
SO COSA HAI FATTO, Hollywood - e so che lo rifarai ancora
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: I Know What You Did Last Summer
USCITA ITALIA: 16 luglio 2025
USCITA USA: 18 luglio 2025
REGIA: Jennifer Kaytin Robinson
SCENEGGIATURA: Jennifer Kaytin Robinson e Sam Lansky
CON: Jennifer Love Hewitt, Freddie Prinze Jr., Madelyn Cline, Chase Sui Wonders
GENERE: horror, thriller
DURATA: 111 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
So cosa hai fatto, Hollywood. Ecco perché so che lo rifarai ancora. Tra reboot, remake e sequel, torna un film cult anni ’90, fratellastro (s)fortunato di Scream, nelle mani di una nuova regista chiamata a rilanciare una saga che ha sempre faticato a rimanere al passo coi tempi.
So cosa hai fatto, Hollywood. Proprio per questo, so che lo rifarai ancora. E ancora. E ancora. Come, ad esempio, prendere un franchise più o meno attempato, più o meno noto, e cercare di riportarlo in auge, riaccordandolo a sensibilità odierne. Magari ribaltandone i meccanismi e le convenzioni, vivendo di sola e pura nostalgia fine a sé stessa, oppure convertendolo ai fini di un’operazione autoriflessiva sulle ragioni del suo successo.
A questa ormai interminabile lista di reboot, remake, sequel (spesso fuori tempo massimo), revamp e chi più ne ha più ne metta, si aggiunge oggi quello che, già all’epoca, veniva considerato il fratellastro (s)fortunato di Scream. Cioè un epigono decisamente inferiore al film di Wes Craven, privo di una qualsivoglia spinta iconica e forza teorica. Una deviazione (e perversione) dello slasher anni ’70, già allora bieco e pigro tentativo di capitalizzare – e cannibalizzare – l’esito di quel seminale capolavoro, per mano dello stesso Kevin Williamson (anche firma di serie come Dawson’s Creek e The Vampire Diaries). Un’imitazione, So cosa hai fatto, che alla sua uscita ottenne tuttavia un’incredibile risposta di pubblico, diventando un piccolo fenomeno horror, genitore di ben due seguiti dalla fattura altrettanto dubbia, ma anche e soprattutto di innumerevoli parodie (tra cui quella celeberrima di Scary Movie).
Su simili traiettorie si pone, in tal senso, l’esordiente Jennifer Kaytin Robinson, ingaggiata - direttamente da MTV e dalla Marvel di Thor: Love & Thunder (che ha servito come co-sceneggiatrice) - per rianimare e dirigere, a distanza di quasi trent’anni, una nuova iterazione del medesimo canovaccio. Una nuova storia che vede al centro un incidente mortale, un’omissione di soccorso, un biglietto minatorio, e una scia di sangue che grida vendetta. Il tutto, con un rinnovato cast di personaggi ai quali - in conformità coi vari requel di Saw, Nightmare, Halloween, L’esorcista e il succitato Scream - si sommano le riapparizioni di alcuni volti storici che, nella maggior parte dei casi, finiscono per rubare completamente la scena ai novizi.

Malgrado gli accenni di buona volontà e il divertimento di alcuni di loro, è esattamente ciò che accade a Madelyn Cline, Chase Sui Wonders, Jonah Hauer-King, Tyriq Withers e Sarah Pidgeon, costretti a spartire la narrazione con una sempre carismatica e smagliante Jennifer Love Hewitt e un Freddie Prinze Jr. piuttosto spento e impacciato, che pare non aver affinato le proprie doti recitative nel tempo. I primi, infatti, sembrano copie sbiadite, cloni rimasticati dal tempo, se paragonati alle loro controparti originali. Perché se i ruoli non sono cambiati, lo è il mondo e la società nei quali si ambienta questo nuovo capitolo, così come la nuova generazione (Z) che diviene vittima designata e presa di mira dal pescatore: l’uomo con l’uncino del folclore americano, amatissimo da Stephen King, il killer delle coppiette e dei giovani che cercano di sottrarsi ai dettami sociali.
Eppure, pur seguendo passo passo tutte le tappe dei primi due film, senza saltarne nemmeno una, So cosa hai fatto non si sforza mai davvero di trovare una chiave per aggiornare il thrilling, la grammatica horror e il DNA della saga a una contemporaneità disillusa e apatica, dove non c’è più spazio né per il divertimento spassionato e sfrenato, né tantomeno per l’ipersessualità prorompente degli anni ’90. Così, tra app di meditazione, astrologia empatica, profumate bombe da bagno, skin care, meme, podcast horror e true crime, e crypto-wallet, l’identità della saga non viene mai davvero rilanciata, ridefinita, rinegoziata. Si sbiadisce e dissangua, letteralmente.

A rimanere indenne, se vogliamo, è una flebile linea ironica, ludica e consapevole che trova ragion d’essere solo ed esclusivamente nel ribaltamento delle aspettative del pubblico sul quale si poggiano sia la scrittura che la messa in scena dell’innesco narrativo. Per il resto, questo elemento viene accantonato e dimenticato per quasi tutta la durata (sproporzionata e spropositata) del film, salvo poi riemergere in extremis, con un paio di battute (“la nostalgia è sopravvalutata”) che vorrebbero essere dichiarazioni di poetica, ma suonano più come scuse posticce. Boutade idealmente sufficienti a conferire all’operazione un tono che non le appartiene, oppure a illudersi di poter rifuggire le tendenze e i cliché di cui è invece pienamente figlia.
A tal proposito, se c’è una cosa che fa il copione di Robinson e Sam Lansky è testimoniare l’impossibilità o, per meglio dire, l’incapacità atavica della macchina hollywoodiana di liberarsi delle solite cose: che siano traumi, incubi o formule da sogno. Fatto sta che, eccezion fatta per il primissimo omicidio, questo nuovo So cosa hai fatto si rivela essere un (post-)post-slasher a bassissimo tasso ematico, con un tasso di creatività, impegno e trasporto ai minimi storici, che si lascia guardare con la stessa facilità con cui lo si finisce per dimenticare. E qualora proprio lo si volesse rievocare sarebbe più che altro per un intreccio che sembra perder tempo in assenza di sangue, girando a vuoto fino ad un terzo atto e ad epilogo semplicemente improponibili per come esagerano e invocano platealmente la possibilità di un prosieguo senza la benché minima ragione.

A volergli riconoscere dei meriti, c’è l’aver messo in mano alla giovane Madelyn Cline un ruolo da scream queen tagliato su misura, perfetto per il suo divismo in erba, e l’averci ricordato che il cinema ha più bisogno di onesti slasher — anche derivativi e imperfetti — come Thanksgiving di Eli Roth, che non di spauracchi usa-e-getta (estivi o meno) in cerca di viralità. Di eco sbiadite che tentano di evocare l’orrore senza averne più i mezzi o il contesto. Di inutili riverniciature partorite da un sistema che confonde l’inerzia con la nostalgia, e la ripetizione con la reverenza. E se resta impressa una scena, un volto, un’idea, è solo perché tutto il resto è evaporato. Come succede sempre, ormai, quando Hollywood ci mostra cosa ha fatto. Di nuovo.
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