
OPERAZIONE VENDETTA, la spia che amava
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Amateur
USCITA ITALIA: 10 aprile 2025
USCITA USA: 11 aprile 2025
REGIA: James Hawes
SCENEGGIATURA: Ken Nolan, Gary Spinelli
CON: Rami Malek, Laurence Fishburne, Rachel Brosnahan, Caitríona Balfe, Michael Stuhlbarg, Jon Bernthal
GENERE: drammatico, thriller, azione, spionaggio, sentimentale
DURATA: 124 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Dopo l'Hopkins centrico One Life, il TV director James Hawes torna alla regia cinematografica con l'adattamento (attualizzato) di uno dei più celebri romanzi spionistici di Robert Littell, prodotto dal premio Oscar Rami Malek, che ne interpreta pure il protagonista. Al regista però quel che più interessa di questo umbratile intrigo internazionale è la componente (melo)drammatica, l'intimità dei sentimenti, i risvolti psicologici. Abbastanza per dar vita ad un franchise?
Il turgido titolo "Operazione Vendetta" con cui approda sul mercato italiano non rende giustizia a(ll'originale) The Amateur, quest'ultimo il migliore possibile. E non tanto perché è quello del manoscritto da cui è tratto questo film. Né tantomeno perché definisce il protagonista di questa storia: un crittografo della CIA di nome Charlie Heller. Bensì perché rende e descrive molto bene l’approccio con cui il regista britannico James Hawes - rinomato TV director, qui al suo secondo lungometraggio per il cinema dopo l’Hopkins centrico One Life - si accosta all’omonimo libro del 1981 di Robert Littell, già adattato al tempo da un altro film-maker d'oltremanica, Charles Jarrott, partendo da una sceneggiatura firmata dallo stesso romanziere.
Nel caso del neo cineasta, sono Ken Nolan e Gary Spinelli a tradurre e traslare dai giorni della cortina di ferro al nostro presente, questa trama di tensioni, spionaggio, insabbiamenti, operazioni clandestine, doppi giochi, defezioni, coperture, distrazioni, e - al solito - vendetta. Quella che il succitato Heller muove ai danni dei responsabili dell’omicidio di sua moglie (rimasta vittima di un’operazione di apparente matrice terroristica nel cuore di Londra), andando quindi contro il volere della stessa agenzia di intelligence, la quale cela forse ben più di un recondito segreto...

Insomma, quel che si direbbe un incipit emblematico, che apre le parti per una sorta di best-of del genere action, spy e thriller. Per una pluralità di sviluppi e situazioni nelle quali un cultore, un appassionato, un "amatore" giustappunto, può sguazzare a proprio piacimento. Ed è esattamente il caso di Hawes, il quale ritrova atmosfere, note, territori che aveva già percorso e affrontato nella sua carriera televisiva (specie con la serie Slow Horses), ma mai così, con simili proporzioni, valori produttivi, con questa scala di ambizioni spettacolari.
Ciò detto, il suo sguardo nel mettere in scena il copione di Nolan e Spinelli è per certi versi equiparabile a quello del suo protagonista, che osserva i grandi - qualcuno direbbe gli adulti - giocare ad un gioco, al quale, suo malgrado, si dovrà unire, dimostrando, con sorpresa di tutti: amici, nemici, (ex-)mentori; pure un certo talento, malgrado qualche primo passo maldestro.
Da notare è però il modo in cui egli riesce, a dispetto dell’entità dell’impresa, a restare sempre fedele a sé stesso e alla propria indole. Quella di un travet discreto e introverso, di un secchione, nerd, geniere dall’alto quoziente intellettivo e ricco di risorse, che ai muscoli preferisce il cervello, al combattimento la pressione di un tasto; un lavoro di orchestrazione quasi registica al posto di una sporca esecuzione a bruciapelo, la tastiera di un computer invece del grilletto di una pistola. Allo stesso tempo, il suo sacrificio è anche in nome dell’amore per una persona, non per l’agenzia, la patria o degli ideali. Un altro senso della parola "amatore".

Parimenti metodico, sobrio, predisposto, lo è anche il regista nell'impostare visivamente questo intrigo internazionale (tra Langley, Parigi, Marsiglia, Istanbul e le acque artiche tra Russia e Finlandia) perlopiù umbratile, glaciale, elegante, oseremmo dire demure, ispirato, anche a livello cromatico e fotografico, e spartito fra i tre Bond di Sam Mendes, La talpa di Tomas Alfredson, certe virate noir dell’ultimo Soderbergh, un David Leitch o un Doug Liman addomesticati, The Accountant, e Red Sparrow di Francis Lawrence.
In perfetto accordo con queste temperature, è anche e soprattutto il cast, vero fiore all’occhiello della produzione, a cominciare da Rami Malek (non a caso, reduce dal ruolo di villain dell’ultimo 007), insostituibile nei panni del nostro Heller. Non figurasse tra i produttori della pellicola, sarebbe comunque una scelta di casting giustissima, giacché possiede il giusto profilo e contegno attoriale. Azzeccato è inoltre il suo sguardo sbarrato. Quegli occhi sgranati, in grado di esprimere un ventaglio di stati d’animo su cui si modula tutta l’impalcatura filmica e l’efficacia affabulatoria della storia. Sgomento, panico, paranoia, ma anche depressione, lutto, vuoto esistenziale. O ancora, una follia, una furia, un’inquietudine imprevedibili.
Lo accerchiano una folta schiera di comprimari, caratteristi, presenze alla stregua di decor che, a loro modo, contribuiscono all’essenza dell’operazione. Parliamo di un Laurence Fishburne accomodato, di Caitríona Balfe, di un Michael Stuhlbarg fugace ma intenso, un solidissimo Holt McCallany, e un Jon Bernthal che riesce a farsi ricordare al netto di un personaggio del tutto sprecato.
Tornando però a Malek - in evidente reimpiego, per non dire riciclo, dei tratti di Elliot Alderson, titolare di quella Mr. Robot che, ben prima di Bohemian Rhapsody, lo fece conoscere al mondo -, c’è da aggiungere che la sua interpretazione può essere facilmente inscritta nella coerenza di Hawes e della sua cifra. La stessa che molte volte trascina Operazione Vendetta lungo le corde di un (melo)dramma intimo, dai risvolti psicologici o pseudo-tali, al cui centro c’è proprio il tentativo da parte del suo protagonista di elaborare, scendere a patti con la scomparsa dell’amata consorte, e “fare in modo di stare meglio”.

Laddove allora i segmenti spionistici si arrendono ad un copione assillato, incalzato, logorato pian piano da una grossolanità ed esiguità delle implicazioni geopolitiche (post-trumpiane) ed etico-morali, una platealità degli esiti e un’improbabilità delle soluzioni, così come ad una costruzione che fila liscio quel tanto o poco(!) che basta per intrattenere; Operazione Vendetta scinde ben presto la propria duplice, binaria personalità, sconfessando ogni zona grigia.
Tutti gli sforzi e l'attenzione di ogni minima particella ed estensione si concentrano perciò sul micro, sullo scoramento, sul travaglio interiore ed emotivo del nostro crittografo, sul piccolo dramma umano e meno sul grande complotto. Sui lati oscuri e ciechi del cuore e della perdita, a discapito del potere, delle istituzioni, del sistema.
La pellicola riduce così il suo paladino, (solo) idealmente chiaroscurale, alla figura ordinaria di un mondo parimenti regolare, che gli cuce addosso con troppa precisione. Inutile dire che, per lanciare un franchise di cui si pregusta fin d’ora la volontà, sarebbe stato meglio esigere l’effetto contrario.
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