
PRESENCE, il cinema (in)visibile di Steven Soderbergh
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Presence
USCITA ITALIA: 24 luglio 2025
USCITA USA: 17 gennaio 2025
REGIA: Steven Soderbergh
SCENEGGIATURA: David Koepp
CON: Lucy Liu: Rebekah, Julia Fox, Chris Sullivan, Callina Liang, Lucas Papaelias
GENERE: horror, thriller
DURATA: 85 min
VOTO: 9
RECENSIONE:
Uno specchio placcato in nitrato d’argento, unico superstite di una casa di periferia del New Jersey, diventa per Steven Soderbergh la chiave e il cuore di Presence. Un film che, tra Marco Ferreri e riflessi di un cinema in bilico tra analogico e digitale, trasforma la materia in metafora, la superficie in profondità. Una riflessione inquieta e lucida sullo stato dell’immagine contemporanea, sospesa tra il desiderio di (ri)vedere e il rischio di scomparire.
È uno specchio placcato in nitrato d’argento l’unico pezzo originale rimasto di una casa di periferia del New Jersey, apparentemente indistinguibile dalle sue tante dirimpettaie. Un po’ rovinato, ma riuscito nondimeno a sopravvivere al trascorrere del tempo e all’alternarsi di proprietari e inquilini, questo residuo di arredamento è il principio e la fine, il perno, l’alloggio e la camera oscura di Presence, il trentacinquesimo lungometraggio dell’ormai decennale, imprendibile e mai abbastanza celebrata filmografia di Steven Soderbergh, qui nuovamente al fianco dello sceneggiatore David Koepp. Ed è proprio confidando nella finezza e nello spessore dei due nomi coinvolti che non stupisce immaginare una ragione precisa dietro l’insistenza nel specificarne la composizione materiale. Il nitrato d’argento, infatti, non è solo un agente antisettico capace di curare ferite infette e prevenire la diffusione di infezioni: è anche, e soprattutto, noto per le sue proprietà fotosensibili. Annerendosi con l’esposizione alla luce solare, trova impiego nelle emulsioni di lastre, pellicole e supporti fotografici in genere.
Non a caso, Nitrato d’argento è anche il titolo dell’ultimo film di Marco Ferreri — opera che non è difficile pensare Soderbergh abbia visto — un ibrido di documentario e commedia che attraversa la storia e l’evoluzione, tecnica e artistica, del cinema. Il regista italiano ripercorre progressi e generi — dal muto al sonoro, dal colore ai western, dai primi comici alla commedia, dal film d’autore a quello sociale, di guerra o politico, fino a documentari, musical e fantascienza — intrecciandoli ai mutamenti culturali del Novecento. Un’opera oggi quasi dimenticata, con cui, quasi trent’anni fa, il maestro dichiarava senza mezzi termini la morte del cinema, proprio nel centenario della sua invenzione: un’epoca in cui la VHS dominava, il DVD muoveva i primi passi, la televisione era onnipresente e la pay-TV cominciava ad affermarsi in Italia e all’estero. Beninteso, Nitrato d’argento parlava del cinema in pellicola, del cinema in sala: uno dei più importanti luoghi di socialità, incontro… e seduzione. Un posto dove si andava ogni giorno, anche solo per dormire o mangiare, non soltanto nell’intervallo; un luogo che accoglieva tutti perché davanti allo schermo tutti erano uguali. Il cinema era la “casa” dove si poteva fare ciò che altrove non era concesso. Un paradiso terrestre in cui era permesso anche sognare.
Così lo descriveva Ferreri nel suo requiem, nella sua controstoria e controcampo dal punto di vista dello spettatore. Era la fine di un’epoca, ma anche gli anni in cui esordiva un giovane montatore freelance — reduce dal successo di un film-concerto degli Yes — destinato a imporsi come stella del panorama hollywoodiano e internazionale, vincendo la Palma d’oro a Cannes col suo primo film da regista. Quel Sesso, bugie e videotape che ha consegnato a noi e al cinema il genio di Steven Soderbergh: un autore che di affondare nel teorico, nel concettuale e nell’autoriflessivo non ha mai avuto timore. Anzi, gli ha dedicato gran parte, se non l’interezza, della propria corsa filmica.

Presence è, in tal senso, l’ultima delle sue sperimentazioni, l’ennesimo tassello di un’instancabile ricerca di nuove forme, nuovi approcci, nuovi modi o “nuove probabilità” di fare cinema - come gli piace definirle. Un’arte, una filosofia, una poetica spesso astratta, metafisica, libera da vincoli e gabbie che non siano quelle del proprio sentire, l’unico approccio autenticamente e veramente indie; che si interseca e complementa con la ricerca tecnica e tecnologica di formati, supporti, sguardi meccanici. Una scienza esatta, ma anche e soprattutto un cinema nel senso più puro e fattivo del termine: quello di un filmmaker come pochi altri che, queste invenzioni e incarnazioni intuitive, le cura, segue, manovra in ogni singolo stadio, vestendo diversi panni produttivi (oltre che regista, è operatore di macchina, direttore della fotografia e montatore). Uno che sperimenta, interroga, mette alla prova ogni forma e linguaggio. Che analizza, misura, scompone e ricompone per vocazione. Che non si accontenta del già detto, ma lo sfida, portando ogni lampo - sia esso un abbaglio o una folgorazione - fino al limite estremo, spingendosi oltre i confini del conosciuto, là dove la visione si fa rischio, tensione, possibilità. Un laboratorio inquieto, in cui ogni immagine è un campo di prova, ogni passo un tentativo, ogni scelta una dichiarazione radicale. E che, in questi ultimi anni, si è dovuto inevitabilmente confrontare con la coda naturale e logica, gli strascichi inevitabili e prevedibili(?), gli effetti ipertrofici, accentuati, esasperati di ciò che già il succitato Ferreri riconosceva e gridava nel 1996.
Nel riprendere e seguire dunque la scia, l’impronta del Nitrato d’argento - se coscientemente o meno, solo Soderbergh lo sa, anche se, come sopra, non fatichiamo a crederlo -, ecco che Presence arriva a collocarsi idealmente anche nel solco di altre creature soderberghiane quali Unsane, Kimi e il recente Black Bag, completando una specie di polittico sulla contemporaneità, di sguardi sul presente, e ribadendo la lucidità, il vigore, la salute di un’idea di racconto per immagini che trova forza e coerenza nella logica interna e nella sorprendente — quanto disarmante — semplicità con cui elabora soluzioni narrative e visive, capaci di centrare con precisione gli obiettivi che si pone. Una semplicità solo apparente, frutto di un’intelligenza registica che sa dire molto con poco, raccontare storie comuni con una forma che nessun altro saprebbe concepire allo stesso modo. Che sa ancora trovare la vera sostanza nella forma, la profondità nella superficie. Perché è nella sua tensione sottile che affiorano i sintomi più autentici. Come ci insegnano psicologia e psicoanalisi, ciò che si manifesta in primo piano parla sempre anche d’altro. O, come diceva Gilles Deleuze rileggendo Spinoza, la superficie è profondità, perché è lì che agiscono le relazioni reali, affettive, materiali.

L’immagine diventa così un varco, un segno da decifrare, una traccia che rimanda a strati più profondi di senso. Pertanto, come Black Bag anche Presence apre squarci, riflessioni, paradossi su un presente dove tutto è finto… e tutto è falso. Un oggi dominato da quello che molti definiscono un iperrealismo digitale che, in verità, per quanto assurdo possa suonare, non fa che allontanare dall’essenza delle cose, confondere chi guarda, costringendolo ad orizzonti percettivi man mano più limitati. Invischiandolo, intrappolandolo, rendendolo vittima di nuove finzioni che, di nuovo, hanno in fin dei conti solo il mezzo, il dispositivo attraverso cui sono veicolate.
Afflitto in e di un simile scenario, dello stato sfuggente, imprendibile, indefinibile, ambiguo dell’immagine e dell’audiovisivo è anche e proprio il cinema, uno specchio vecchio placcato in nitrato d’argento prigioniero di una casa-mondo in continua trasformazione e inesorabile disfacimento, come la famiglia che la abita. Una presenza paranormale che - laddove in Black Bag “possedeva”, si avvaleva dei doppi e tripli giochi delle spie e di tutt’altro genere cinematografico - diventa una soggettiva ectoplasmatica, invisibile e disincarnata dell’occhio del regista e, parallelamente e simultaneamente, dello spettatore. Un fantasma che aleggia, quello di un cinema al tempo stesso presente e assente, vivo e moribondo. Un cinema che sembra voler ritrovare lucidità per rivedere con chiarezza, ma che appare inquieto, tormentato, smarrito. È come se cercasse di afferrare il senso del proprio essere, di comprendere la propria funzione, ma fosse imprigionato in una confusione ontologica. Un cinema disorientato, insomma, che avanza incerto sulla direzione da prendere, oscillando tra il bisogno di esprimersi e il timore di non avere più voce. Come un corpo che sente di esistere ma non riconosce più la propria forma, né le proprie possibilità. Il “fantasma della pura immanenza” sempre evocato - tanto per indugiare nel teorico - da Deleuze nel celebre saggio dedicato a Spinoza, indicando il concetto di immanenza quale dimensione di assoluta coincidenza tra soggetto e oggetto, tra osservatore e osservato; una zona liminare dove “l’anima diventa indistinguibile dalla materia che essa percepisce”.

Tale fantasma è fin dal titolo, e a tutti gli effetti, il protagonista vero e proprio di Presence: dapprima un gesto autoriale, l’esercizio di un virtuoso che gioca e ribalta lo spunto alla base di uno dei più fortunati e popolari franchise hollywoodiani, quello di Paranormal Activity; salvo poi abbracciare una deriva voyeuristica disturbante, il pedinamento di uno spazio-tempo mortifero e (auto)distruttivo nei cui confronti non abbiamo controllo, che non possiamo sistemare o rimettere davvero a posto. Possiamo giusto guardarlo, in modi nuovi, capaci di rivelare percezioni alternative e prospettive vertiginose, mantenendo però intatto il rapporto col passato - e con lo sguardo spinozista (e deleuziano), non giudicante né trascendente, collocato sul piano d’immanenza, dentro le cose.
Quello di Soderbergh è, di fatto, un horror apocrifo, spurio, che spesso predilige i toni e le variazioni di un melodramma familiare volutamente prevedibile e artificioso, ma che nondimeno, nel suo darsi quale ghost story “contagiata”, regala alcune delle visioni e delle schegge di cinema più inquietanti, suggestive, infestanti degli ultimi tempi. È lo sguardo dritto nel baratro di un regista che rifiuta scorciatoie nostalgiche, preferendogli invece un approccio realista; il confrontarsi con la realtà nella sua forma più nuda, instabile, sfuggente. Un autore sempre un passo avanti, non per strategia, ma per necessità interna: perché il suo cinema non rincorre il presente, lo anticipa, lo smonta, lo rifrange. Una qualità, quest’ultima, che lo accomuna - per affinità più che per discendenza - al parimenti imprendibile e mutevole Robert Zemeckis, col quale condivide una tensione verso il nuovo, una sensibilità per il tempo e la sua rappresentazione, una continua sperimentazione di linguaggi. Nel finale, in particolare, è impossibile non avvertire una risonanza, una sorta di eco sotterranea con l’ultimo Here. Non tanto nel contenuto, quanto nella postura, nella scelta di chiudere sulla soglia del tempo, dello spazio e della memoria. Un gesto che non cita, ma che sembra condividere la stessa intuizione profonda, il potere evocativo di un luogo abitato dal tempo più che dai corpi, interrogandosi e interrogandoci al contempo. Perché Presence non mostra fantasmi. È il fantasma. Di un cinema che non ha più bisogno di esistere per continuare a vivere. E che, proprio quando sembra scomparire, si rivela nella sua forma più pura: (in)visibile, ma ineludibile. Come un riflesso nel nitrato d’argento. Come un ultimo bagliore, prima che la porta (sul mondo là fuori) si riapra.
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