
ONE LIFE NON POTEVA CHE ESSERE UN FILM DI ANTHONY HOPKINS
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: One Life
USCITA ITALIA: 21 dicembre 2023
USCITA UK: 1° gennaio 2024
REGIA: James Hawes
SCENEGGIATURA: Lucinda Coxon, Nick Drake
CON: Anthony Hopkins, Johnny Flynn, Jonathan Pryce, Helena Bonham Carter
GENERE: drammatico, storico, biografico
DURATA: 110 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Un sempre impeccabile Anthony Hopkins interpreta Nicholas Winton, il biopic del regista televisivo James Hawes che racconta la vicenda di coloro che all'alba della seconda guerra mondiale contribuirono a salvare centinaia di bambini ebrei dall'Olocausto. Purtroppo, quel poco che la pellicola ha da offrire oltre all'interpretazione del due volte premio Oscar non basta a farne un prodotto che può spingersi al di là di comode convenzioni.
L’impeccabilità e precisione attoriale ed espressiva, la bravura di Anthony Hopkins non è certo notizia recente. Sono anni, decenni che l’attore due volte premio Oscar, un divo sui generis, per certi versi quasi un antidivo, non fa che collezionare interpretazioni di grande livello, pure in tentativi e contesti filmici caotici, dispersivi, spettacolari, meno centrati sulla complessità e la singolarità della recitazione, o ancora poco felici, non certo degni di nota. Come sanno fare tutti i grandi volti di fronte alla macchina da presa, Hopkins riesce nel compito perlopiù spontaneo, involontario, automatico di convertire un’intera pellicola al proprio segno, di firmarla con il proprio nome e la propria presenza, di diventare la cifra specifica, irrinunciabile, significativa per cui probabilmente verrà ricordato un progetto altrimenti a due passi da un rapido oblio.
One Life, l’adattamento della biografia If It's Not Impossible… scritta da Barbara Winton diretto dal britannico James Hawes (regista di tantissima televisione) - in cui il nostro, con la solita compostezza, eleganza e misura, presta le fattezze a Nicholas Winton, tra i principali fautori dell'operazione Kindertransport che salvò circa diecimila bambini ebrei provenienti dalla Germania nazista e dai territori occupati, prima dell'inizio della seconda guerra mondiale -, è esattamente uno di questi film. Ciò nondimeno, già a partire dall'ensemble di comprimari che accompagnano Hopkins, esso dimostra di avere, seppur in minima parte, pure qualche altra cosa da offrire allo spettatore.
Ne è un esempio la prova di Johnny Flynn (anch’egli molto attivo sul piccolo schermo) che, pur apparendo talora diafano, un po’ rigido, non tanto intenso, riesce comunque a reggere sulle sue spalle tutti i segmenti di flashback. Egli si rivela inoltre inaspettatamente molto credibile nei panni di un Winton giovane che deve destreggiarsi tra una Praga in subbuglio, all’alba dell’invasione nazista e del conflitto che la metterà a ferro e fuoco, ed una Londra ed un'Inghilterra che sembrano accontentarsi delle deboli misure di contenimento della minaccia tedesca, e si mostrano inizialmente (ma anche in seguito) ciechi all’emergenza che sta scuotendo il continente.
Come non citare poi i contributi - decisamente più ridotti, ma presenti quanto basta per farsi ricordare e voler bene - di una splendida Lena Olin, in grado solo con gesti e sguardi (ed una minima connivenza dell’istanza narrante) di rendere il dramma personalissimo e la dignità silenziosa di una moglie che ha amato e scelto di stare per tutta la vita al fianco di un uomo che, per quanto si sforzasse, ha sempre messo al primo posto il proprio impegno solidale ed umanitario; o di vere e proprie icone del cinema britannico quali Jonathan Pryce e Helena Bonham Carter. Quest’ultima, soprattutto, presta il volto ad un’altra grande donna nella vita del nostro Nicholas, la tenace Babette Winton, non soltanto sua madre, ma imprescindibile cardine di un’operazione tanto incredibile da essere paradossalmente finita nel dimenticatoio della memoria collettiva dei britannici. Ma non certo di quella del suo protagonista.

Nonostante il disordine di faldoni e carte che soffoca e in cui versa la sua casa di Maidenhead all’inizio del film (con tanto di rimprovero della consorte), questi ha invece tenuto sempre in un posto preciso e speciale quella storia, che, a fine anni ‘80, arrivato ad una veneranda età e lasciato a casa dalle iniziative benefiche per cui si è speso, sente il bisogno di condividere. Un bisogno, va da sé, non certo egoistico, per mera celebrità, ma piuttosto morale; un umile dovere nei confronti del mondo, della collettività. Il bisogno, in altre parole, di rispolverare una storia che ne accorpa molte altre, centinaia, migliaia, non per tenerla dietro una teca di museo o lasciare che se ne perdano le tracce negli archivi di una biblioteca qualsiasi, quanto piuttosto per far sì che tutti noi possiamo trarne qualcosa di utile.
Nel fare questo però, Winton, che si definisce uno fra tanti uomini ordinari (checché ne dica o ne qualifichi la sua biografia), si scontrerà e verrà ostacolato dall’ignoranza, dal pressapochismo, dalla frivolezza dei media (tabloid e programmi TV come That’s Life) che o lo ignorano e prendono per fissato, oppure gli tendono imboscate crudeli e ciniche al fine di alimentare senza ritegno la propria macchina del dolore in diretta. Un aspetto, quest’ultimo, che viene introdotto ed occupa una porzione finale che è sia il segmento con maggior potenziale, sia quello con il peggior grado di attuazione. Che sa di incompiuto, affrettato, eppure è al contempo l’esempio tangibile di come One Life trovi nei piccoli dettagli di messa in scena, in scelte e passaggi apparentemente complementari ed accessori, il modo per imporre una propria personalità e non soccombere del tutto all’evidenza.
Quella che rimane. Quella, come scrivevamo, di una pellicola convenzionale, con l’aforisticità tipica delle tante tratte “da una storia vera”, i toccanti motivi musicali al pianoforte, e momenti proverbiali che abbiamo già visto (spesso pure più convicenti) in tanti altri testi che trattano il medesimo tema. Un prodotto che, pur muovendosi su due piani di contenuto ben diversi, ricorda per certi versi il recente L'imprevedibile viaggio di Harold Fry. Uno, in definitiva, abbastanza nella media, dall’inequivocabile afflato televisivo, connotato e caratterizzato quasi interamente dalla presenza e dalla prova di Hopkins, il cui garbo e finezza, da personaggio e da attore, diventano la sola lente possibile attraverso cui scorgere, ricostruire e far rivivere una vicenda che getta visibili parallelismi con il nostro presente e, secondo una vocazione utilitaria, dovrebbe servire a ricordare i valori fondanti l’identità non solo britannica, ma europea.
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