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            19 Ottobre 2023
            L'imprevedibile viaggio di Harold Fry Recensione Cinemando
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            PER FORTUNA C'È JIM BROADBENT NE L'IMPREVEDIBILE VIAGGIO DI HAROLD FRY

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Unlikely Pilgrimage of Harold Fry
            USCITA ITALIA: 5 ottobre 2023
            USCITA UK: 28 aprile 2023
            REGIA: Hettie Macdonald
            SCENEGGIATURA: Rachel Joyce
            CON: Jim Broadbent, Penelope Wilton, Linda Bassett, Daniel Frogson
            GENERE: drammatico, commedia
            DURATA: 108 min

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            L'imprevedibile viaggio di Harold Fry risentire dello stesso, identico problema di moltissime trasposizioni cinematografiche, curate (in sceneggiatura in questo caso) dagli autori del testo di partenza. La romanziera Rachel Joyce firma il copione di un film che dimostra frettolosità nei suoi primi movimenti, artificiosità negli strumenti patetici, ed una retorica generica nel messaggio antiurbano e naturista, umanista ed intimista. Per fortuna ci sono Jim Broadbent e Penelope Wilton a riequilibrare la bilancia del cuore, del sentimento, oltre che del cinema.

            Ogni volta che la sceneggiatura adattata di un film è scritta da colui o colei che ha prima firmato il testo (il più delle volte letterario) da cui essa è tratta, la questione è sempre la stessa. Ossia l’impossibilità da parte di questo autore o questa autrice di disporre delle capacità giuste e necessarie per trasporlo in un altro medium, con sue specificità, come quello cinematografico. Il non disporre, in altre parole, dell’appropriata sensibilità e dimestichezza con le modalità, le regole e i ritmi della narrazione e del discorso filmico.

            È questo l’ostacolo che affligge L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Hettie Macdonald, in cui la scrittrice Rachel Joyce traduce in immagini o comunque reimmagina il suo piccolo caso letterario dal titolo omonimo. Il risultato rispetta a pieno le previsioni, tanto per la fedeltà inflessibile nei confronti della materia originale (risvolti proverbiali inclusi), quanto soprattutto per la comodità delle soluzioni drammaturgiche e il carattere innocuo, accomodante, vezzoso e ruffiano con cui è messo in scena.

            È un film, quello della Macdonald, che sembra procedere invariato e pizzicare lo stesso filo emotivo dall’inizio alla fine, senza grande impegno e con maniera, praticando i medesimi, ormai dissodati, sentieri ed itinerari di tanto cinema di viaggio prima di lui. Harold Fry è un anziano signore originario del Devonshire, in cui ha passato presumibilmente tutta la sua vita, da tempo abbandonatosi ad una vita abulica, insipida, grigia, dolente, senile, forse autoaccusatoria, il quale, dopo aver ricevuto una lettera da una cara amica sul punto di morte, decide tutt’a un tratto di percorrere a piedi quasi 800 km fino a Berwick-upon-Tweed, al confine con la Scozia, per darle speranza e tenerla in vita. E quello in cui imbarca è un viaggio simile a quelli di tanti altri come e prima lui: viaggiatori, pellegrini, individui completamente trasformati, quasi mistici, di cui negli anni, nei decenni, addirittura nei secoli, abbiamo letto, sentito o visto la storia - alcuni, ammessi tra l’altro sin dalla locandina. In tal senso, la parabola del nostro adorabile ometto non differisce da quella del più tipico road movie e racconto di viaggio, dove la distanza geografica, effettiva, e la fatica fisica sono sempre il riflesso e la manifestazione esteriore di un percorso nelle profondità e nell’intimità di sé stessi, e dello sforzo emotivo nell'intraprenderlo.

            Anche in questo, L’imprevedibile viaggio di Harold Fry segue alla lettera le tappe del viaggio dell’eroe, di una mitologia favolistica e di un canovaccio diametralmente più vecchio del suo protagonista (con tutti gli intermezzi, le soste e gli incontri del caso), e rispetto cui l’ennesima variazione di Rachel Joyce è giusto un compitino che, del resto, dimostra frettolosità nei suoi primi movimenti, artificiosità negli strumenti patetici, ed una retorica generica nel messaggio antiurbano e naturista, umanista ed intimista, che non calore e sincerità.

            Per trovare in parte quel che latita, bisogna rivolgersi al premio Oscar Jim Broadbent e alla “star di Downtown Abbey” Penelope Wilton. Sia lui - che qui si muove, con il solito passo quieto, carezzevole, garbato e lo sguardo sognante, in quella che è divenuta di fatto una sua comfort zone pre-pensionistica (si pensi a Paddington o al più recente Il ritratto del duca) - sia lei - che, dal canto suo, interpreta un personaggio complesso, senza dubbio più difficile e meno immediato di quello del collega - colmano i difetti di scrittura, drammatizzano, vivificano e rendono più genuina, autentica, vissuta e tridimensionale l’opera schematica ed approssimativa di caratterizzazione di cui si compone il copione di Joyce, ed arrivano ad infondere dignità, allure e respiro cinematografici ad un prodotto che, in definitiva, pare confondere la singolare naturalezza del soggetto e dei suoi ingredienti, con un’essenzialità intorpidita e mai davvero pungente - fatto salvo per la rappresentazione dei flashback.

            Sul fronte della comicità e di uno humour a tratti scorretto (la sequenza del feticista), di una parvenza di critica di una società iperconnessa, insieme velocissima e fiacca e del suo paradosso individualista, misantropo e diffidente, ma, ancor prima, per quel che riguarda il più comune e consueto racconto dei sentimenti, in comunione ed armonia, o contrasto e differenza col paesaggio in cui cercano di trovargli risposta e forse consolazione.


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