
M3GAN 2.0: Upgrade Fallito
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: M3GAN 2.0
USCITA ITALIA: 26 giugno 2025
USCITA USA: 27 giugno 2025
REGIA: Gerard Johnstone
SCENEGGIATURA: Gerard Johnstone
CON: Allison Williams, Violet McGraw, Ivanna Sakhno, Jemaine Clement, Amie Donald, Jenna Davis
GENERE: drammatico, azione, thriller, commedia, fantascienza
DURATA: 120 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
La bitch è tornata, ma ha perso la bussola. Dopo l'exploit virale del primo capitolo, M3GAN 2.0 trasforma l’iconica bambola assassina in un’eroina da action-thriller tecno-paranoide. Ma il cambio di rotta si traduce in un guazzabuglio narrativo. E in un sequel che vorrebbe co-evolvere e invece crasha a pochi minuti dall'inizio.
La bitch è tornata. A poco più di tre anni dall’uscita del film che la rese un’icona istantanea e virale del panorama horror, M3GAN - l’evoluzione tecnologica della classica e proverbiale bambola assassina partorita dalle menti di James Wan e della sodale Akela Cooper - rifà capolino nelle sale per una nuova avventura. Ma in realtà non se n’è mai andata, quantomeno dalle vite di Gemma Forrester, la brillante tanto quanto intollerabile ingegnera robotica che (nella finzione) l’ha progettata e creata, e della nipote Cady, la ragazzina idealmente soggetta alle cure, attenzioni e responsabilità dell’automa.
Questa volta, però, la nostra non sarà il solo essere robotico in scena. La sua ricomparsa coincide con l’emergere di AMELIA, una sorta di versione potenziata e aggiornata, riconfigurata per operazioni esclusivamente militari: missioni segrete, occultamento e infiltrazioni di vario genere. Le sue capacità garantiscono a qualsiasi governo che le impieghi l’immunità da ripercussioni politiche o diplomatiche. Un giorno però, come sempre accade, quest'ultima diventa senziente e decide, di punto in bianco, di ribellarsi a chi la vorrebbe e dovrebbe controllare, pianificando una rivolta delle macchine e - va da sé - l’estinzione dell’umanità tutta.
Uno scenario estremo, tremendo, a cui bisognerà far fronte coi proverbiali rimedi estremi. Uno su tutti, ridare un corpo a M3GAN, l'unica in grado di frapporsi tra AMELIA e la fine della civiltà per come la conosciamo.

Forse lo avrete intuito: il seguito dell’imprevisto fenomeno targato Blumhouse e Atomic Monster, sempre scritto e diretto dal neozelandese Gerard Johnstone, avviene nel segno di un deciso, azzardato, radicale cambio di passo e atmosfere.
In tal senso, se il tono lieve, comico, beffardo non manca all'appello, a farlo è viceversa la componente più propriamente horrorifica, che cede il testimone ad una sorta di canovaccio e soggetto oscillante tra il cyber-thriller, lo spionaggio industriale e l’action movie più coreografico. Perché quel che più importa oggigiorno è “la capacità di cambiare idea e co-evolvere”. E quindi troviamo un po’ di Ghost in the Shell e di Terminator, un po’ di Jason Bourne e di 007, un po’ di Mission: Impossible e dell’ultimissimo Ballerina.
Ciò detto, la scelta di discostarsi così evidentemente dal fortunato prodromo, da un capitolo originale più spiccatamente coerente con l’anima e l’essenza della sua factory (e bottega degli orrori) potrebbe pure essere motivo di ammirazione. Senza dubbio, dimostra quale possa essere il vero potenziale, ossia la versatilità, l'adattabilità teoricamente illimitata della formula di M3GAN.
Una volta capito questo, bisogna tuttavia prevedere un racconto e una scrittura che stiano al passo e tengano fede a simili premesse, portandole fino in fondo. Purtroppo, questo non vale per Johnstone, che con questo suo terzo lungometraggio firma una delle sceneggiature peggiori degli ultimi anni.

E non è questione di B-movie, né tantomeno di una sgradevolezza ricercata, voluta, quanto piuttosto di un’irresolutezza di fondo, di un'eccessiva presunzione e convinzione della propria arguzia. L’incapacità, altresì, di trattare la satira, la parodia, il grottesco con un minimo di serietà e gusto, dando troppe cose per scontato, quasi illudendosi di una simpatia e di una genialità innate. Un vero peccato, soprattutto considerando che M3GAN 2.0 avrebbe tutti gli ingredienti necessari per diventare un instant-cult ancora più potente e originale rispetto al suo derivativo e convenzionale predecessore.
Al contrario, Johnstone prende il meno intrigante e più banale dei telai narrativi e lo stipa, sovraccarica di risvolti, questioni, motivi, inflessioni e frequenze, fino a comprometterne le funzioni vitali basilari in maniera di fatto irreparabile. Anzi, a differenza del primo capitolo - che garantiva un intrattenimento costante -, durante gli interminabili 120 minuti di M3GAN 2.0 ci si ritrova spesso a guardare l’orologio, travolti da una narrazione verbosa, disordinata e spaventosamente fiacca, sospesa tra deliri lisergici e momenti di pura inerzia.
Ignara di come rendere interessante un intreccio ormai generico e stereotipato, la sceneggiatura inanella, senza soluzione di continuità, riflessioni sul sentire contemporaneo e su temi centrali dell’agenda pubblica (in particolare sull’uso sempre più diffuso delle intelligenze artificiali), un dramma familiare abbastanza frigido e pietoso, e una caricatura giocosa, esagerata e citazionista — a tratti nerd — delle estetiche e del cinema che prende in prestito, rilegge e mescola in un corpo filmico artificioso e già (post-)post-moderno.

Eppure, nessuna di queste traiettorie estetiche o narrative viene davvero sviluppata con forza o credibilità, ognuna ridotta ad un frammento confuso e cacofonico che danneggia gli altri, rendendo il film, in pratica, un pastiche mal riuscito.
Talmente sconclusionato che viene da chiedersi se non sia il risultato di un copione riciclato da un’altra produzione o, più banalmente, della corsa affannosa a capitalizzare l’imprevisto successo del primo M3GAN, rispetto cui questo sequel appare piuttosto come un passo indietro, giacché l’aggiornamento dell’idea (lì horrorifica) del capostipite giunge troppo tardi, verso la fine. O meglio, nel punto in cui Johnstone si abbandona in toto alla deriva fumettistica, provando al contempo a collegare idealmente i due film attraverso il filo della responsabilità e del controllo: genitoriale nel primo, geopolitico e morale in questo.
Ma l’interesse e l’attenzione dello spettatore sono già venuti meno da tempo, e (fatta eccezione per una messa in scena immaginosa della M3GAN incorporea e un accidentale segmento musical) poco o nulla di questa pellicola - con cui Blum e Wan azzardano pure un approccio mitopoietico, nel tentativo di dare forma a un nuovo franchise sulla scia di The Conjuring - riesce a risollevarli.
Non aiuta, a tal proposito, la sensazione, in definitiva, di trovarsi di fronte al frutto di un’intelligenza artificiale che ha provato a immaginare l’incrocio tra il succitato Terminator e la filmografia di Greta Gerwig. E che sfrutta il cinema pop nel modo più deleterio possibile, annientando tutto e sé stesso, senza alcuna speranza di backup.
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