
FUORI è un'istantanea spettrale di Goliarda Sapienza
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Fuori
USCITA ITALIA: 22 maggio 2025
REGIA: Mario Martone
SCENEGGIATURA: Mario Martone, Ippolita Di Majo
CON: Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Francesco Gheghi
GENERE: biografico, drammatico
DURATA: 117 min
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025
VOTO: 8
RECENSIONE:
Unico titolo italiano in corsa per la Palma d'oro al Festival di Cannes 2025, Fuori di Mario Martone cerca di raccontare chi (e non cosa!) fosse Goliarda Sapienza. Un cast in stato di grazia benedice una pellicola che è ribaltamento luminoso di Nostalgia, un altro Amore molesto, ma soprattutto un ritratto che "sente" il fuori per dischiudere il dentro, la densità e la profondità di una donna a sua volta dentro e fuori dal suo tempo.
Prende il via con una fotografia, Fuori, il nuovo film di Mario Martone, unico titolo italiano attualmente in corsa per la Palma d’oro al Festival di Cannes. A questa immagine, seguono un paio di righe nelle quali ci viene raccontato chi fosse Goliarda Sapienza. Chi erano i suoi genitori, anarchici e antifascisti, in quale contesto storico nacque, che coltivava “amori e furori in egual misura”, dei suoi ripetuti tentativi di suicidio, e da ultimo della passione a cui dedicherà tutta la sua esistenza: la scrittura.
È lei - una delle personalità artistiche e intellettuali più affascinanti, rivoluzionarie, controverse e importanti del Novecento italiano - la protagonista della storia e della sceneggiatura che il regista firma insieme alla compagna (di cinema e di vita) Ippolita Di Majo sulla base di due dei romanzi autobiografici (espressamente detti: L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio) dell'autrice, concedendo giusto questo scampolo di informazioni allo spettatore prima di entrare nel vivo della propria, di fotografia. Un’impressione, una stampa, una litografia che dir si voglia, che mira a catturare una percezione fugace, emotiva, sensibile di chi (e non cosa) fosse Sapienza.
Martone, infatti, tutto desidera fuorché confezionarne un ritratto pedante, sofistico, convenzionale, docile e accomodante; un profilo e una rappresentazione che sarebbero, di conseguenza, ingloriose e sleali nei confronti dello spirito, dell’identità e dell’umanità del proprio soggetto. Al pari di tanti altri colleghi, egli rifiuta dunque la cronologia e pone l’obiettivo su una porzione della biografia di quest’ultima, su uno slice of life cosiddetto, capace di mettere a nudo e sfiorare la verità della persona, ben prima, quando non al posto di quella dell’artista e della letterata.

La ricerca è altresì rivolta alla nudità dell’anima, all’intimità più fragile dell’io, raggiungibile non prima di aver compreso la realtà - anche erotica e politica - del corpo di una Sapienza cinquantacinquenne, uscita da non molto dal carcere di Rebibbia, dove era stata imprigionata con l’accusa di aver rubato dei gioielli ad una vecchia amica e fu amante.
All'interno del penitenziario, fa naturalmente la conoscenza di altre detenute e di moltissime storie, scampoli, esperienze di vita, ma si lega in particolar modo a (quelle di) due di loro. Ossia a Roberta, attivista, brigatista, delinquente e tossicodipendente, e a Barbara, che invece sogna di riabbracciare il suo uomo quando torneranno entrambi liberi. Una volta scarcerate, le tre donne proseguono la loro frequentazione divenendo sempre più complici e instaurando un rapporto di vera sorellanza che, nondimeno, prescinde inevitabilmente dal ricordo e dall’esperienza del carcere. Il rapporto tra Goliarda e Roberta, nella fattispecie, si fa sempre più profondo e intenso, e la fascinazione, l’attaccamento, la dipendenza si potrebbe dire, della scrittrice dalla giovane donna la porterà dolorosamente a riscoprirsi davvero e a riconsiderare tutta la propria vita.
È insomma, di nuovo, un amore molesto, quello di cui segue lo svolgersi il regista napoletano in una pellicola, Fuori, che sviscera e svela il percorso di una donna alla difficile e bruciante riconquista del proprio passato e del proprio presente. A tal scopo, si immerge nei luoghi di una Roma estiva, afosa, torrida, d’inizio 80s, prodigiosamente ricostruita dallo scenografo Carmine Guarino. Strade, incroci, piazze, viottoli, sottopassi della metro o della stazione Termini, case, palazzi, interni, fino ad arrivare - va da sé - al carcere o, meglio, all’università di Rebibbia, dove tocchi con mano la realtà della vita, contro i falsi concetti per coprire la coscienza; “quel calderone di personalità, destini, deviazioni nel quale sono immersa”...
È nel rapporto tra personaggi e luoghi evocativi, suggestivi, autentici nel senso di vissuti e percorsi funzionalmente, veramente, "sudiciamente” che si costruiscono il punctum e i discorsi di Fuori, intitolato così non a caso. E che è il prodotto ermetico, ondivago ed evanescente, disarmante e magnetico di una intersezione e sintesi delicatissime tra il cinema post-bertolucciano (dell’ipersensibilità, di un desiderio corporeo elevato fino metafisico) di Luca Guadagnino, l’inquietudine, il mistero e l’irrequietezza tipiche dei profili di Elena Ferrante (di cui era un adattamento proprio quel L’amore molesto di metà anni ‘90), e la cifra dello stesso Martone, del cui Nostalgia quest’ultima fatica è quasi una continuazione poetica o, forse, un ribaltamento luminoso.

Anche qui difatti si torna e si tenta di decostruire o ricostruire uno o più cuori di tenebra. Donne che vivono nel paradosso sorprendente, penetrante, destabilizzante di aver trovato la vera libertà dietro le sbarre, mentre erano recluse nelle celle di un carcere. Dentro uno spazio sconosciuto e tedioso che, per Goliarda, diventa l’essenziale, un amore che è anche necessario, al pari di una rivelazione sul mondo là fuori e sul mondo dentro di sé. Lei che lì si muove come una nota stonata, diversa, con un aspetto da benestante, un fare, un parlare che risulta strano, sospetto. In un mondo che ti costringe incessantemente a trovare il tuo posto, una collocazione all’interno della comunità, un ruolo, un volto, una maschera - e nonostante questa ricerca frenetica e incontrollata, imposta ed esigente, il mondo appare sempre più privo di personalità - la prigione diventa il luogo della predestinazione. “Qui sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di sapere chi sei, di cercare la tua identità, come si usa dire da qualche tempo”, diceva.
Ed è qui, in un momento della sua vita in cui non ha nemmeno più voglia di scrivere, quasi arresasi a seguito del rigetto sistematico di quello che passerà agli annali come il suo capolavoro (L’arte della gioia), la scrittrice riscopre il suo grande amore - mentale, astratto, artistico - nei turbamenti, nelle sensazioni, finzioni, ambiguità, interpretazioni e (dis)simulazioni di un periodo illuminante, di un altro amore: fisico, carnale, erotico, sessuale, ma ancor prima riflesso cangiante di una maternità complessa e complicata. Rubando così la propria parte di gioia. E riconoscendosi alfine come ladra di storie.

Sentire, raccontare, limitarsi al fuori, alla superficie epidermica, equivoca delle cose, per dischiudere il dentro, la densità e la profondità di una donna a sua volta dentro e fuori dal suo tempo, già leggendaria senza saperlo, parimenti imprendibile come fuggevole è per lei l’identità di Roberta.
Avvicinandosi per intenzione e approccio al ricco documentario Laggiù qualcuno mi ama su un altro poeta incompreso o sottostimato (Massimo Troisi), Martone firma una delle sue opere migliori, anch’essa sentita, agrodolce, commossa, colta (non solo nei riferimenti alla letteratura sapienziana, ma pure al cinema - tra Nella città l'inferno di Renato Castellani e le figure femminili di Antonioni - e all’arte, specie quella dechirichiana alla quale sembra rifarsi questa sua Roma dall’atmosfera sospesa) senza essere cattedratica o intellettualistica.
È un film, Fuori, a mimetica misura di colei che racconta, portato con nerbo, colore, grazia da un trio di attrici indovinatissime e dalla chimica invidiabile su schermo. Lo benedice una Valeria Golino - appena reduce dal trionfo della serie da lei creata e co-diretta, tratta proprio dal capolavoro iconoclasta della scrittrice - che si immerge a tal punto nella nostra protagonista che è praticamente impossibile capire dove inizia l’una e finisce l’altra e viceversa. Ella presta ogni parte di sé al ruolo di Goliarda, di cui insegue il fantasma lavorando di sottrazione, con sguardi, silenzi, gesti, facendosi praticamente autrice di sé stessa, in un cortocircuito voluto, spiritoso, forse più unico che raro, a conferma ulteriore del suo essere nata proprio per incarnarne, per farsene manifestazione, emanazione, apparizione odierna.
Ad accompagnarla, una Matilda De Angelis inedita, espressivamente agile in una parte, quella di Roberta, che riesce a rendere con l’adeguata dose di fascino ammaliatore e insieme spigoloso, ruvido, acido, di enigmaticità e inafferrabilità, sulla falsariga di quanto fatto da Pierfrancesco Favino nel succitato Nostalgia, anche in termini di dizione, inflessione, ricerca (qui archeologica) e riscoperta linguistica (di un romanesco perso nel tempo). Completa questo tris di sostanziale importanza per l’esito della pellicola, una Elodie che, malgrado appaia giusto in un pugno di sequenze, sa come lasciare un ricordo della sua Barbara, facendo trasparire chiaramente un potenziale non ancora sfruttato dal nostro cinema, e regalando quella che, ad oggi, è la sua miglior interpretazione.
“Le donne sono il mio pianeta e la mia ricerca, il mio unico partito e, forse, oltre all’amicizia, il mio unico scopo nella vita”, scriveva Goliarda. Sono parole, queste ultime, adottate con grande attenzione e massima cura da Martone e Di Majo, i quali, una volta scattata e consegnata questa istantanea spettrale eppure vitale, ci propongono infine di fare nostro questo pianeta e nostra questa ricerca. Col dubbio, la possibilità e un sincero fervore di non trovare mai davvero ciò o chi andiamo cercando. Né dentro né fuori la finzione. Né Sapienza Goliarda, figurarsi Goliarda Sapienza.
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