
THE ACCOUNTANT 2 disinnesca la formula del primo
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Accountant 2
USCITA ITALIA: 24 aprile 2025
USCITA USA: 25 aprile 2025
REGIA: Gavin O'Connor
SCENEGGIATURA: Bill Dubuque
CON: Ben Affleck, Jon Bernthal, Cynthia Addai-Robinson, J. K. Simmons, Daniella Pineda
GENERE: thriller, azione, drammatico
DURATA: 132 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
È quasi fuori tempo massimo il ritorno di Ben Affleck nei panni del contabile già protagonista del piccolo cult da piattaforma diretto da Gavin O'Connor. Come da titolo (stilizzato), The Accountant² eleva alla seconda il concept e le potenzialità del primo, ma si dimostra viceversa sfilacciato, fioco, del tutto derivativo, malgrado la buona sintonia quasi fraterna tra Affleck e Jon Bernthal.
Nemmeno si trattasse del risultato di un’equazione, lungo, complesso, tortuoso è stato il ritorno nelle sale del contabile dalle straordinarie abilità interpretato con grande trasporto e convinzione da un Ben Affleck (lì e qui) più Bruce Wayne di quello a cui ha prestato le fattezze nei capitoli a firma Zack Snyder dell’universo cinematografico DC.
Correva il 2016, infatti, quando sugli schermi di tutto il mondo apparve The Accountant di Gavin O’Connor - quel thriller noir, accolto tiepidamente dal pubblico cinematografico e poi divenuto un imprevisto successo, un piccolo cult da piattaforma, che rivedeva la figura ormai tipica, per non dire stereotipata, del “killer for hire”, dalle velleità serie e profonde. Nel cono di luce entrava così tal Christian Wolff, un genio matematico dall’ampio spettro autistico, impiegato come commercialista benefattore in una piccola attività sperduta nell’Illinois che in realtà è soltanto una copertura per il suo vero lavoro di ragioniere o contabile appunto per una folta schiera di organizzazioni criminali.
In quel primo film: solido e avvincente dal punto di vista di messa in scena, ma sbilanciato e inutilmente complicato in termini di costruzione narrativa e scrittura; il nostro doveva fare i conti con le traversie intestine di una grande società di robotica sullo sfondo di un'America violenta, corrotta da evasioni fiscali, frodi e traffici illeciti, dove la criminalità si mescolava coi poteri forti.
Su tutto e tutti, si stagliava questo eroe "diversamente super", individuo solitario e forzatamente abitudinario, capace di gesti che neppure lui comprende, al quale toccava infine pagare un prezzo alto e personale, venendo destinato ad una vita in fuga, privandosi (asceticamente, schraderianamente?) di qualsiasi relazione e calore umano. Non a caso, in un finale dal retrogusto e dal risvolto abbastanza soap operistico - eppure inscritto alla perfezione nella cifra del sottovalutato O’Connor e nella sua ossessione per il tema della fratellanza -, Chris ritrovava suo fratello Braxton.
Lo stesso che, nove anni più tardi, il nostro contabile sembra aver messo di nuovo da parte, mentre conduce la sua vita di sempre, riaggustando i conti degli altri e cercando di (ri)trovare un amore o forse solo di craccarne l’algoritmo. Sarà però costretto a rispolverare il numero di telefono del fratello quando una vecchia conoscenza, l’ora direttrice del Dipartimento del Tesoro Marybeth Medina, ripiomba nella sua esistenza, chiedendo di aiutarla a scoprire il movente dietro il brutale assassinio dell’uomo al quale, per anni, il prodigioso matematico ha passato soffiate e preziose informazioni: l’ex capo della sezione Raymond King.
Un Chris in pieno stile Jack Reacher, Brax e la stessa agente federale si metteranno pertanto sulle tracce di un esteso cartello messicano che gestisce un’infame tratta di esseri umani…

O’Connor alla regia, Bill Dubuque (di Ozark) al tavolo della sceneggiatura, Seamus McGarvey fotografa, Richard Pearson al montaggio, insieme agli immancabili J. K. Simmons, Cynthia Addai-Robinson, Jon Bernthal e il succitato Affleck (che non solo recita, ma produce in tandem con l’amico e socio Matt Damon attraverso la loro Artists Equity)... Insomma, alla stregua di quel che delinea, dei rapporti naturali e putativi (con il gruppo di “bambini speciali” o “sperduti”, tra gli Irregolari di Baker Street e i Giovani Dotati di Charles Xavier, per rimanere in tema supereroistico) che esplora e descrive, quella di The Accountant 2 è davvero una riunione di famiglia.
Una che si fa squadra per portare in scena un racconto distinto dal predecessore, soprattutto per come rispolvera questo mondo di contabili assassini e assassini coi giorni contati. In tal senso, il film si interfaccia con un panorama socio-politico e una nazione totalmente diversi rispetto a quelli della primissima avventura. Una diversità che - al contrario di quella di Chris e di tutta la galleria di figure che gli gravitano intorno - non è affatto un pregio, anzi suscita una paura e un’inquietudine da esorcizzare in qualche maniera.
Da cui il netto cambio di tono, il disinnesco della serietà e della gravità controllate del capostipite, a favore di un’ironia, un umorismo, un’indulgenza, un sentimentalismo talora patetici e dolciastri. Caratteri marcati e preponderanti, questi ultimi, che incontrano il loro zenit nel rappresentazione di individualità rotte, di una solitudine preventiva ma amarissima e rimpianta; nei momenti di malinconia, ricordo e introspezione dei due fratelli; e ancora nei confronti intimi e nelle litigate furiose, nelle confessioni a cuore aperto portate con passione, dedizione e sincerità da un Affleck e un Bernthal dalla rara sintonia.
La credibilità e le suggestioni di un passato effettivamente vissuto che ispirano le loro prove, sono senza dubbio la cosa migliore di The Accountant 2. Lo stesso, purtroppo, non si può dire di digressioni e divagazioni al limite del camp, segmenti un po’ buffi e fortuiti (fra cui il tentativo di adozione di Braxton), di stonature (forse) consapevolmente poste dalla sceneggiatura per dar corpo ad un intreccio che, come da titolo, vorrebbe elevare alla seconda il concept e le potenzialità del primo, ma si dimostra viceversa fioco, sfilacciato, del tutto derivativo.
Ad ogni modo, questa particolare attenzione al sentimento e al rapporto fraterno rimane sempre al centro del fotogramma e della questione. Pure verso il finale, quando la pellicola si apre e abbandona ad un lungo e più tradizionale set piece, per quanto ben tenuto da O’Connor. Ad una sparatoria di marca giustizialista e populista, contaminata con una retorica à la Sound of Freedom, che negozia la linea e morale di inclusività e accettazione per strizzare l’occhio a ben altre platee, scegliendo la via della restaurazione, del conformismo e del passatismo. L'impressione è di vedere assieme un tristo Steven Seagal e un Bruce Willis gattaro.
Perché (come detta l’agenda hollywoodiana) anche i duri piangono. Anche chi conosce la matematica delle cose, può cedere alla variabile dell’emozione.
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