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            22 Febbraio 2024
            Sound of Freedom Il canto della libertà Recensione Cinemando
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            SOUND OF FREEDOM, QUI IL BUON CINEMA NON È IN VENDITA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Sound of Freedom
            USCITA ITALIA: 19 febbraio 2024
            USCITA USA: 4 luglio 2023
            REGIA: Alejandro Monteverde
            SCENEGGIATURA: Rod Barr, Alejandro Monteverde
            CON: Jim Caviezel, Mira Sorvino, Bill Camp, Eduardo Verástegui
            GENERE: azione, biografico, thriller, drammatico
            DURATA: 131 min

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            Mel Gibson produce e Jim Caviezel interpreta Sound of Freedom - Il canto della libertà del messicano Alejandro Monteverde, film controverso seguito e preceduto da polemiche e chiacchiericcio, tra cui una vicinanza all'estrema destra (cattolica) statunitense e un legame finanziario con l'organizzazione complottasta QAnon. Nulla di questo ha però importanza nella realtà della pellicola, già inefficace come racconto di affabulazione e di genere e che, a differenza di ciò che si aspetterebbe, è talmente subdola e ipocrita da diventare del tutto innocua.

            Basterebbe che lo speciale messaggio con un Jim Caviezel tutto enfatico, contrito venisse proiettato in testa al film, e non durante i titoli di coda, per capire fin da subito cosa sia in realtà Sound of Freedom - Il canto della libertà del messicano Alejandro Monteverde.

            E non ci riferiamo a tutte le controversie, le problematicità, il chiacchiericcio che lo ha accompagnato addirittura prima di approdare nelle sale statunitensi; a tutto ciò che Gabriele Lingiardi ha ben raccolto e approfondito nella sua analisi su BadTaste. Riassumendo: alla discutibilità e poca chiarezza della storia presa a soggetto e della biografia del suo protagonista Tim Ballard - il quale viene dipinto artificiosamente dal film come un moderno, il nuovo eroe americano, laddove la realtà dei fatti è ben diversa -, ai cinque anni che sono intercorsi tra lavorazione ed effettiva distribuzione, al coinvolgimento esecutivo nella produzione di un personaggio a sua volta ambiguo come Mel Gibson. E quindi, alla curiosa (af)filiazione del progetto con particolari ambienti della destra americana più estrema e certi gruppi religiosi, ai rapporti e al sostegno dimostrato negli anni dallo stesso Caviezel nei riguardi delle teorie cospirazioniste e pro-trumpiane dell’organizzazione QAnon, la quale, si dice, sia stata fondamentale, se non la principale finanziatrice e promotrice della pellicola, una volta che essa ha fatto il suo debutto oltreoceano, riscuotendo un’incredibile successo nel lungo weekend del 4 luglio e riuscendo pure a scalzare dal podio alcune nuove uscite degli studios hollywoodiani.

            Nulla di tutto questo, dicevamo. Sound of Freedom è infatti mero sciacallaggio, bieco arricchimento sulle spalle di una tragedia reale e, purtroppo, sempre attuale, solo pretestuosamente travestito da operetta morale e necessaria, da sostenere poiché alternativa, indipendente, controcorrente, scomoda. Scambiata per una testimonianza capace di aprire gli occhi e diffondere il Verbo, una cronaca tradotta in Mito, la favoletta post-vera, in perfetto stile trumpiano, di Tim Ballard su un tema che dovrebbe e riguarda tutti noi. In pratica, una “spontanea” offerta di bene (sotto forma di biglietto) in cambio di un sermone portato avanti coi codici di un tipico e banale thriller poliziesco internazionale.

            Quel che, cionondimeno, più contraria ed infastidisce del film - prodotto ed interpretato, tra gli altri, anche dall’immancabile e parimenti controverso Eduardo Verástegui (già coinvolto su più fronti nel dramma anti-abortista Bella dello stesso Monteverde) - è il modo subdolo, facile, ipocrita in cui cerca di nascondere invano le proprie reali intenzioni, i propri, numerosi e variegati scopi, la natura e i destinatari dei propri attacchi. La stessa ambiguità che informa la visione manichea, sempliciotta, autoindulgente, gratuita del regista e del co-sceneggiatore Rod Barr rispetto al mondo e ai fatti che trattano, e che diventa poi, banalmente, la principale causa dietro l'inefficacia di Sound of Freedom in quanto racconto di affabulazione e di genere. Difatti, se l’opera vive soltanto in funzione del proprio messaggio (falsato, ovviamente), essa dovrebbe essere propaganda dura e pura, eppure si ferma comodamente qualche passo prima.

            Pulito, lucidato, irradiato (dalla didascalica e leziosa fotografia di Gorka Gómez Andreu) in proporzione all’oscurità e alla sporcizia della storia vera che maschera, annacquato fino a 130 minuti, incapace di lavorare e comunicare con le immagini, e con una regia enfatica e pomposa tanto quanto una pubblicità progresso, uscite di sceneggiatura del calibro di “i figli di Dio non sono in vendita”, ed un protagonista che, per quanto si tenti di caratterizzare e conferirgli un minimo di dramma e profondità, è nientemeno che Cristo - con tutto ciò che significa e ne consegue in termini di immedesimazione dello spettatore, e una moglie-madre-casalinga di mera presenza con cui ha un rapporto quasi spirituale... Insomma, cosa dire d'altro di Sound of Freedom? Cosa può offrire un film così, che, alla spassionata ricerca dello shock, dell’indignazione, di un coinvolgimento viscerale dello spettatore, riesce ad ottenere solo l’effetto contrario? Ma soprattutto, cosa farsene di una pellicola che scivola addosso allo spettatore senza lasciargli nulla da irridere, temere, stroncare?


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