
SEPTEMBER 5 e l'agonismo della verità
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: September 5
USCITA ITALIA: 13 febbraio 2025
USCITA USA: 29 novembre 2024
REGIA: Tim Fehlbaum
SCENEGGIATURA: Tim Fehlbaum, Moritz Binder, Alex David
CON: Peter Sarsgaard, John Magaro, Ben Chaplin, Leonie Benesch
GENERE: drammatico, storico, thriller
DURATA: 91 min
Candidato agli Oscar 2025 per la miglior sceneggiatura originale
VOTO: 7
RECENSIONE:
Alla sua terza regia, Tim Fehlbaum - già pupillo di Roland Emmerich - cambia totalmente rotta, scrivendo e dirigendo una cronistoria in presa diretta, dal punto di vista della troupe televisiva della ABC, del famigerato massacro di Monaco di Baviera durante le Olimpiadi del 1972. Una pellicola dalla cui densa sceneggiatura prescinde ogni componente, a metà tra thriller depalmiano e parabola sportiva sull'agonismo della verità.
A Monaco di Baviera, quand’ancora era Germania Ovest, nel settembre del 1972, sui campi da gioco, nelle piscine, gli atleti di decine, quando non centinaia di nazioni lavorano in squadra per superare gli avversari, aggiudicarsi e tornare in patria col maggior numero possibile di medaglie. Sempre lì, in quegli stessi istanti, in quegli esatti giorni, un altro team s’impegna, con fare pressoché agonistico, a raccontare minuto per minuto le partite e le gare che si stanno disputando.
È la troupe di giornalisti sportivi dell’ABC che, in cabina di regia, si muovono, parlano, ragionano alla stregua di coloro di cui catturano i gesti, comunicando risultati, plasmando narrazioni, declamando i tronfi, senza dimenticare (anzi ponendo l’accento e zoomando su)i vinti. Alcuni dei loro nomi sono Roone Arledge, presidente, Geoffrey Mason, regista, Marvin Bader, produttore esecutivo, Marianne Gebhardt, traduttrice locale… Uomini, donne che presto diventeranno una delle due squadre in prima linea nella medesima partita. Il cronometro parte quando un commando dell'organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irrompe negli alloggi destinati agli atleti israeliani del villaggio olimpico, uccidendo subito una coppia di atleti che tentano di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri del collettivo.
In gioco, questa volta, c’è però ben più che una manciata di medaglie. Il match è di tutt'altra pasta. E se quello degli sportivi sarà dettato semplicemente dall’infausto e tremendo istinto di sopravvivenza, ad Arledge, Mason & co. spetterà invece il compito di informare, documentare, registrare, inseguire e catturare (le immagini del)la storia nel suo farsi.
Un lavoro di squadra, il loro, ben presto manifestazione chiara ed essenziale della professione e della vocazione giornalistica, col pieno di doveri e dilemmi etico-morali, cortocircuiti ideali e confini deontologici. Un gesto sospinto alle radici e ai principi, eppure capace di ridefinire l’orizzonte del filmabile. Riscrivere (on air o in-the-making che dir si voglia) le regole del broadcasting, oggi soppiantato dal live streaming con le sue varie deviazioni “reality”. Cambiare e fare letteralmente la storia.

Questo, d'altronde, è quel che preannuncia il sottotitolo dell’edizione italiana di September 5, terza regia (oltre che netto cambio di rotta) per il giovane regista e sceneggiatore svizzero Tim Fehlbaum. Già pupillo del “master of disaster” Roland Emmerich, questi è ora un candidato al premio Oscar proprio per la sceneggiatura - co-firmata con Moritz Binder e Alex David - di questa cronistoria in presa diretta, raccontata attraverso le decine di occhi (antropici e non, degli impiegati e delle varie telecamere) della control room televisiva, della vera storia di quel giorno (e non solo) di lacerante tensione, passato alle cronache come massacro di Monaco di Baviera. Un copione, questo, che si insinua nei momenti, scardina e inserisce la propria realtà finzionale nelle immagini reali, originali, che hanno fatto il giro del mondo, immaginandole come l’epicentro di una serie d’istanze, trazioni e motivi.
Da un lato, vi è quindi un tentativo di ricerca e resa filologica, talora feticistica, di un giornalismo analogico, fossile, fatto di interruttori, leve, cavi, pellicole e nastri, foto da sviluppare, walkie-talkie, telefonate. Dall'altro, si prende invece in esame il contesto sociale, storico e politico della Germania post-bellica (e post-nazista), attenta a conservare le apparenze, su cui grava ancora il peso dell’Olocausto, e - va da sé - il conflitto (ahinoi, mai così attuale) tra Israele e Palestina. Non solo: sul piatto vengono poste inoltre questioni annose, più complesse e complessive, quali razzismo, misoginia, condizione femminile...
Tanto densa di discorsi quanto fitta di parole, la scrittura di Fehlbaum, Binder e David è l’imprescindibile colonna vertebrale di un’operazione che, da questa sua pregnanza, è insieme favorita e lesa, poiché spesso artificiosa, lampante nel suo parlare e ragionare col proverbiale “senno del poi”, ma anche approssimativa nello sviluppo di ognuna di queste linee tematiche e, in generale, un po’ accomodata nelle proprie posizioni. Dal copione dipendono comunque tutte le componenti del film. In particolare, il montaggio serratissimo e impetuoso di Hansjörg Weißbrich, per non parlare delle prove di un cast precisissimo, in efficiente sottrazione, capeggiato da Peter Sarsgaard, John Magaro (nel suo), Ben Chaplin e la rivelazione de La sala professori Leonie Benesch.
Ciò detto, seppur intenzioni e volontà possano rinviare altrove, la fibrillazione e intensità a cui la pellicola e ogni sua parte giungono con egual sinergia, sono a tutti gli effetti quelle di un solidissimo congegno tensivo. Praticamente un thriller, se non si è informati della storia e del suo epilogo, dall'impronta più depalmiana che spielberghina (anche se è inevitabile il ricordo del meraviglioso Munich). Altrimenti, September 5, lo si potrebbe intendere come una parabola sportiva che, in scia con l’apparente linearità e strategia del genere, valuta ogni opzione, tiene sotto controllo ogni variabile, per tagliare il traguardo senza il fiato corto.
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