
Qualcuno esorcizzi L'ESORCISMO DI EMMA SCHMIDT
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Ritual
USCITA ITALIA: 29 maggio 2025
USCITA USA: 6 giugno 2025
REGIA: David Midell
SCENEGGIATURA: Enrico Natale, David Midell
CON: Al Pacino, Dan Stevens, Abigail Cowen
GENERE: thriller, horror, drammatico, storico
DURATA: 98 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Quello di Emma Schmidt è il caso più unico che raro di film che dovrebbe essere esorcizzato da sé stesso. O, per meglio dire, da un peculiare scelta registica che diventa la proverbiale origine dei suoi mali. Nel tentativo di distinguere la sua visione all'interno di un panorama saturo, omologato e omologante, il neoregista David Midell riesce nell'ardua impresa di rendere narcolettico un horror a tema esorcistico con Al Pacino.
Più che il caso di possessione maggiormente documentato del XX secolo e conosciuto della storia americana, quello di Emma Schmidt è il caso più unico che raro di film che dovrebbe essere esorcizzato da sé stesso. O, per meglio dire, da un peculiare scelta registica che diventa la proverbiale origine di tutti i suoi mali. Nel ripercorrere infatti la storia vera di questa ragazza, conosciuta anche con lo pseudonimo di Anna Ecklund, e del paziente e periglioso rito che, dal 18 agosto al 23 dicembre 1928, il frate cappuccino Theophilus Riesinger, padre Joseph Stieger e un gruppetto di suore operarono a Earling (Iowa) per liberarne corpo e spirito dall’influsso e dal giogo di varie presenze demoniache; il regista David Midell - qui al suo terzo lungometraggio, accompagnato dalla speranza di valicare e raggiungere un territorio più mainstream - sceglie, senza dubbio in buona fede, di concepire e girare il tutto alla stregua di un documentario. Uno impossibile, una sorta di found footage in cui la finzione, l’imbroglio, la montatura non trovano nemmeno tempo e spazio di porsi in quanto tali, di esistere.
È comunque un approccio con cui il neoregista prova a distinguere la propria opera all’interno di un contesto produttivo e di un panorama estetico nel e per il quale calza a pennello il detto: “visto uno, visti tutti”. E quell’uno è l’unico e solo capostipite friedkiniano. Quel L’esorcista che - come recita trionfante la locandina di questo suo umile epigono - si ispirò, fra gli altri, proprio all’evento in questione.
Purtroppo però la soluzione di Midell: questa macchina a mano che si muove incontrollata nello spazio scenico, ondeggiando e traballando, zoomando e de-zoomando, prima osservando da lontano e poi assaltando, piombando addosso ai personaggi, adottando uno sguardo onnipresente, talora rude e sgarbato, caotico e volatile al punto da rendersi sgradevole, nauseante; si trasforma nell’ostacolo, nel vizio, in una maledizione vistosa e invalidante ai fini della propria opera. Poiché porta L’esorcismo di Emma Schmidt sull’orlo della beffa, di un ridicolo e risibile involontari, o ancora della parodia di sé stesso e delle sue intenzioni.

C'è da dire, tuttavia, che i segni di un simile destino erano insiti dapprincipio in una sceneggiatura dalle uscite e battute, da un lato, prevedibili, dall’altro spesso talmente naif da dotarsi e possedere a propria insaputa tempi comici da manuale. In breve, senza volerlo, la scrittura dello stesso Midell e di Enrico Natale (quest’ultimo, anche scriteriato montatore) avrebbe avuto il potenziale, ogni cosa al posto giusto, per dirsi degna di un divertententissimo episodio della serie Scary Movie, se solo si fosse privata di ogni pretesa di realismo, di un pretenzioso chiaroscuro e una retorica contrapposizione tra malattia mentale e materia soprannaturale e mefistofelica. Se solo avesse abbracciato la sana e più sincera sguaiatezza che rifugge e insieme alimenta, seppur in forma accidentale.
È questa una propensione e direzione che, in fin dei conti, si riduce ad una mera posa artistica e pseudo-autoriale. Ad uno specchietto per allodole (o cinefili poco lungimiranti) che si scopre immediatamente sacrificabile e controproducente. Nel novero di simili tentativi di gettare fumo negli occhi di qualche spettatore e convincerlo - non si sa mai - ad acquistare un biglietto per il film (o, un giorno, a premere play), c’è il casting di un Al Pacino visibilmente conscio della bassa caratura del copione a cui sta dando vita e prestando volto e corpo, tanto che sembra quasi mimetizzarsi dietro una recitazione sommessa e arruffata, una parvenza sdrucita, un trucco à la padre Pio, e una presenza scenica sonnolenta e narcolettica.
Al suo fianco, un Dan Stevens completamente fuori ruolo, e un manipolo di suore del tutto opposto e contrario all’immaginario hollywoodiano attuale, vigente. Pressoché da nunsploitation, come qualcuno ha scritto.

Di questa lena - con un andamento meccanicamente ridondante e pachidermico (nonostante i 98 minuti di durata), senza l’impegno e la passione che professa il suo padre Riesinger, né tantomeno con quel gusto per l’eccesso che lo avrebbe reso se non altro una piacevole esperienza di visione - L’esorcismo di Emma Schmidt si limita a reiterare una litania, un rito cinematografico già noto.
Così facendo, disprezza la sua naturale raison d'être (quella di uno spauracchio da multiplex), raschia il fondo del barile, si ferma al minimo sindacale. E si distingue a calare dai già futilissimi L’esorcista del papa e L'esorcismo - Ultimo atto, coi quali condivide giusto un attore sul viale del tramonto in cerca di una rinascita, una nuova dimensione o - come in questo caso - un generoso assegno. Ego te absolvo…
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