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            21 Agosto 2025
            La recensione di Io sono Nessuno 2, il film sequel d'azione con protagonista Bob Odenkirk, diretto da Timo Tjahjanto.
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            IO SONO NESSUNO 2 è un action “usa e getta”

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Nobody 2
            USCITA ITALIA: 14 agosto 2025
            USCITA USA: 15 agosto 2025
            REGIA:  Timo Tjahjanto
            SCENEGGIATURA: Derek Kolstad, Aaron Rabin
            CON: Bob Odenkirk, Connie Nielsen, John Ortiz, Colin Hanks, RZA, Colin Salmon
            GENERE: azione, thriller, commedia
            DURATA: 89 min

            VOTO: 5/6

            RECENSIONE:

            Un sempre credibilissimo Bob Odenkirk torna a vestire i panni dell’average man più letale del cinema contemporaneo in Io sono Nessuno 2. Timo Tjahjanto sostituisce Ilya Naishuller in cabina di regia, alzando l’asticella di sangue e della violenza, ma smarrendo, strada facendo, la sostanza che aveva reso comunque sorprendente il primo capitolo. Resta un vuoto che nemmeno qualche sequenza ben diretta e coreografata, l’energia magnetica di una rediviva Sharon Stone, o ancora il garbo scanzonato di Christopher Lloyd riescono a illuminare.

            Hutch Mansell probabilmente avrebbe condiviso le parole del life coach Jim Rohn, secondo cui “molta gente pianifica le proprie vacanze con più cura della propria vita. Forse perché evadere è più facile che cambiare”. Il nostro “uomo qualunque”, l’average man non fa eccezione e, dopo i silenzi della moglie Becca e i rapporti sempre più difficili con i figli Brady e Sammy, decide di organizzare una bella vacanza di famiglia. Una parentesi che dovrebbe tenerlo lontano dal suo lavoro: non l’ufficio, quanto l’ingrato mestiere di killer a contratto al quale è costretto per risanare un debito maturato con la mafia russa. 

            La meta appartiene ad uno dei migliori ricordi d’infanzia: la cittadina di Plummerville, con tanto di parco divertimenti secolare e un po’ demodè. Purtroppo però, come gli ricorda qualcuno, non si sfugge mai davvero alla propria natura. Tant’è vero che, tempo una manciata di ore, e questi si ritrova nel mirino dello sceriffo locale, invischiato in una rissa in una sala giochi, e alfine catapultato in una spirale di violenza che lo porterà ad imbattersi in una mega-criminale insieme pittoresca e spietata, a capo di un’operazione di contrabbando internazionale.

            La recensione di Io sono Nessuno 2, il film sequel d'azione con protagonista Bob Odenkirk, diretto da Timo Tjahjanto.

            Va ben oltre il prevedibile e il risaputo, anzi sprofonda nel prototipico (quello del western degli anni d’oro), l’incipit narrativo che avvia l’intreccio di Io sono Nessuno 2, sequel (nemmeno a dirsi) di quello che si può tutt’oggi intendere come un fortunato tentativo di replica, una deformazione vignettistica, ancor più platealmente divertita, parossistica e improbabile del filone e del fenomeno John Wick, scritto e prodotto - tra le altre cose - da quei Derek Kolstad e David Leitch a cui deve i suoi natali il mito e l’icona del Baba Yaga interpretato da Keanu Reeves. Un film a basso costo e dalla concezione espressamente di seconda fascia - punto d’accesso hollywoodiano per la carriera del regista russo (di Hardcore!) Ilya Naishuller - che nondimeno donava una nuova dimensione possibile, una declinazione tutta action al divismo di un Bob Odenkirk allora prossimo a dire addio al suo personaggio più iconico: l’avvocato Saul Goodman di Breaking Bad e dell’apprezzato spin-off Better Call Saul.

            Hutch è un uomo insoddisfatto, alienato, intrappolato nella ripetitività. Solo quando riabbraccia la sua vita violenta capisce di desiderare, in fondo, una normalità impossibile. La forza del personaggio sta tutta in questo casting: nella sua fisicità ordinaria dell’attore, nella sua presenza sobria e quasi dimessa, in quella schiettezza che comunica fragilità e comune disgrazia. Sono le medesime qualità che avevano reso memorabili le prime apparizioni nella serie di Vince Gilligan e che servivano nel primissimo Io sono Nessuno ai fini discorsivi di una seduta psicoanalitica del maschio americano medio, a sua volta perversione eccessiva ed esasperata degli stereotipi del genere (e di genere). 

            La recensione di Io sono Nessuno 2, il film sequel d'azione con protagonista Bob Odenkirk, diretto da Timo Tjahjanto.

            Ciò detto, se nel capitolo originale la violenza era interpretata come un atto liberatorio, una deviazione esistenziale che concedeva al protagonista l’ebbrezza di sentirsi finalmente vivo, qui diventa una condanna, una maledizione non più eludibile. È la dissociazione di sé il vero motore narrativo: Hutch tenta di aderire alla maschera paterna e coniugale, di innestarsi nel ruolo familiare a lui preposto, ma viene costantemente risucchiato nel suo “altro” lato, quello da antieroe action. Il dualismo naturale del personaggio si traduce e riflette così nella doppia tendenza di una pellicola che è insieme un melò e, per l’appunto, un action dalle declinazioni comiche e beffarde, costruito e immaginato secondo un modus operandi tipicamente horrorifico. 

            Non a caso il regista chiamato a prendere il posto dell’ipercinetico Naishuller è l’indonesiano Timo Tjahjanto, specializzato nel territorio dell’orrore qui al suo debutto vero e proprio su grande schermo, ma già nome chiacchieratissimo nella bolla degli appassionati grazie alla sua partecipazione (insieme ai vari Adam Wingard, Gareth Evans, Chloe Okuno) agli antologici The ABCs of Death, V/H/S/2, V/H/S/94 e aver diretto in solitaria fortunate uscite streaming come The Night Comes for Us e The Shadow Strays. Già avvezzo a estremizzare i codici del gore, questi porta la ricetta spettacolare del primo alle estreme conseguenze. Nel trasporre il copione sempre scritto da Kolstad insieme ad Aaron Rabin, non si affanna nell’inseguire il dinamismo acrobatico del predecessore (e, per quanto comunque ci si provi, non c’è nessuna nuova sequenza come quella dell’autobus), bensì raddoppia il sangue, amplifica la brutalità dei combattimenti, diversifica ed esplode le traiettorie dell’action… Insomma, eleva il tutto “alla seconda”, come vuole la lezione per eccellenza dei sequel, trasformando la cornice del parco giochi in metafora (ancor più) scoperta (di quanto già non accada nella costola wickiana Ballerina) di un cinema inteso come spettacolo sfrenato e disinibito, gladiatorio, alla stregua di un circo della carne.

            L’ambientazione stessa diventa allegoria del personaggio: attrazioni fatiscenti, giostre che scricchiolano sotto la vernice sgargiante. Hutch è esattamente questo: una macchina consunta che finge ancora di funzionare a dovere, senza problemi o ripercussioni. Un uomo che non appartiene più a nessun mondo, intrappolato tra la nostalgia degli affetti e la coazione a ripetere della violenza.

            La recensione di Io sono Nessuno 2, il film sequel d'azione con protagonista Bob Odenkirk, diretto da Timo Tjahjanto.

            Proprio qui (oltre che nella virata familiare, nella scelta di pluralizzare il racconto) si annida tuttavia l’ossimorico paradosso, la principale contraddizione di Io sono Nessuno 2, nobile a parole - cioè nel tentativo di mettere in discussione, di rinnegare moralmente l’irrefrenabile aggressività di Hutch (che pian piano sembra si stia trasmettendo al primogenito) - ma problematico nei fatti o, meglio, nell’attenzione che Tjahjanto (affiancato dalla stunt-house 87North Productions) pone sulla progettazione di tale bestialità e nel modo fantasmagorico ed entusiasta in cui, poi, la mette in scena. L’impressione è allora che il film, in fondo, non abbia null’altro da dire: la descrizione dei rapporti familiari resta appena abbozzata, è ordinaria (e, checché ne venga detto, tutto fuorché speciale), e la promessa di una nuova riflessione sull’uomo diviso si scioglie ben presto nell’iperbole splatter dello showdown finale. 

            Resta, in definitiva, uno iato nostalgico (con tanto di Celine Dion a gradire) che nemmeno l’energia magnetica di una rediviva Sharon Stone o il garbo scanzonato di Christopher Lloyd possono colmare. Semmai sono le piccole sorprese di un divertissement effimero che qualche decennio fa non avrebbe nemmeno trovato posto nelle sale. Un intrattenimento privo di gravità, sostenuto soltanto dall’ossatura dell’action, come uno scheletro narrativo svuotato di sostanza. O ancora, un film che si consuma nell’arco di un istante, simile allo scatto di una di quelle macchine fotografiche usa e getta che si usano durante le vacanze estive: imperfetto, slavato, grossolano, mai del tutto a fuoco e inevitabilmente destinato a svanire subito dopo lo sviluppo.

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