizione certo ingenua e un po’ semplicistica, che non stonerebbe in un episodio delle ultime stagioni di Black Mirror, ma che, in fondo, restituisce bene l’idea di una thrill ride (o, se preferite, di un tour de force) non fondata unicamente sulla statura e bravura dei suoi interpreti, come ci si sarebbe potuti immaginare.
Locked ha dunque almeno un qualche scampolo di direzione - che di questi tempi è già molto - e un’idea di messa in scena capace di cucire insieme immaginario, riferimenti e tensione drammatica. Tuttavia, esaurisce abbastanza in fretta le proprie potenzialità e i propri discorsi, lasciando intravedere i limiti di una scrittura che dà tutto troppo per scontato e che si riduce - suo malgrado - all’espressione in chiave horrorifica di un giorno di ordinaria follia su un qualsiasi social network o spazio virtuale. Così, dopo un avvio promettente, approssima, (sovrac)carica, muovendosi lungo traiettorie e itinerari già battuti verso un finale posticcio e sgraziato che non riesce in alcun modo a restituire la forza delle premesse.
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