
KARATE KID: LEGENDS va alle radici della saga
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Karate Kid: Legends
USCITA ITALIA: 5 giugno 2025
USCITA USA: 30 maggio 2025
REGIA: Jonathan Entwistle
SCENEGGIATURA: Rob Lieber
CON: Jackie Chan, Ralph Macchio, Ben Wang, Joshua Jackson, Sadie Stanley, Ming-Na Wen
GENERE: drammatico, azione
DURATA: 94 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
È nel segno del cinecomics di marvelliana fattura che Karate Kid: Legends torna in sala (dopo la fine di Cobra Kai), nella speranza di convincere un nuovo e più largo pubblico. Il tentativo prosegue fino a metà, quando la pellicola di Jonathan Entwistle cede il passo ad una nostalgia mandatoria, ma anche al rischio della derivazione, riducendosi così ad un mero esercizio di ritmo e agilità narrativa.
“Sì, è il Peter Parker cinese”, si dice ad un certo punto in Karate Kid: Legends, sesto inserto ed ennesimo tentativo di reboot (o, meglio, di ricanonizzazione) del franchise avviato ormai quarant’anni or sono dal cult movie con protagonisti Ralph Macchio e il compianto Noriyuki “Pat” Morita.
Una battuta, un rimando, sì, ma che dice molto di più di quel che si penserebbe. Che, nella sua apparente puerilità, rivela quali siano lo spirito e l’impronta che la Columbia e i produttori (succeduti maioris causa allo storico artefice della saga, Jerry Weintraub) Karen Rosenfelt, Joseph J. Micucci, James Lassiter e il succitato Macchio, scelgono per tornare al cinema a “menar le mani”, pochissimo tempo dopo la chiusura dell’amatissima serie sequel Cobra Kai - che ne è di fatto il seme.
È allora, in un certo senso, il segno e la trascorsa fortuna del cinecomics di marvelliana fattura, quel che rincorre la casa di produzione consociata di Sony. Del resto, quest'ultima, fallite le ambizioni e i progetti di un universo cinematografico ragnesco senza Uomo Ragno, sembra qui e ora - nelle veci del regista esordiente Jonathan Entwistle e dello sceneggiatore Rob Lieber - alla strenua e spasmodica ricerca di una nuova proprietà intellettuale da cui ricavare un barlume di continuità. Anche a costo di rileggerla e declinarla, per l’appunto, attraverso maglie ad essa estranee o comunque non propriamente affini.

Ebbene, per quanto derivativa possa risultare, questa intuizione riesce, in un primo momento, a dotare Legends di una freschezza e slancio vitali ché nemmeno The Karate Kid, il precedente rilancio cinematografico (sotto l’egida e lo sguardo attento della dinastia Smith), era riuscito ad offrire.
Aiutano a tal proposito il cambio di ambientazione, l'atmosfera urban, il trasferimento tra i grattacieli e i vicoli dei bassifondi: luoghi, angoli, scenari di una Grande Mela riconoscibile ma un po’ meno souvenir del solito, anzi sincera, vista con gli occhi di uno che, lì, ci è appena arrivato. Ripresa e raccontata coi piedi ben saldi a terra, cosa che, nondimeno, pare non riuscire a questo “uno”, al nuovo Kid. Il suo nome è Li Fong, è nato all’ombra della muraglia cinese, ed è pronipote di quel Mr. Han già shifu del piccolo Dre nel film del 2010. Controvoglia si trasferisce assieme alla madre nella proverbiale terra delle opportunità per sfuggire ad un passato segnato da un lutto traumatico e dolorosissimo.
Lo interpreta - con grande spontaneità, una simpatia naturale e un piglio che rende facile immedesimarvicisi - un Ben Wang al suo primo, vero grande ruolo da protagonista. Spalla e coro, un folto ensemble di volti nuovi (come Sadie Stanley e Aramis Knight), ben ritrovati (Wyatt Oleff) o reintegrati (è il caso di un appassionato e affabile Joshua Jackson, di ritorno sul grande schermo dopo dieci anni e una seconda parte di carriera a dir poco sfortunata) che ben supporta e sorregge l'originario principio di realtà del copione di Lieber. Questi, a sua volta, fa coincidere la riduzione newyorchese della saga con un (appena accennato) ribaltamento narrativo e di ruoli, con Li improvvisatosi maestro per ridonare energia, motivazione e rimettere in forma un pizzaiolo italo-americano, ex-boxeur in crisi esistenziale e, ancor prima, economica.

Poi… lo strappo. O, per dirla con precisione, il fulmineo abbandono di una serie di presupposti tanto intriganti, di qualsivoglia tentativo di decostruzione, e il parimenti rapido e netto cambio di passo e vocazione del racconto e del film. Un po' come se fosse subentrata una seconda squadra produttiva con idee e interessi diametralmente opposti.
Dapprima limitata ad un piacevole sottofondo, ecco allora che la nostalgia bussa prepotentemente, finanche sfonda la porta di Karate Kid: Legends, diventandone il nucleo emotivo vero e proprio, pulsante e rimettendo tutto a posto. E quindi, spostando l’attenzione dello spettatore, adombrando il giovane protagonista e relegandolo - sebbene possa suonare strano e difficile a credersi - al mero dispositivo di un’operazione mitologica. Ingaggiando il pubblico nei soliti luoghi comuni del franchise e, va da sé, in un epilogo dallo svolgimento meccanico e dal decorso alquanto prevedibile.
Questa frattura - che, da un certo punto di vista, potrebbe far pensare a qualche intralcio alla produzione, a modifiche e rimaneggiamenti in corso d’opera - coincide in maniera chiara e tangibile con l’ingresso a gamba tesa e la (ri)comparsa in scena di Han e, soprattutto, di Daniel LaRusso, le leggende di sorta. Ciò detto, indipendentemente da quanto possa essere emozionante, addirittura toccante vedere interagire, con una sintonia quasi luminosa, un divertito Jackie Chan e un Macchio rinato (proprio grazie a Cobra Kai), è nei loro siparietti adorabili che Karate Kid: Legends si piega definitivamente sotto il peso della derivazione. E non parliamo più soltanto dello Spider-Verse, ma anche dell’ascendente saga di Rocky/Creed, unita ad un'estetica videoludica - magari di quel Tekken 8 che la pellicola pubblicizza in forma un po’ rozza.

Asciugato, abbreviato all’inverosimile, fino all’effimero, quel che resta al racconto di Entwistle & co. è pertanto un dinamismo, un’agilità, un ritmo oggi più che mai invidiabili, secondi soltanto ad un aforisma degno del maestro Miyagi - ormai vivo giusto negli occhi e nelle parole del suo “allievo”, nel sogno, nel segno e nella funzione (d’archivio fantasmatico) del cinema.
“Due mondi, due arti marziali. Due rami, un solo albero”. Questo è, alla fin fine, ciò che la pellicola chiarisce come mai hanno fatto le altre prima d’ora. D'altronde, questo semplice concetto, questa commistione, incrocio e reciproca influenza di culture - in addendum con qualche pratico residuo della filosofia di Bruce Lee - ha insufflato e informato dapprincipio le avventura e le gesta di ogni Karate Kid. Ed è la radice che oggi bisogna, forse necessariamente, (es)trarre da una formula usurata, logora, fuori tempo. Per e in un mondo dove i bulli (intolleranti, incattiviti) non sempre, anzi quasi mai si trovano dall’altro lato di un tatami.
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