
FOLLEMENTE e il caos (troppo) calmo di Paolo Genovese
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: FolleMente
USCITA ITALIA: 20 febbraio 2025
REGIA: Paolo Genovese
SCENEGGIATURA: Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella, Flaminia Gressi
CON: Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Emanuela Fanelli, Maria Chiara Giannetta, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Maurizio Lastrico, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria
GENERE: commedia, drammatico, fantastico, sentimentale
DURATA: 97 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Al quarto tentativo, Paolo Genovese riesce (forse) a replicare la formula e il successo di Perfetti sconosciuti. Può essere che bastasse semplicemente rifarlo, quel film da record, ribadendo l’idea di un cinema high-concept, ma esplodendo alla bisogna i confini del Kammerspiel e rendendone fisica e filmabile la natura psicologica e sociologica. Inside Out o meno, coraggioso o meno, FolleMente è un buon esercizio di scrittura, interpretazioni e montaggio che professa l'occasione della leggerezza. Divertendo.
Di nuovo, due perfetti sconosciuti. Lei si chiama Lara. Lui Pietro. Dopo essersi incontrati per caso in un bar, decidono di darsi appuntamento a casa della prima. Un primo appuntamento: situazione consueta, proverbiale, di tutti i giorni, quasi banale, eppure depositaria di un’infinita serie di dubbi, incertezze, inadeguatezze, contraddizioni, incartamenti, frangenti imbarazzanti, frasi vere, altre meno, altre di circostanza... Pensieri da tradurre in scelte - come sempre accade, del resto - e che possono riguardare la qualunque: dalla più futile come "che modello di preservativo comprare", al più significativo dilemma del “resto o no” e, soprattutto, “perché”. O, ancora meglio, “cosa succederà poi”.
È sempre su uno scenario di apparente ordinarietà, trasformata in miccia incandescente di una vertigine complessa, caotica, forse ineluttabile (qui addirittura virata sul fantastico!), ché ruota il ritorno di Paolo Genovese dietro la macchina da presa, a solo un paio d'anni dallo stinto ed esangue Il primo giorno della mia vita. E sta’ a vedere se, al quarto tentativo di seguito di replicare il successo imprevisto e globale del succitato Perfetti sconosciuti (ad oggi la pellicola col maggior numero di remake nel mondo), alla fine ce l’ha fatta. Può essere che bastasse semplicemente rifarlo, quel film da record, ribandendo l’idea di un cinema (e di una commedia) high-concept, ma esplodendo alla bisogna i confini del Kammerspiel di parola sovrana, affilata, potenzialmente micidiale, sospeso fra Cena tra amici di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, e Carnage di Roman Polanski. Rendendone ancora più esplicita, anzi visiva, fisica e filmabile la natura psicologica e sociologica. Insomma, raccontandoci la caotica moltitudine, l’incontenibile e frenetico ammasso di pensieri che popolano la nostra mente, regolando il nostro comportamento, il nostro essere e stare in relazione all’altro, oltre al nostro muoversi nelle spinose e infide istanze ideologiche della contemporaneità.
Il titolo non poteva che essere (geniale come) FolleMente, dacché i (veri) protagonisti sono le personalità dei nostri Lara e Pietro. Mentre la prima si fa condurre dall'intransigente Alfa, dalla seducente Trilli, dalla sregolata Scheggia e dalla sognatrice Giulietta, il secondo si fa spesso trasportare dalle parole del razionale Professore, del romantico Romeo, del passionale Eros e del disincantato Valium.

Ecco allora che la ripresa - di per sé inevitabile - non è soltanto di Perfetti sconosciuti, ma anche del capolavoro targato Disney Pixar Inside Out, altro successo "monstre" degli ultimi dieci anni, rispetto cui FolleMente assomiglia piuttosto ad una declinazione, maggiorenne e maggiorata, a base non tanto di emozioni (siano esse basilari o adolescenziali), quanto dei cosiddetti amore (per sé e per il prossimo) e psiche, spesso inconciliabili e quindi contraddittori. A onor del vero, è d’uopo riportare contestualmente le parole dello stesso Genovese, il quale ha affermato, in recenti interviste, che l’ispirazione per questo testo gli è venuta ben prima dell’uscita del prodromico cartoon. Più precisamente, nel 2004 “durante la regia di uno spot per il canone Rai in cui un lui e una lei discutevano in macchina, e noi spettatori ascoltavamo fuori campo i loro pensieri”.
Comunque e qualunque sia la sua storia produttiva (nondimeno legata alla casa di Topolino), ciò non toglie che FolleMente riesca a discostarsi molto agilmente dai paragoni iniziali. Non è questione di mezzo, formato o veste, quanto, anzitutto, della maniera in cui il copione - scritto a otto mani dai sodali Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi - sviluppa le premesse, seguendo ciecamente i battiti, i ritmi e il progredire del primo incontro tra Lara e Pietro: subito impacciato, tiepido, con battute e ironie che spesso non sortiscono l’effetto desiderato, salvo conquistare e restituire man mano uno slancio vitale ed emotivo, deliziando, avvolgendo, divertendo lo spettatore fino ad un epilogo tinto di graziosa malinconia e accompagnato (chissà) da un sorriso agrodolce.
Detto questo, l’esito alfine positivo della pellicola non può prescindere da uno dei migliori casting visti di recente nel panorama italiano. Cuciti addosso e sicuramente rivisti e rimasticati (dalla cifra) dei propri interpreti, tutti i personaggi di FolleMente - per quanto magari non proprio memorabili - riescono a far breccia in chi guarda proprio per merito della bravura, dell’immedesimazione assoluta, della credibilità di una compagnia di amici e colleghi in stato di grazia, capitanata dalle presenze femminili: alcune delle più splendide attrici che il nostro cinema può vantare.
Parliamo di un’irresistibile Emanuela Fanelli, di una magnetica e sempre naturalissima Pilar Fogliati, di Claudia Pandolfi, di Vittoria Puccini e di Maria Chiara Giannetta, a dir poco amabili. Efficaci anche la controparte maschile, su cui si impone un Rocco Papaleo assurdamente unico, un Maurizio Lastrico tenerissimo, senza dimenticare Claudio Santamaria, Marco Giallini e Edoardo Leo, impegnati a giocare con gusto con le loro rispettive maschere.
L’effetto comico sarebbe però incompleto o altro, se non fosse per il montaggio a regola d’arte del fido Consuelo Catucci (già “alla macchina” in Perfetti sconosciuti), meticoloso collante e trait d'union ideale tra scrittura e interpretazioni, metronomo di una narrazione incalzante e fluida che - quantomeno sul piano del ritmo e dei tempi - non sbaglia un attacco, una pausa, una nota.

Ed è appunto il lavoro sinergico e ben diretto di queste tre componenti a tenere salda (nonostante tutto) la presa sul pubblico, attenuando peraltro alcuni chiari limiti di un'operazione non sempre rispettosa della promessa del proprio titolo.
L’impressione, difatti, è che FolleMente ragioni e proceda troppo di testa, sia troppo calcolato, accomodato, addomesticato, pressoché algoritmico nel suo essere un congegno precipuamente designato per per piacere e soddisfare il maggior numero di persone. Se ciò non significa che la porta del cuore sia completamente serrata, è giusto indicare come Genovese & co. rifuggano e silenzino ogni prospettiva di follia e, di conseguenza, il rischio di scontentare - ad esempio, proponendo una visione del sesso e delle fantasie erotiche meno pudico, conformista, di facciata - e alfine di ottenere un’elevazione ed evoluzione ancor più mordaci e incisive. Un caos calmo, per farla breve.
Eppure, l’invito del racconto rimane valido e arriva nei limiti e nei modi di una pellicola che, una volta riconosciuta l’impossibilità di "spegnere il cervello"; le vocine insistenti che si fanno largo nei nostri pensieri, professa ed esercita per contro quella che definiremmo l’occasione della leggerezza. Che, come insegnava un certo (e citato) Italo Calvino, “non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore".
Una sorta di dichiarazione d’intenti, questa, esattamente rappresentativa dell’anima delle commedie di Paolo Genovese, che con FolleMente, questo vero e proprio ritorno di forma, riscopre la forma, i sentimenti e la filosofia del cinema nazional-popolare come si deve. Quello che va alla ricerca della semplice e pura essenza delle cose (e) della vita.
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